Dimenticati gli insegnamenti degli ingegneri della Repubblica Veneta
( m.b.) Oggi il dibattito pubblico sul dissesto idrogeologico e sul cambiamento climatico è improntato a una narrazione quasi dogmatica, con un racconto catastrofista che attribuisce ogni smottamento, straripamento o erosione esclusivamente alla “furia imprevedibile del clima”, assolvendo di fatto l’incapacità gestionale dell’uomo contemporaneo.
È prassi rifugiarsi dietro la retorica dell’emergenza globale per non affrontare una realtà ben più banale e sgradevole: abbiamo semplicemente smesso di fare manutenzione e abbiamo dimenticato come si governa il territorio.
La serenissima gestione dell’acqua dell’Est Veronese
Mentre oggi ci si limita ad allarmismi e a costose grandi opere tampone progettate a disastro avvenuto, basterebbe studiare la storia dell’Est Veronese — tra la Valtramigna, la Val d’Illasi e la Val d’Alpone — per capire quanto la nostra epoca, presuntuosamente tecnologica, sia regressiva rispetto al passato.
Tra il ‘400 e il ‘700 la Repubblica di Venezia, attraverso i Provveditori sopra i Beni Incolti (magistratura istituita nel 1556), impose una disciplina idraulica ferrea e capillare, fondata sulla consapevolezza che la montagna e la collina andassero regolate per proteggere la pianura, non abbandonate a se stesse in nome di un falso ambientalismo del “non toccare nulla”.
L’acqua era accompagnata e rallentata fin dalla cima del monte
I Serenissimi progettarono un sistema dove l’acqua veniva accompagnata e rallentata fin dalla cima del monte. I versanti collinari furono infrastrutturati con terrazzamenti e muri a secco, maragne, che spezzavano le pendenze, impedivano l’erosione e facevano filtrare la pioggia senza accumulare quella pressione idrostatica che oggi fa crollare interi versanti asfaltati o abbandonati.

Giunta a valle, l’acqua trovava una maglia rigorosa di fossati di scolo sottoposti a espurghi regolari, che trasformava la pianura alluvionale in una spugna controllata. Anzi, quell’acqua che oggi fa paura venne piegata alla produzione attraverso rogge per muovere i mulini da grano e alimentare i magli battiferro — come quelli storici della Valtramigna — dove si forgiavano gli strumenti per l’agricoltura. L’acqua, per i Veneziani, era una risorsa da incanalare e sfruttare.
Il paradosso della modernità è che abbiamo lasciato marcire i muri a secco, abbandonato i fossi di guardia alla vegetazione infestante e consentito la cementificazione dei fondovalle.
Incolpare il clima è comodo, perché sposta la responsabilità sul cielo. Studiare e riapplicare l’ingegneria pragmatica dei veneziani imporrebbe invece di rimboccarsi le maniche, ripristinare i vincoli idraulici e tornare alla cura quotidiana della terra. Una strada decisamente meno di moda, ma l’unica che funziona.

