(Angelo Paratico) Per molti della mia generazione (noi boomer), Indro Montanelli, con i suoi articoli e la sua visione della storia, è stato una fonte di ammirazione e di rispetto. Quando a Hong Kong pubblicai un libretto con i Detti di Confucio, l’immagine dell’uomo superiore confuciano che mi venne alla mente fu proprio la sua e, per questo motivo, gli dedicai quel libro. Dopo che venne estromesso dal Giornale, fui uno dei pochi abbonati all’estero che lo seguirono al fallimento della Voce. Una delle prime crepe nel monumento che gli avevo eretto la causò Gino Agnese, scrittore e inviato speciale, scomparso l’anno scorso. Mi disse che, senza dubbio, Montanelli aveva una scrittura che fa innamorare, ma per lui ciò che contava non era il vero, bensì il verosimile, e mi citò vari esempi di ciò.

Le bugie di Indro
Andai a verificare e con grande tristezza dovetti ammettere che Agnese aveva ragione, le bugie più eclatanti furono l’immagine, da lui spesso ricordata, mentre s’aggirava per Piazzale Loreto e contemplava i corpi straziati di Mussolini e degli altri. Eppure, lui restò al sicuro in Svizzera sino al 22 maggio 1945. L’altra gran balla era la storia della sua moglie-bambina abissina, che è esistita solo nelle sue fantasie, come è stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio. Un piccolo ufficiale italiano non poteva permettersi quelle libertà.
Renata Broggini, storica svizzera di Locarno, è stata una specie di nemesi per quel racconta-frottole di Montanelli; infatti, dopo qualche contatto, comprendendo bene dove volesse andare a parare, rifiutò sempre di risponderle e incontrarla. In particolare, un libro della Broggini, ricavato dalle attente ricerche archivistiche, ha sgretolato la fama di Montanelli di essere un cronista attento e credibile. Si tratta di “Passaggio in Svizzera. L’anno nascosto di Indro Montanelli”, Feltrinelli, 2007 e ristampato nel 2021, che pure ebbe pochissimo impatto in Italia. L’immagine che se ne ricava rileggendo le sue giravolte verbali è quella di un romanziere, una sorta di Ernest Hemingway che fu inviato in Europa prima della II guerra mondiale e poi licenziato dal suo giornale perché tendeva a fornire delle trame di romanzi, con sé stesso al centro, invece che notizie attendibili.

L’espatrio in Svizzera
Indro Montanelli, il 14 agosto 1944, si presentò alla frontiera svizzera, al Costone di Stabio, nel Varesotto. Con lui c’erano l’americana Dorothy Gibson, Anna Grella, il generale Zambon e un tale Luigi Monti, che li accompagnava. Le guardie tedesche li lasciarono passare, facendo finta di nulla. Sua moglie, l’austriaca Margarethe de Colins de Tarsienne, rimase in carcere. Agli svizzeri dice di essere fuggito da San Vittore, grazie al Comitato di Liberazione Nazionale. Si spaccia per uno della resistenza e in seguito darà varie versioni su come abbia potuto sfuggire alla condanna a morte, che in realtà non era mai esistita. Su questa “fuga” e condanna a morte, Montanelli ha dato varie versioni con il passare del tempo e con la morte di testimoni che avrebbero potuto contraddire lo stesso Montanelli. Sostenne che fu Mussolini in persona a chiedere la sua morte, ma è provato che il Duce non ne sapesse nulla (lo aveva posto fra i canguri giganti non fra i traditori), poi parlò del maresciallo finlandese Mannerheim, Dollman, Ugo Osteria, un celebre doppiogiochista che riuscirà dopo la guerra a essere nominato da Parri responsabile delle informazioni per la Presidenza del Consiglio.

Il Maresciallo Rodolfo Graziani lo fece liberare
Però, la vera verità emerge dal libro della Broggini, la quale riporta la versione pubblicata nell’ottobre 1962 sul Roma di Napoli da Felice Bellotti, un ex corrispondente del Corriere della Sera, e vice di Montanelli a Helsinki. Il merito della sua liberazione va alla moglie del maresciallo Graziani, amica della madre di Montanelli, Maddalena Doddoli. Su incarico di Graziani, Bellotti con Valerio Benuzzi, funzionario degli Interni, incontrò il generale Harster a Verona, comandante delle SD. Harster telefonò a Milano e poi disse: “Montanelli e la moglie verranno scarcerati domani e porti i miei saluti al maresciallo Graziani”. Il problema per Bellotti arrivò due giorni dopo, fu convocato dal colonnello Rauff a Milano, che non aveva gradito di essere stato scavalcato. Montanelli era passato in Svizzera il giorno prima e Rauff gli urlò: “Ora ci va lei in galera al posto suo!” e gli disse che la moglie di Montanelli sarebbe stata deportata in Germania. Bellotti uscì con le gambe che tremavano. La versione di Bellotti, altamente credibile, venne volutamente ignorata da Montanelli, che però modificò il suo atteggiamento nei confronti di Graziani, da assassino e violento colonialista a gentiluomo.
Tornato al Corriere della Sera, trovò il direttore Mario Borsa che disprezzava Montanelli, avendo intuito la sua vera natura, e che lo relegò in un angolo. La stella di Montanelli riprese a brillare dopo il licenziamento di Borsa e l’arrivo di Guglielmo Emanuel.
Il Montanelli che esce da questo libro della Broggini lo fa assomigliare a un Oscar Giannino, più che ad Hemingway, con le sue sparate quando era ospite di Bruno Vespa a Porta a Porta, e quando sento dire che Montanelli c’era e gli disse…mi viene subito in mente Renata Broggini.
