Fra un anno le elezioni per il sindaco di Verona

(p.d.) Chi ha tempo non aspetti tempo. Un proverbio che vale sempre. Saggezza popolare, data dall’esperienza dei secoli. La condizione umana è sottoposta al limite del tempo che scandisce la vita. E poi c’è “la novità”, componente di imprevedibilità che segna la vita di ciascuno e la storia. A mano a mano che il tempo passa aumenta la possibilità che avvengano dei fatti nuovi.

Prendiamo Verona.
Fra un anno ci saranno le elezioni comunali, che la legge incentra sulla figura del sindaco.
Il centrosinistra il sindaco ce l’ha già. Tommasi, calciatore con forti simpatie per le biciclette. 
Il centrodestra no. O meglio, deve scegliere chi presenterà come candidato a sindaco di Verona, una delle città più “di destra” d’Italia, ma che è amministrata dalla sinistra per una serie di errori compiuti dai suoi capi, nazionali e locali. Questo non bisogna mai scordarselo.

L’attenzione, a meno di una clamorosa rinuncia di Tommasi, che suonerebbe come un’ammissione di fallimento del centrosinistra, è quindi tutta sul centrodestra per vedere chi sceglierà per guidare la riconquista di Palazzo Barbieri.
E qui arriviamo alla coordinata tempo. 

La coordinata tempo

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Che il candidato sia di Fratelli d’Italia, della Lega o di Forza Italia, la scelta dev’essere fatta per tempo. Per il semplice fatto che chiunque sia il designato dalla coalizione – e stavolta non vogliamo nemmeno prendere in considerazione il fatto che possano essere due!-, deve saltar fuori entro al più presto.

Non per la curiosità di sapere il nome. Ma per programmare una campagna elettorale vincente. Per dargli modo di costruirsi la squadra e le alleanze, di fare il programma e di comunicare con i veronesi per un periodo sufficiente a farsi conoscere nel potenziale ruolo di primo cittadino.

Non è uno sfizio. E’ la legge che è stata fatta per rendere la figura del candidato sindaco centrale. E se l’uscente la sua centralità già ce l’ha, lo sfidante se la deve creare. E per farlo ci vuole tempo.

L’aria che tira

L’aria che tira nel centrodestra invece depone esattamente per il contrario. Circolano dei nomi, ma niente di più. Di certezze non ce n’è neanche una. O meglio, una c’è. Il nome lo sceglierà come al solito il tavolo romano. Per il resto tutto è possibile. 

E stando a quello che ci confidano gli esponenti di vertice dei partiti, almeno per ora, l’argomento non è nemmeno in agenda. Andrà a finire che il candidato lo sceglieranno un paio di mesi prima delle elezioni. Il che significherebbe partire col piede sbagliato.

Non tanto perché dimostra come i leader dei partiti ignorino il proverbio di cui sopra, ma perché in questo modo darebbero l’impressione che non si tratta di una scelta politica per fermare il declino della città e preparare la rinascita, ma di un accordo per mettere una bandierina su Palazzo Barbieri.