( Gianni Schicchi) Un severissimo testo, la Missa solemnis di Beethoven, una prova di “ammissione” senza la quale si viene rinviati almeno di cinque anni o addirittura esclusi per sempre. Molti grandi direttori hanno esercitato sulla propria pelle questo timore divino verso una delle più grandi partiture mai generate dall’uomo: hanno atteso, rinviato, sfiorato il sacro testo poche volte, o vi hanno addirittura rinunciato.
A certi esponenti di una scuola direttoriale storica che l’hanno eseguita e poi anche incisa (Walter, Toscanini, Klemperer, Giulini, Karajan, Böhm, Sawallich) seguendo mete talora di altezza siderale, da un trentennio si sono aggiunti alcuni rappresentanti di una filologia “musical science” (Norrington, Harnoncourt, Gardiner, Herreweghe, Jacobs e altri) che non sempre hanno trovato nel testo originale. negli strumenti, nei diapason e nelle prassi d’epoca, ragioni di esistenza e attendibilità, nonché esiti d’arte.

Religione e politica all’origine della Missa solemnis
Se dalla solennità dell’occasione religiosa e politica, che ne è all’origine, la Missa trae il suo carattere di opera grandiosa e monumentale, in alcun modo essa si sottrae tuttavia al confronto con una personale e sofferta riflessione sul problema della fede. Ed è proprio l’ineludibile difficoltà nel colmare lo scarto tra i due livelli a collocarla nel novero dei capolavori bifronti, enigmatici e di irrisolvibile problematicità, non certo la sua sostanziale estraneità alla misura ed alle convenzioni di un presunto stile liturgico.
Dopo gli ottimi traguardi raggiunti con la Nona Sinfonia di Mahler diretta da Lṻ Ja, di una settimana fa, la direzione artistica della Fondazione Arena ha voluto inserire nei propri programmi sinfonici, e per la prima volta nella sua storia, anche la gigantesca partitura beethoveniana, affidandola ad un direttore esperto e attendibile qual è il tedesco Wolfram Christ, già leggendaria prima viola dei Berliner Philharmoniker.

Un’operazione molto appropriata, visti anche i progressi acquisiti negli ultimi tempi dai comparti artistici areniani, confermati poi con una esecuzione della Messa ineccepibile, dove protagonisti sono stati proprio l’orchestra e soprattutto la compagine corale, preparata a puntino dal maestro Roberto Gabbiani.
Un coro dalla peculiare sensibilità nell’intonazione del testo, manifestata attraverso una cura minuziosa delle scelte dinamiche che ha permesso di valorizzare ogni singola parola e di conferire un preciso carattere ad ogni passo corale. L’ “Amen, et vitam venturi saeculi, Amen” che conclude il Credo, è brillato con un crescendo emotivo, partito quasi in sordina, manifestatosi poi in un’esplosione di entusiasmo partecipe e contagioso. E le stesse sensazioni si sono ritrovate nella grandiosità del Sanctus e della fuga che chiude la partitura.
Compagini tanto pregevoli hanno fatto passare quasi in secondo piano i pur meritevoli solisti, collocati davanti al coro e tutti alla loro prima esecuzione al Filarmonico. Erano: il soprano Athanasia Zöhrer dalla voce raffinata, ma bene dotata anche nei registri alti, che ha avuto il momento migliore e più personale nell’affrontare il tema escatologico dell’aria che apre il Kyrie; il contralto Katrin Wundssam, dal fraseggio curato e ben soppesato di chi medita sul testo biblico per prendere coscienza della sua portata;
il tenore Sebastian Kohlhepp dal timbro chiaro, ma sicuro, distintosi per una fermezza priva di cedimenti edonistici, appropriata ad un repertorio sacro; il basso Johannes Weisser cha ha intonato perfettamente l’inizio dell’Agnus Dei, apparso incisivo anche nei passaggi di agilità e perspicuo nel comunicare la fiducia riposta nella Parola ispirata. Intenso e commovente poi il “Benedictus, qui venit in nomine Domini” dei quattro a conclusione del Sanctus, con la preziosa collaborazione del primo violino.
La compostezza che ha caratterizzato tutti gli interpreti ha sicuramente risposto alle intenzioni del direttore Wolfram Christ che ha dato una lettura della partitura, sobria, quasi austera, molto meditativa. Eccezionale è parsa l’organizzazione formale del Gloria, il luogo più sconcertante dell’intera Missa, per l’imprevedibilità degli scarti drammatici, la sfrenata violenza fonica delle perorazioni, il loro improvviso spegnersi in inattesi pianissimi.
Nella seconda parte, il quadro si è annunciato con un Sanctus lontano dalle consuete espressioni di giubilo e di solennità, che Christ ha offerto come fosse una parentesi di concentrazione dimessa, nella sobrietà del colore strumentale, privato di flauti, oboi e violini, ma in una dinamica in prevalenza mantenuta sul piano, sia pure spesso percorsa dal brivido oscuro dell’armonia.
Orchestra areniana superlativa per la pienezza timbrica dei fiati, la patina densa di colore degli archi, con gli ottoni potenti, ma non aggressivi. Un’agogica e una dinamica estremamente naturali, sembrate scaturite dagli strumentisti e dal direttore in una perfetta e concorde sinergia, a conclusione di una serata davvero encomiabile, che Wolfram Christ ha mantenuto in una accettabile durata di 80 minuti, salutata al termine da vistose acclamazioni del pubblico.

