(Gianni Schicchi) Ecco la nuova Traviata ad aprire il 103° Festival operistico in Arena che il regista Paul Curran ha voluto ambientare nel famoso Moulin Rouge parigino, ai tempi della Belle Epoque. Uno spettacolo che farà parlare di sé a lungo per la sua originale intuizione ed estetica rivolte ad una Parigi d’inizio ‘900: l’identica storia che animò anche l’omonimo film (2001) del regista Baz Luhrman di cui Curran fu un iniziale collaboratore.
La regia utilizza la sfarzosa ed esuberante vita notturna di Pigalle a Montmartre, simboleggiata dal mulino rosso e dal grande elefante che le era accanto, per creare un forte contrasto visivo. La solitudine e la dolorosa malattia della protagonista risaltano così ancora di più, immerse nel caos e nel lusso del gossip del divertimento pubblico. Nella visione del regista è proprio tra le mura e le attrazioni del Moulin Rouge che Violetta incontra per la prima volta il suo ammiratore Alfredo, dando inizio al loro tragico amore contro i pregiudizi della borghesia del tempo.

La gigantesca statua dell’elefante, realizzata per l’Esposizione Universale del 1889, è ricostruita nelle monumentali dimensioni dallo sceneggiatore Juan Guillermo Nova per sfruttare al massimo l’immenso palcoscenico dell’Arena, garantendone un impatto scenico straordinario, a cui si sono associati i coloratissimi costumi di Stefano Ciammitti (autore di quelli alle recenti Olimpiadi invernali) e le splendide luci di Fabio Barettin. Applauditissimo il balletto curato da Kyle Lang, nelle parentesi del valzer del primo atto e nelle danze di carattere delle zingarelle e dei toreador nel secondo, svolti in una casa di Flora molto equivoca.
Come Spotti legge la Traviata
Sul piano musicale, il giovane direttore Michele Spotti, nome affermato ormai nei grandi teatri d’opera e non solo, manda al diavolo chi ha creduto per tanto tempo allo “zumpappà” della tradizione e legge La Traviata con la stessa acribia dovuta ad una Sinfonia di Brahms o Schumann, rammentando all’uditorio quale campione sia Verdi in fatto di metro travolgente, ricerca timbrica e sensibilità formale. Poi, non pago, congiunge all’inconsueta forbitezza musicale, una elettrizzante intuizione teatrale.
Fin dal Preludio al I atto emergono in orchestra preziosi controcanti e una mobilità agogica che non può stare scritta in partitura, ma che deriva dalla comprensione del perché retorico-musicale. Nel famoso Brindisi si sussulta: Violetta attacca il verso: “La vita è nel tripudio”, non con la comoda battuta d’attesa che chiude un regolare periodo, ma mentre il coro conclude il proprio intervento. Questa era stata anche l’ultima intenzione dell’autore, a significare la convulsione in casa Valery e l’ansioso ribattere di Violetta, ma la tradizione ha finito per assimilare invece una soluzione intermedia meno rischiosa.

L’Aria della protagonista presenta poi regolarmente la seconda strofa del cantabile, spesso stralciata, rispettando così la struttura originale del colore parigino. Nel II atto la frase “Amami Alfredo, quant’io t’amo….Addio” non è accompagnata da una forte esibizione orchestrale, ma dai castigati e flagellanti accenti segnati dall’autore. Il finale II, con la festa in casa di Flora, è agitato dall’ossessivo passo incalzante con stacco dei tempi, che non è solo questione di sommi modelli se Spotti conduce una lettura svelta e ansiosa, ma anche di rispetto dei valori di metronomo segnati da Emanuele Muzio, allievo e seguace di Verdi.
Peccato che questo sia spesso disatteso da molti direttori, nella convinzione che i tempi allentati rendano più espressiva la melodia e più agiato il lavoro dei cantanti. Il celebre “Addio, del passato dei bei sogni ridenti”, al posto di muovere su un passo quasi funebre, scorre danzante in un tempo ternario che innerva l’opera, come se Violetta fosse inchiodata alla croce da quel ritmo di delizia che il mondo le ha associato.

Così si procede fino all’ultima nota dell’opera, senza che di alcuna sia fatta riflessione: una lettura musicale asciutta, cruda, insomma verdiana, di rilevanza strategica nella storia esecutiva di Traviata, assecondata con persuasione dall’intera orchestra areniana.
La disinibita lettura musicale di Spotti si è compenetrata con una non meno affilata lettura teatrale, dovuta ad un regista attento come Paolo Curran. Con mano sicura e per nulla scandalosa egli colloca l’azione nel bel mondo del Cancan parigino, senza che un suono, né un verso, né le relazioni tra i ruoli nel dramma siano di conseguenza alterati. Vedi il momento in cui Germont padre esordisce villanamente con Violetta, ed ella risponde, “Donna son io, signore, ed in mia casa”, davvero emozionante al pari di quando lui le ricorda che il perdono di Dio non significa perdono dell’uomo e lei si sottomette alla sacralità della figura paterna.
A condizionarla non è più il bigottismo seguito alla conversione, bensì il senso di colpa riemerso lungo un percorso di auto-accettazione. Non c‘è bisogno di raccontare altro intorno a spunti forti e bene inquadrati. Va invece spiegato come Curran colga qui l’essenza di molto teatro verdiano, i cui protagonisti sono spesso delle povere figure, dal sacrificio inutile, piuttosto che figure eroiche da prendere a modello.
A tali direttore e regista è fornita una compagnia di canto ben disposta ad assecondare gli alti scopi (abbiamo assistito alla seconda recita del sabato seguente la première) e pienamente all’altezza per ricavarne meriti personali. Gilda Fiume è una protagonista trepidante e impavida che sembra non avere rimpianti per le incrostazioni di una Traviata vecchia maniera. Le note alte (c’è anche un bel sovracuto) sono tutte ben timbrate, culminate in un “Ế strano” ben sostenuto, e in un dolentissimo “Addio al passato” che ha fatto scattare l’applauso del pubblico.
Galeano Salas dà ad Alfredo un sano timbro giovanile, assicurandone il pieno controllo per tutto l’arco dell’opera. E il suo “De’ miei bollenti spiriti” conferma lo stato di grazia di una voce in piena salute. Amartuvshin Enkhbat disegna un Germont padre, imponente, di assoluta autorevolezza, pur se in qualche passo un po’ monocorde. La sua pronuncia (sebbene non parli l’italiano) è perfetta e di riferimento per tanti baritoni italiani….
Consistente la presenza dell’affascinante tedesca Anna Werle nei panni di Flora. In linea tutti i ruoli di contorno: dall’infinito Carlo Bosi, a Francesca Maionchi, Nicolò Ceriani, Gezim Myshketa, Marino Buccino. Sugli scudi, come sempre, il coro areniano preparato da quel mago che è Roberto Gabbiani. Arena con 10 mila spettatori, prodighi nell’applauso finale all’intero palcoscenico.

