Il presidente di Confimi Apindustria Verona, Claudio Cioetto, interviene sul futuro dell‘acciaieria di Taranto: «L’acciaio è un asset strategico per la manifattura italiana. Serve un progetto globale per l’intero impianto, prima di ripetere gli errori fatti con l’automotive».

La prospettiva di una cordata di imprese italiane per il futuro dell’ex Ilva rappresenta un segnale positivo, ma da sola rischia di non bastare. A dirlo è Claudio Cioetto, presidente di Confimi Apindustria Verona, che chiede a gran voce una presenza diretta e significativa dello Stato al fianco degli investitori privati per tutelare un polo industriale cruciale per l’intera economia nazionale.

Salvaguardare l’area a caldo per evitare un’acciaieria «dimezzata»

Secondo Cioetto, il piano di rilancio non può fermarsi a una soluzione di comodo: «Non possiamo accontentarci di un intervento limitato all’area a freddo. Senza l’area a caldo verrebbe meno il cuore produttivo dell’Ilva, con il rischio di ritrovarsi un’acciaieria dimezzata».

Il ritardo nel trovare una soluzione rapida e stabile comporta pesanti ripercussioni economiche e sociali, sia per i lavoratori e le loro famiglie, sia per l’intero sistema produttivo che necessita di certezze per la programmazione degli approvvigionamenti.

Il rischio dipendenza dall’estero

Un ridimensionamento dello stabilimento di Taranto finirebbe per colpire a cascata la filiera manifatturiera italiana. In mancanza di produzione interna, le imprese nazionali sarebbero costrette a importare acciaio da paesi extraeuropei come Cina o India, esponendosi a costi maggiori, tempi lunghi e criticità operative.

«L’Italia non commetta con l’acciaio lo stesso errore fatto con l’automotive», avverte Cioetto. «Quando si perde un presidio di questa importanza, non si perde solo produzione, ma anche competenze, occupazione e capacità di competere a livello internazionale».

L’appello allo Stato: «Scelta strategica, non assistenzialismo»

Da qui la richiesta formale di un intervento pubblico con una quota di rilievo: l’ingresso dello Stato garantirebbe la stabilità e la visione d’insieme necessarie per tutelare l’interesse nazionale. «Non si tratta di assistenzialismo, ma di una scelta strategica. Il tempo delle incertezze è finito: serve una soluzione chiara, credibile e duratura che sappia conciliare competitività, sostenibilità ambientale e tutela del lavoro».