(Angelo Paratico) La vera passione di Dante Alighieri fu la politica: l’arte e la poesia furono solo dei sottoprodotti dei suoi arrovellamenti morali. Il suo gran genio gli impedirebbe (semmai dovesse rinascere) di essere un buon sindaco di Verona. Certamente uomo di destra, a suo modo fu molto religioso e nazionalista, pur essendo stato favorevole all’imperatore germanico e avverso al potere papale del tempo e, dunque, fu antesignano del movimento protestante. Ma, come uomo politico, oggi sarebbe un fallimento, perché aveva dei grossi difetti che lo rendevano assolutamente inadatto alla politica: non dimenticava nulla, non perdonava, ed era moralmente inflessibile. I sindaci di Verona dimenticano molto, perdonano tutto e sono moralmente flessibili.

Dante Alighieri passò la sua breve e intensa esistenza muovendosi da un luogo all’altro, tranne che per gli anni veronesi, dove ebbe davvero una casa ma fu sempre solo, come un uomo che si sveglia quando tutti gli altri ancora dormono.

Verona lo ospitò due volte. La prima volta dopo che fu proscritto da Firenze, il 27 gennaio 1302. Non avendo pagato la forte multa che gli era stata inflitta e non essendosi presentato a Firenze, accettando delle condizioni assai umilianti, il 10 marzo 1302 la sentenza fu tramutata in pena di morte: andava messo al rogo igne corbutarur sic quod moriatur.

Restò dapprima con i suoi compagni d’esilio, guelfi bianchi e ghibellini, sino al convegno di San Godenzo, nell’alta Valdisieve, dove partecipò ai loro tentativi di rientrare con la forza a Firenze. Poi si deve tenere conto che non avrebbero combinato nulla e si staccò da coloro che in seguito definì compagnia malvagia e scempia. Giunse a Verona nei primi mesi del 1304, forse come emissario della universitas alborum i guelfi bianchi moderati.

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Cangrande

La città di Verona, che era stata di Ezzelino e di Teodorico lo accolse a braccia aperte e vi poté assistere alla corsa del Palio Verde, il 15 febbraio 1304. Il 7 marzo 1304 morì Bartolomeo Della Scala, figlio di Alberto I e di Verde di Salizzole, e il potere passò ad Alboino Della Scala. Dante lasciò Verona, per motivi che non ci sono noti e nel 1306 lo ritroviamo in Lunigiana.

Il suo secondo ritorno a Verona

Nel 1311 Firenze ribadì la sua esclusione dall’amnistia, e questo deve averlo gettato in un profondo sconforto. Nell’estate del 1312 fece ritorno a Verona, dove strinse amicizia con Cangrande della Scala, che aveva conosciuto quando lui era ancora un bambino. Fra il 15 ottobre e il 6 novembre 1315 un certo numero di “ghibellini e ribelli” fra i quali Dante Adhegherii e filii vennero colpiti da una nuova condanna a morte, stavolta per decapitazione e venne concesso a chiunque di colpirli impunemente negli averi e nella persona, caput a scapulis amputetur ita quod penitus moriatur. La pesante sconfitta fiorentina di Montecatini, del 29 agosto 1315 alla quale avevano partecipato anche dei soldati veronesi mandati da Cangrande, costrinse Firenze a un nuovo giro di vite contro coloro che considerava dei traditori.

Dante si spostò a Ravenna nel 1320 per motivi che non ci sono noti, una mossa che alla fine gli fu fatale. Alcuni storici sostengono che la sua fu “una tappa di avvicinamento a Firenze, in vista dell’incoronazione poetica pateticamente auspicata nel venticinquesimo canto del Paradiso”. Secondo altri sarebbe partito per Ravenna su incarico di Cangrande, per via del suo interesse nel sale di Cervia e per spingere Guido Novello da Polenta a resistere alle lusinghe dei veneziani. La sua permanenza durò poco, perché vi morì il 13 o il 14 settembre 1321 essendo tornato d’ambasceria da Vinegia in servigio de’ signori da Polenta. Una tragedia, perché a 56 anni si trovava nel pieno della sua forza creativa. La figlia di Dante, Antonia, divenne monaca a Ravenna, prendendo il nome di suor Beatrice, questo è un segno che doveva aver seguito il padre, da Verona a Ravenna e dove forse il Boccaccio la incontrò, nel 1350.

Castruccio Castracani
Castruccio Castracani, lucchese, fu il vincitore di Montecatini, battaglia alla quale parteciparono anche dei soldati veronesi.

Dante fu veronese

“La patria di un uomo è dove vive felice”, scrisse Voltaire. Il secondogenito di Dante, Pietro Alighieri, una volta compiuti gli studi giuridici a Bologna si trasferì a Verona, dove operò come magistrato e dove già risiedeva suo fratello, Jacopo, che aveva ricevuto da Cangrande un canonicato e dei benefici nella parrocchia di San Giorgio in Valpolicella. La casa che fu di Pietro Alighieri è ancora visibile, in Corso di Santa Anastasia, al numero 38. La conferma che quella fu la sua abitazione la si deve a Giulio Sancassini e risale al 1972, grazie alla scoperta di un atto notarile, redatto nel 1453 da Pietro III Alighieri di Leonardo.  La famiglia di Pietro Alighieri fece erigere una cappella dentro alla chiesa di San Fermo. E la linea degli Alighieri di Verona proseguì nel tempo, con vari personaggi degni di nota, per esempio Lodovico Alighieri (Verona, 1498 – Verona, 1547) che fu giurista, politico e letterato. Dante III (Verona, 1462/1463 – Mantova, 1513/1514) un politico e poeta, figlio di Pietro III Alighieri. Lodovico Alighieri (Verona, 1498 – Verona, 1547) giurista e poeta. Pietro Alighieri acquistò una tenuta a Gargagnago di Valpolicella e la tradizione di produttori di vino prosegue sino ai giorni nostri, grazie al matrimonio di Ginevra Alighieri, l’ultima discendente veronese degli Alighieri, con Marcantonio Serego. Nacque così la casata dei Serego Alighieri che ancor oggi produce eccellenti vini, conosciuti e apprezzati in tutto il mondo.

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Tommasi, non Dante

“Dove si trova Dante Alighieri oggi?”. Si chiedeva Giovanni Papini e concludeva dicendo che dopo la morte sarebbe finito in Purgatorio, cosa che lui stesso sapeva, ma era anche certo che poi sarebbe salito in Paradiso, come gli aveva profetizzato Beatrice, dunque non crediamo che voglia scendere giù per fare il sindaco di Verona.