(Angelo Paratico) Tutti coloro che sono interessati allo studio della II Guerra Mondiale e a quel grosso enigma che è stato e resta Adolf Hitler, non potranno mancare la lettura di un testo pubblicato da Kaos Edizioni e intitolato “Il Libro Segreto di Adolf Hitler”, uscito con una gran messe di note critiche curate da Giorgio Galli,

Ricordiamo che Giorgio Galli, in Italia, è stato un pioniere nello studio della componente mistica e magica dell’ideologia nazista. Mancando questa conoscenza irrazionale del nazismo, molte delle decisioni prese da Hitler e dai suoi sostenitori non trovano alcuna spiegazione logica. Non appena entrò a Vienna nel 1938, Hitler volle farsi dare la lancia di Longino. Per questo motivo, il libro di Giorgio Galli “Hitler e il Nazismo magico”, che ha attraversato varie edizioni e ristampe, resta un testo fondamentale di studio.
L’introduzione del libro di Galli è quella che Telford Taylor, un generale americano e giurato al processo di Norimberga, scrisse nel 1961 per la prima edizione mondiale di quest’opera, che fu subito tradotta e stampata nello stesso anno dalla Longanesi.
Il libro segreto di Adolf Hitler
Tutti conoscono i due volumi del “Mein Kampf” di Hitler, usciti nell’autunno del 1925 e nel dicembre del 1926; ignorano che Adolf Hitler nei primi mesi del 1928 dettò un terzo libro che propose all’editore Max Amman, che non fu mai pubblicato, e quel testo non fu mai rivisto e corretto. Fu ritrovato da un soldato americano sepolto fra migliaia di documenti tedeschi, nel 1945, che provenivano per la gran parte da Monaco di Baviera e solo tredici anni dopo venne riconosciuto come opera di Adolf Hitler.

Queste scarne pagine, battute a macchina, furono riscoperte nel 1958 dal professor Gerhard L. Weinberg negli archivi tedeschi e trasferite ad Alexandria, Virginia, dall’esercito americano.
In precedenza, erano apparsi vari indizi circa la sua esistenza: un accenno fatto dalla segretaria di Hitler a “un libro di politica estera mai pubblicato”; un’allusione di Hitler nelle “Conversazioni a tavola di Hitler” uscito nel 1953 e curato da Hugh R. Trevor Roper e infine la testimonianza di Josef Berg, un collega dell’editore Max Amman, che aveva avuto il manoscritto fra le mani e ne aveva conservata una copia in cassaforte, mentre l’altra stava al Berghof, la residenza estiva di Hitler.
L’ammirazione di Hitler per Benito Mussolini, che pare quasi amore, resta il leitmotiv di questo libro, così come il problema della sovranità italiana sul Sud Tirolo. Nei primi mesi del 1928 uno degli argomenti più scottanti che Hitler dovette affrontare fu, appunto, la questione del Sud Tirolo, che non voleva strappare all’Italia, a differenza della destra liberale tedesca.
Pertanto, egli fu accusato di essere stato pagato da Mussolini per far cadere le rivendicazioni germaniche su quelle terre. Per giustificarsi, Hitler sviluppò delle contorte argomentazioni, non ultimo un complotto massonico-ebraico, per spiegare queste polemiche dirette contro di lui e per giustificare il fatto che quel territorio, abitato da popolazioni di lingua tedesca che Mussolini voleva italianizzare con la forza, doveva restare all’Italia.
Dopo l’Anschluss, nel 1938, Hitler s’affrettò a rassicurare Mussolini sul fatto che il Brennero sarebbe rimasto la frontiera fra la Germania e l’Italia, e il problema altoatesino rimase irrisolto sino a dopo il termine del conflitto, anche se durante la guerra gli altoatesini furono incentivati a trasferirsi oltre il confine e, addirittura, in Crimea, quando questa fu occupata dall’esercito nazista, ma in entrambi i casi senza molto successo.

Un fatto poco conosciuto è che molti figli di ex nazisti dopo la guerra vennero dati in affidamento a Merano e Bolzano, come i figli di Borman e di altre figure apicali del defunto regime. Le polemiche sulla sovranità in Sud Tirolo si placarono solo a partire dall’estate del 1928, quando Hitler cominciò a corteggiare la destra borghese tedesca, che egli aveva violentemente attaccato proprio in queste pagine e dunque, per motivi d’opportunità politica, il futuro Führer pensò bene di non riaccendere inutili polemiche che s’erano già sopite. Questo spiega la sua non pubblicazione. Tale testo ricorda e riassume molti dei motivi presenti nel “Mein Kampf”, ma dopo i primi capitoli introduttivi, di storia vista con il prisma dell’ideologia razziale, troviamo certe affermazioni di straordinaria lucidità, mischiate a banalità, un po’ come nel “Das Kapital” di Karl Marx (1818-1883).
Fa bene l’editore a ricordare che anche in questa opera echeggiano, in forma implicita ed esplicita, le idee razziali del “mito ariano”, in quanto tale, che in realtà non furono una creazione originale di Adolf Hitler, come ingenuamente pensano in molti, ma possiedono vari padri nobili, come Martin Lutero (1483-1546); David Hume (1711-1766); Immanuel Kant (1724-1804); Joseph Arthur de Gobineau (1816-1882); Francis Galton (1822-1911) per citarne solo alcuni, tutti autori che furono letti e memorizzati da Adolf Hitler e dagli ideologi nazisti.
Come dicevamo, Adolf Hitler mostra in queste pagine un’enorme ammirazione per il fondatore del fascismo e non è disposto a guastare i rapporti italo-tedeschi per salvaguardare i diritti di duecentomila altoatesini; infatti, egli sviluppa argomenti secondo i quali la Germania e l’Italia hanno e avranno interessi comuni, condividendo, con la Gran Bretagna, una stessa bestia nera: la Francia.
Di questo libro lo storico americano William Shirer disse: “Dopo aver letto queste pagine posso concludere che Hitler non fu molto geniale perché fece gli stessi errori fatti dai suoi predecessori, che criticava molto aspramente, e che prometteva di evitare”.
