(Emanuele Torreggiani) Achille tra la vita e la morte sceglie la morte. Il pelide sa che morirà a Troia e sa che solo così il suo nome non andrà a scomparire nell’oblio. Combatte dunque contro la caducità delle cose del mondo che solo la gloria, cantata dal poeta, è capace di sconfiggere. Così è l’eroe. Avrà a pentirsene? Si. Nell’Ade, il luogo senza tempo quindi senza la forma, privo di idea, lo confesserà a Odisseo, l’uomo che passa in visita. Ma sia. Traslando i millenni di Achille, ancora oggi è viva la figura. Potere della poesia, dunque. Ora, titolare di un qualunque luogo non è cosa da poco. Strade, vie, piazze, edifici. Meriterebbe una valutazione pensata. Non è difficile.

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Grandi nomi del passato

Propongo a titolo esplicativo. Trent’anni fa, incrociando per la via un ventenne, un quarantenne, un sessantenne e domandando chi è l’avvocato? Questo avrebbe risposto, senza incertezza, Giovanni Agnelli. Lui era l’Avvocato per definizione. L’uomo della FIAT, ricchissimo, colto, raffinato, elegante, poliglotta, spregiudicato, cinico, spietato, crudele, un principe rinascimentale. Il Principe leone e volpe di Machiavelli. Pur vivendo nell’agio, aveva contezza della tribolazione di un salariato. Aveva atteso a scuola per davvero, ricevendone un’educazione ferrea.

E sapeva, la scuola! Che le cose passano velocemente. Sapeva che la FIAT sarebbe passata, lo è, e la sua gloria terrena pure, effimera tanto quanto la vanità. E per incistare il proprio nome, il suo passaggio su questa terra, lo legò ad una strepitosa collezione di dipinti che donò al Comune di Torino. La sua città, lui in vita. La sala con Carrà, De Chirico, Guttuso, Sironi, etc…porta il nome suo e quello della sua consorte Donna Marella Caracciolo Agnelli. Il viandante che vi entra legge i nomi dei donatori in riflesso alla luce delle opere. Tutto qui. E non è poco. È consapevolezza. Piena.

Oggi, chiedendo ad un ventenne o quarantenne chi mai sia l’avvocato, questi non saprebbero che dire, Google strabocca di avvocati in ogni via. Più o meno. Tra cinquant’anni non ci sarà più neppure l’ombra della FIAT, auguralmente, a Torino permarrà la sala delle opere, il suo nome verrà sillabato.

Ora, intitolare un aeroporto non è cosa da poco. È un luogo in cui si celebra un rito di passaggio. Tra pochi minuti atterriamo a Roma Leonardo da Vinci, a Bergamo Orio al Serio Caravaggio, a Venezia Marco Polo. Nomi immortali che stridono con Malpensa Silvio Berlusconi. Lo scrivo subito e senza infingimenti. A me, ignoto giornalista, di tutti i pippotti pro e contro Silvio Berlusconi non importa nulla, lo dico alla Ventennio: me ne frego. Me ne frego di tutti i pippottoni sulla mafia, del bunga bunga, del suo partito, della sua politica, dei suoi miliardi. Non è per nulla questo.

È stato un imprenditore capace, sì; innovativo, sì; umanamente non so dire, non spetta a me e neanche ai suoi dileggiatori o esaltatori speculare in pettegolezzi ed agiografie. Sta alla pari con il Marconi di Bologna? No. Con i già menzionati? No. Sta alla pari con l’avvocato. Si. Post mortem l’oblio. Tra cinquant’anni neppure i suoi nipoti, o pronipoti, ne parleranno a Natale, se ci sarà ancora. Caravaggio è davanti agli occhi, Marco Polo è il Milione, Leonardo, solo il nome.  L’intitolazione è, a mio avviso, una forzatura politica polarizzata priva di basilare cultura. Cultura che latita in ogni polo. E rende la polemica stucchevole, triste, volgare, inutile.

Silvio Berlusconi sarebbe stato il primo a comprenderne la forzatura priva di sostanza. Utile solo per mantenere in effimero coma il partito che aveva fondato e che non ha eredi, inevitabilmente il partito era lui e solo lui. Scrivo, alla buona, questa mia bagatella osservando una foto inviatami, in via riservata, dal bravo giornalista ivi presente Fabrizio Provera.

Si vede, tra i presenti, ansioso di apparire in un rigo d’ANSA con una stucchevole frase, il compunto dottore Fedele Confalonieri, amico e sodale dell’imprenditore sin dalla lontana gioventù. Il volto fermo in una gramaglia invalicabile. Consapevole della strumentalizzazione in corso e affranto, ma presente per il dovere dell’amore che l’amicizia sigilla. Credo avesse il desiderio di starsene solo nel suo salotto a suonare; è un bravo pianista, un pezzo di Schubert o il valzer di Shostakovic che S.B. avrebbe di certo gradito.Già si dichiara di rimuovere la titolazione alla prossima tornata. Che miseria. Che povertà. Che politica senz’anima e contezza. A Manzoni, Alessandro Manzoni, si doveva l’aeroporto, la saletta vip a S.B.

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Hotel Villa Malpensa, un tempo proprietà di Caproni. La cancellata in ferro era una pensilina della vecchia stazione ferroviaria di Milano.

Il mio ultimo incontro con Silvio Berlusconi

Vidi il Cavaliere Silvio Berlusconi un paio di giorni prima del decesso. Usciva dalla magnifica proprietà del Gernetto limitrofa alla mia dimora. Aveva il volto di Antonius Block nel Settimo sigillo. Rallentai a fermarmi. Tra le severe guardie del corpo il codazzo parassitario. C’è solo un presidente, gridai in memoria dell’invincibile Milan, oggi spettro tra spettri. Mi fece un cenno e sorrise aggrappato alla vita che aveva vissuto e stava andando via tutta. L’Arcivescovo di Milano, Sua Eccellenza, Mario Delpini, tenne poi un’omelia vibrante, impastata di misericordia e fermezza.

Mentre me ne andavo mi commossi. Non lo nascondo, piansi. Mi chiesi perché. Per l’uomo che muore. È solo, indifeso. Non ha più niente. Solo un uomo che muore. Non passo più dal Gernetto. È in abbandono. Esattamente come la villa di Giovanni Agnelli a Villar Perosa, in vendita. Caravaggio, il magnifico bandito dell’arte, è ancora vivo. Come Achille insaziabile di morte nella pura poesia. D’altronde, D’Annunzio cos’ha fatto.

Ha, costruito in vita la sua tomba, il Vittoriale. Lui è là per sempre. La sua verità artistica. Intitolargli Malpensa è un torto alla sua umanità. Non lo capirete mai. Per quattro voti, non cinque. Quattro. Non ha eredi. Era tutto legato alla sua persona. Un artista, al contrario, è solo la sua opera, non la persona. Non lo capirete mai. L’artista è l’universale; l’uomo il particulare. Fa niente. L’oblio, la cruenta polvere. Le lapidi imporrite al camposanto devastato. Alla fine, la polvere. Ignoranti.