(di Francesca Romana Riello). La scuola che rallenta per insegnare a pensare: in una scuola che corre sempre di più tra programmi, verifiche, piattaforme digitali e prestazioni da misurare, c’è chi prova a riportare il discorso su un altro piano: non quanto velocemente uno studente impari, ma come cresce mentre impara.
Il 16 e 17 maggio alla Casa Madre Opera Don Calabria di Verona si tiene “Ri-umanizzare l’educazione”, conferenza nazionale promossa dal Polo Europeo della Conoscenza – Istituto Comprensivo di Bosco Chiesanuova nell’ambito del progetto europeo Let’s Care.

A Verona pedagogisti e insegnanti a confronto sulle “pedagogie del rispetto”

Due giornate dedicate al rapporto tra scuola, pensiero critico e sviluppo della persona. Al centro una domanda che insegnanti, educatori e pedagogisti si portano sempre più spesso dentro le aule: come formare studenti capaci di ragionare autonomamente dentro una società sovraccarica di informazioni, dove distinguere fatti, interpretazioni e manipolazioni è diventato quasi un esercizio quotidiano.

L’iniziativa è gratuita e valida come formazione per docenti. Il filo conduttore è chiaro: la scuola non dovrebbe limitarsi a trasmettere nozioni, ma aiutare gli studenti a costruire strumenti per leggere la realtà, comprenderla e prendere posizione.

La scuola  rallenta per insegnare a pensare

Ri-umanizzare l’educazione tra scuola e pensiero critico

Il titolo della conferenza richiama volutamente una parola che nel dibattito pubblico sull’istruzione si sente sempre meno: umanizzare. Non come nostalgia del passato, ma come tentativo di riportare attenzione ai tempi di crescita degli studenti, alle relazioni educative e alla capacità della scuola di accompagnare la persona prima ancora della prestazione.

Tra i relatori annunciati ci sono Philippe Meirieu, Enrico Bottero, Cristiano Corsini, Italo Fiorin e Paolo Landi, allievo di Don Milani. Studiosi provenienti da esperienze diverse, chiamati a confrontarsi su quello che gli organizzatori definiscono “pedagogie del rispetto”.

Il riferimento è agli approcci educativi sviluppati nel Novecento da figure come Maria Montessori, Paulo Freire, John Dewey, Lev Vygotsky, Jean Piaget, Celestin Freinet e Don Milani. Modelli differenti tra loro, ma accomunati da un principio: lo studente non è un contenitore da riempire di nozioni, ma una persona in formazione.

Nel programma si parlerà di pensiero critico, del ruolo del docente dentro classi sempre più complesse, di valutazione, ma anche di spazi scolastici. L’idea proposta dagli organizzatori è quella di superare l’aula rigida e frontale a favore di ambienti più cooperativi e partecipativi.

Sul tavolo finirà anche il tema dei voti: non eliminarli, ma renderli meno punitivi e più orientativi, capaci di accompagnare il percorso dello studente invece di limitarsi a fotografarne gli errori.

La scuola  rallenta per insegnare a pensare

La scuola rallenta e insegna a pensare e non solo a produrre risultati

Dietro il convegno c’è anche una riflessione più ampia sul rapporto tra educazione e società contemporanea. Gli organizzatori parlano apertamente di “digitalizzazione forzata” e di una pressione crescente verso modelli scolastici sempre più accelerati.

«La nostra rete, invitata all’UNESCO di Parigi per il sesto incontro annuale della Global Education Coalition, ha potuto osservare come molti Paesi europei stiano riscoprendo pratiche educative del passato senza alcun timore di perdere competitività», spiega Stefano Cobello, coordinatore del Polo Europeo della Conoscenza. «Il ruolo della scuola non è istruire sempre più in accelerazione, ma rispettare i tempi degli studenti aiutandoli a crescere in armonia».

Un tema che si inserisce dentro un dibattito aperto anche in Italia, dove da anni si discute di dispersione scolastica, fragilità emotive, benessere psicologico e difficoltà crescenti nel mantenere attenzione e concentrazione dentro le classi.

Per Alessio Perpolli, dirigente scolastico dell’Istituto Comprensivo di Bosco Chiesanuova, il nodo riguarda soprattutto la formazione di cittadini autonomi.
«In tempi in cui imperano conformismo e pensiero dominante, la scuola ha il compito di insegnare il pensiero indipendente», osserva. «E per farlo non bisogna inventarsi niente di nuovo, ma avere il coraggio di applicare nella scuola di oggi lo straordinario patrimonio delle pedagogie del rispetto».

Sul fondo resta una domanda che va oltre insegnanti e studenti. Perché quando la scuola smette di insegnare a ragionare, il problema non resta chiuso dentro un’aula.

La scuola  rallenta per insegnare a pensare