(Angelo Paratico) Sessantacinque anni fa un ingegnere elettronico cinese, direttore del centro di ricerca dell’Olivetti, era seduto sul sedile posteriore della sua Buick. Aveva chiesto al suo giovane autista di guidare a tutta velocità da Ivrea a Milano. Come al solito era di fretta, ma doveva studiare alcuni importanti documenti. Il tempo era brutto e c’era nebbia; ebbero un incidente, scontrandosi con un autocarro, e morirono entrambi. Quell’ingegnere si chiamava Mario Tchou e aveva 36 anni. In Italia il suo nome è ancora ricordato nei libri e in vari articoli, ma non come meriterebbe.

tchou famiglia
La famiglia Tchou a Roma, i genitori, al centro Mario e a destra le sue due sorelle.

Un cinese a Roma

Suo padre si chiamava Yin Chou ed era arrivato in Italia nel 1918 dalla Cina alla ricerca di macchinari tessili o di un lanificio, ma il suo destino cambiò quando iniziò a lavorare presso l’ambasciata cinese a Roma. Sua moglie, Evelyn Wang, lo raggiunse nel 1921; l’anno successivo ebbero la prima figlia, Maria, poi il 26 giugno 1924 il primo figlio, Mario, e due anni dopo un’altra figlia, Memè. Evelyn era una donna rivoluzionaria che si batteva per i diritti delle donne e nel 1929 tornò in Cina per un viaggio di oltre due anni con i figli, lasciando però il marito in Italia.

Mario otteneva sempre degli ottimi voti a scuola: era uno studente brillante e, durante le sue feste in casa, molti bambini di famiglie italiane in vista giocavano con lui. Il cortile dell’ambasciata cinese era il luogo ideale per giocare a calcio e Mario faceva parte della squadra.

Nonostante la guerra, nel 1945 Mario si laureò con il massimo dei voti presso l’Università di Ingegneria di Roma e suo padre lo mandò negli Stati Uniti con una borsa di studio. Nel 1947 consegue la laurea in ingegneria elettrica presso la Catholic University of America a Washington, DC. Nel 1949 ottiene un Master of Science al Brooklyn Polytechnic con una tesi sulla diffrazione polare. Vi incontrò Mariangela Siracusa, una studentessa italiana alla Columbia University, e i due si sposarono. Il matrimonio finirà pochi anni dopo.

Dal 1952 fu assistente alla Columbia e direttore del prestigioso Marcellus Hartley Laboratory.

Nel 1954 Mario Tchou incontrò Adriano Olivetti, il giovane proprietario dell’Olivetti, l’industriale visionario alla guida dell’Olivetti Business Machines. I due uomini si trovano in sintonia e fu una sorta di amore a prima vista. Adriano Olivetti aveva già incontrato il premio Nobel Enrico Fermi ed entrambi concordavano sul fatto che il futuro sarebbe stato dell’elettronica.

Olivetti Elea Triennale di Milano
Olivetti Elea

Nasce in Italia il primo polo elettronico al mondo

Mario Tchou condivideva la stessa idea e accettò di tornare in Italia, dove gli sarebbe stato affidato un gruppo di ricerca e sarebbero stati messi a disposizione i fondi necessari.

Inizialmente l’Olivetti unì le forze con l’Università di Pisa; il gruppo s’insediò in una piccola villa sperduta nella campagna italiana a Barbacina, vicino a Pisa. Dopo pochi mesi, Mario Tchou e Adriano Olivetti ritengono di non poter procedere con quella struttura e decidono di creare un centro di ricerca autonomo, di proprietà esclusiva di Olivetti. Mario Tchou selezionò un team di ingegneri e dichiarò a un giornale: «Le cose nuove le fanno i giovani. Solo i giovani si buttano a capofitto con entusiasmo e collaborano senza personalismi, in piena armonia e senza creare quegli ostacoli derivanti dalle abitudini».

Erano tutti italiani, tranne uno, il canadese Martin Friedman. Uno dei grandi meriti di Mario Tchou fu la capacità di selezionare le persone giuste e di lasciarle fare ciò che sapevano fare meglio.

