(Consuelo Desirèe Nespolo) Viviamo nell’era della sensibilità amplificata, del linguaggio millimetrico e della sacrosanta attenzione a non ferire, discriminare o escludere nessuno. Le battaglie contro il razzismo, l’omofobia e ogni forma di discriminazione legata all’orientamento sessuale o all’etnia hanno conquistato il centro del dibattito pubblico e l’agenda dei media. Ed è un bene, sia chiaro: una società che impara a rispettare le identità è una società più civile.
Il problema sorge quando questa monumentale architettura della correttezza e dell’empatia si dimostra, nei fatti, straordinariamente selettiva. Ci si chiede, guardando al racconto quotidiano che i media e la pubblicità fanno della nostra realtà, se non si stia creando una rischiosa gerarchia del dolore. Esistono forse sensibilità di serie A, costantemente tutelate e celebrate, e sensibilità di serie B, destinate all’invisibilità e al silenzio?
Prendiamo l’immaginario collettivo bombardato da spot televisivi e campagne marketing. Da un lato c’è lo sforzo, legittimo, di mostrare la diversità; dall’altro, la reiterazione ossessiva di un unico e monolitico modello di felicità: la famiglia perfetta, l’allegria dei bambini, il calore delle tavolate natalizie o delle vacanze di gruppo. Ma qualcuno si è mai chiesto cosa provi, davanti a quegli stessi schermi, una donna che ha profondamente desiderato un figlio e non è mai riuscita ad averlo? Per lei, quell’insistenza commerciale sulla genitorialità a tutti i costi non è forse un promemoria doloroso, una ferita aperta che nessuno si preoccupa di non “offendere”?

E che dire del dramma della solitudine assoluta? La cronaca recente ci ha consegnato la straziante vicenda di Peschiera, dove un uomo di 65 anni è stato trovato morto mummificato in casa dopo oltre un anno dal decesso. Un anno di oblio totale. Un anno in cui nessuno ha bussato alla sua porta. Per le migliaia di persone che vivono questa stessa condizione di isolamento sociale, la narrazione pubblica delle feste comandate, del Natale tutto famiglia, dei messaggi motivazionali sulla “condivisione” e sull’amicizia non è “inclusiva”: è profondamente escludente. È il rumore di una festa a cui non sono stati invitati. Eppure, per loro non esistono tutele linguistiche o campagne di sensibilizzazione dedicate.
La stessa ipocrisia si riflette nel nostro rapporto con il mondo animale e con chi ha scelto di rispettarlo. In una società che si professa evoluta ed empatica, continuiamo a tollerare cortocircuiti surreali: cartelloni stradali o spot in cui maiali o mucche vengono ritratti felici, quasi grati di finire su un piatto. Una narrazione grottesca che non solo distorce la realtà, ma calpesta deliberatamente la sensibilità di chi ha fatto una scelta etica e soffre nel conoscere la realtà della macellazione e l’ironia applicate alla vita di esseri senzienti.
L’errore non sta nel difendere i diritti civili o nel pretendere rispetto per le minoranze etniche e sessuali; l’errore sta nel pensare che l’empatia sia una risorsa sacrificabile o un trend di cui appropriarsi solo quando è politicamente ed economicamente vantaggioso.
Se vogliamo davvero una società che non escluda nessuno, non possiamo permetterci di ignorare il dolore silenzioso di chi non ha una bandiera da sventolare o un target commerciale da rappresentare. Le solitudini, i lutti biologici, l’isolamento e la sofferenza etica meritano lo stesso identico rispetto. Altrimenti, la nostra non sarà “inclusione”, parola di moda di cui troppi si riempiono la bocca a sproposito, ma solo una nuova, elegantissima forma di indifferenza.
