(Angelo Paratico) La cravatta, un tipico accessorio maschile, sta progressivamente sparendo dal guardaroba dei giovani? Forse sì, ma l’uomo al comando ne ha sempre bisogno per apparire credibile e forte.  

Crediamo, piuttosto, che come già accaduto in passato assisteremo alla nascita di nuovi tipi e di modelli di cravatte. Un ritorno al farfallino è fuori discussione, dato che ha ricevuto parecchia cattiva pubblicità negli anni 1970 e 1980 e ormai gli psicologi confermano che si tende a vedere un bugiardo in chi lo porta.

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Gli uomini preistorici appendevano al collo i testicoli disseccati dei nemici uccisi in battaglia. Forse da ciò, deriva l’inconscia fascinazione maschile per la cravatta, così come l’attrazione che esercita sulle donne? Eppure, questo è, tutto sommato, un inutile accessorio e, solo grazie a un effetto ottico, l’uomo che la porta stretta al collo appare più autorevole, elegante e snello.

Togliamo subito dall’equazione della cravatta i nostri vicini croati. Questi insistono a dire che sia stata una loro invenzione, al tempo della Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648), allorché inviarono dei mercenari in Francia che le indossavano. Addirittura, la Croazia ha inserito nel suo calendario un giorno dedicato alla cravatta, l’8 ottobre.

Per capire che questa loro affermazione non sia vera ci basta sfogliare il libro, riccamente illustrato, di Cesare Vecellio (1530-1601) De gli habiti antichi et moderni di diversi parti del mondo, libri due pubblicato nel 1590 a Venezia e dedicato a tutti i costumi del mondo, per trovarci scritta la parola “cravatta.” E ancor prima di Vecellio, Eustache Deschamps (1346-1406), poeta francese, scrisse una ballata intitolata “Faite restraindre sa cravate” ovvero riannodate la sua cravatta.

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Nobile veronese rappresentata nel libro di Cesare Vecellio

Una sorta di bandana, voce sanscrita, o cravatta, la si vede al collo dei guerrieri di Xian, in Cina, e anche a quello degli ufficiali dell’esercito romano (focale o sudarium, in latino).

Una delle antenate delle moderne cravatte apparve durante la battaglia di Steinkirk del 1692, in Olanda. Gli inglesi lanciarono un attacco di sorpresa e per correre al campo gli ufficiali francesi, invece di perder tempo ad annodare al collo le proprie bandane (affare complicato e difficile, come mostrò Lord Brummell), ne infilarono l’estremità nell’occhiello del bavero: la loro immagine parve subito molto attraente e dinamica, à la Steinkirk durò per oltre un secolo.

Alla diffusione delle cravatte contribuì anche un breve periodo glaciale che colpì l’Europa continentale dal 1645 al 1715, forse causato da larghe macchie solari. Le temperature s’abbassarono e gelò il Mar Baltico, così che si poteva camminare dalla Polonia alla Svezia.

Questo genere di bandane ricamate fu una delle fortune di Venezia, che ne esportò un grande numero a prezzi salati per i modelli più fini. Il Re Sole fu un grande collezionista di questi fazzoletti. Quelli più economici arrivano dall’India e in Gran Bretagna addirittura passarono una legge per arginare il loro contrabbando e tassarli, il Calico Act del 1700.

Tirare la cravatta a un uomo in Gran Bretagna era considerato un grave crimine, con un suo nome particolare “peanuting” nel senso che il nodo diventa piccolo come un peanut, una nocciolina. Si dice che i sarti fabbricano gli abiti, ma gli uomini devono annodarsi le cravatte; questo resta una sorta di rito di passaggio all’età adulta per tutti gli uomini.

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I nodi base sono tre, Orientale, mezzo Windsor e Windsor, ma si è calcolato che matematicamente i nodi possibili siano 85 e l’ultima aggiunta risale al 1989 con il nodo Pratt (o Shelby), un mezzo Windsor rovesciato.

La cravatta moderna, simile a quella che indossiamo oggi, nasce in Inghilterra verso il 1850, a Macclesfield, nel Surrey, ma era più corta e larga di quella attuale. Macclefield fu un grande centro industriale specializzato nella stampa della seta, fu un po’  la Como inglese del XIX secolo.