Nel settembre 1957 fu realizzato il primo prototipo di calcolatore elettronico, il modello Zero, nome che fu poi cambiato in Elea 9001 e che funzionava con valvole e pochi transistor. Vedendo che funzionava, decisero di procedere con una versione industrializzata. Fu allora che Mario Tchou decise di cambiare rotta, una scelta che si rivelò fondamentale; uno dei suoi ingegneri, destinato a una brillante carriera, lo ricorda ancora oggi: «Quella decisione fu presa durante una riunione urgente convocata da Mario Tchou in un pomeriggio domenicale dell’autunno del 1957. All’epoca il transistor era un componente utilizzato solo nei laboratori e il suo impiego era estremamente rischioso e poteva comportare un ritardo di un anno. Questo fu chiaramente spiegato da Mario Tchou durante la sua introduzione, ma ci disse che aveva deciso di procedere in tal senso. Questa decisione dimostra chiaramente la sua visione lungimirante. Era un leader e un visionario”. È in questo periodo che il suo primo matrimonio giunge al termine e lui intraprende una relazione con una giovane pittrice, Elisa Montessori, dalla quale avrà due figlie.

I transistor non erano disponibili sul mercato in quantità sufficiente in tutta Europa e Olivetti creò una nuova società per produrli; tale società è ancora operativa e si chiama STMicroelectronics. Il nuovo computer era quasi pronto quando decisero di trasferirsi in una nuova sede, a Borgo Lombardo, vicino a Milano. Il nuovo supercomputer fu chiamato Elea 9003, grande come un campo da tennis con una console delle dimensioni di un frigorifero. Al mondo esisteva un solo computer, quello dell’IBM, ma l’Olivetti era tecnologicamente all’avanguardia, nonostante disponesse di fondi inferiori. Il progetto fu affidato a Ettore Sottsass, all’epoca non molto conosciuto ma oggi ricordato come uno dei più grandi nomi del design industriale, che realizzò una macchina splendida e vinse un premio. Era accattivante e modulare. Nonostante il costo elevato, le prestazioni della macchina erano impressionanti per l’epoca; le grandi aziende piazzarono degli ordini e vennero vendute 35 unità. Una è ancora in funzione oggi presso un istituto tecnico in Italia, dove gli studenti possono letteralmente entrare nella sua memoria e navigare nella RAM. Mario Tchou lavorò alla sostituzione dei comandi meccanici con controlli elettronici per le macchine utensili. All’epoca era un’idea totalmente rivoluzionaria.

Ricorda Lucio Borriello: «Mario Tchou mi affidò il progetto di costruire due registratori di dati per la raccolta e la registrazione di un reattore nucleare presso la centrale atomica di Latina».

Nel 1960 Mario Tchou iniziò a lavorare a un nuovo computer, più economico e più potente; il risultato sarà l’Elea 6001, destinato alla vendita a università e laboratori; tra il 1961 e il 1965 ne saranno vendute 100 unità.

Mario Tchou
Mario Tchou

L’Olivetti viene distrutta

All’inizio del 1960 Adriano Olivetti fu colpito da un ictus e morì in uno scompartimento ferroviario: una grave perdita per l’azienda. In quel momento Mario Tchou decise di cambiare il linguaggio di programmazione delle macchine Elea, passando dal Fortran utilizzato da IBM all’Algol, più avanzato. Quella fu la sua ultima decisione azzeccata e un nuovo computer cominciò a prendere forma, ma Mario Tchou morì poco prima del lancio. Una perdita insostituibile, anche se il suo team di giovani ingegneri, guidato da Piergiorgio Perotto, l’uomo di fiducia di Mario Tchou, proseguì la produzione del primo computer da tavolo. Si chiamava Programma 101, noto anche come Perottina. e fu presentato a una fiera a New York nel 1965. Il 4 ottobre 1965 il New York Times, il Wall Street Journal, Business Week e l’Herald Tribune uscirono con titoli simili in prima pagina: «Il primo computer da tavolo al mondo». Hewlett Packard ne acquistò cento esemplari, ma poi immise sul mercato un prodotto simile. Olivetti li citò in giudizio e ottenne un risarcimento di 100.000 dollari per la violazione del brevetto.

Quella fu la fine del sogno di Mario Tchou. Olivetti aveva commesso alcuni errori strategici, come l’acquisizione di macchine per scrivere Underwood, e poche persone credevano ancora nel futuro dell’elettronica. I banchieri la salvarono, ma una delle condizioni fu la cessione della divisione elettronica alla General Electric. E come ebbe a dire Vittorio Valletta, che da ragioniere era diventato il patron della Fiat, restando ragioniere nell’animo: “Il futuro della Olivetti sta nella meccanica, non nell’elettronica”.