di Emil Ludwig
Il poeta che amava e capiva la bellezza più profondamente di qualsiasi poeta dell’ultimo cinquantennio (Wilde appartiene al cinquantennio precedente) abitava in una casa sovraccarica come la musica di Wagner. Questa casa proveniva anzi in certo senso da Wagner, essendo stata costruita in riva al Garda da un suo genero. D’Annunzio, che aveva moltiplicato per dieci la sontuosità della casa da lui conquistata, sarebbe stato invece piuttosto adatto all’opera comica, dove, dovendo sostenere la parte di intrigante o di prestigiatore non avrebbe avuto bisogno di travestimento. Era piccolo, burlesco, e allora, nel ’32, quando era già sui sessantacinque, calvo; si dava l’aria di uomo di mare, si faceva chiamare Comandante, benché fosse diventato Altezza, principe e, per di più, molto tempo innanzi, genio. Coi suoi movimenti agevoli e sottili, il suo parlare rapido eppure meravigliosamente curato, col motto di spirito rapido, coi suoi eleganti colpi mancini avrebbe potuto benissimo sostenere la parte di un toreador in pensione o di un buffone di corte.

Siccome era una primadonna, io mi ero preparato per il nostro incontro un atto di cortesia, che d’altra parte era una verità benché suonasse come una lusinga: «Lei è il primo, dopo lord Byron, che abbia trasformato la propria poesia in realtà e che da vero poeta si sia elevato all’azione.»
Egli si riposò subito nel suo italiano classico, enumerando sulle dita le ragioni in contrario.
«Perché Lord Byron? In primo luogo, i suoi versi sono molto più brutti dei miei. In secondo luogo è andato in Grecia per dirigervi la lotta di liberazione come ho fatto io a Fiume. E là si è buscato semplicemente un raffreddore e subito è morto!»
Dopo questa risposta sapevo che in D’Annunzio vecchio dovevo aspettarmi una specie di Voltaire e perciò volli adottare un altro tono. Ma lui aveva attaccato il suo disco romantico e nelle quattro ore che passò con me continuò a mostrarmi tutta quanta la sua casa sovraccarica di roba e ad annodare a questa roba la sua conversazione. Naturalmente tentai più di una volta di condurre il poeta a parlare di Mussolini che allora egli odiava già da tempo. Insieme con la parte del cicerone, il Poeta sosteneva quella del principe orientale e quando io ammirai un cristallo in mezzo a venti altri sparsi sul tavolo, subito egli mi regalò la pietra. Poi, quando fece portare degli scialli di seta che sosteneva di aver tessuti personalmente, me ne regalò uno per mia moglie che non conosceva. Soprattutto intorno a lui c’era un’atmosfera erotica che non cedeva mai e si rivelava nella sua voce, nei suoi aggettivi e nei suoi esempi, però senza mai abbassarsi nella sfera sessuale.
In un locale spaventosamente pieno di gessi stavano i due Prigioni di Michelangelo, ma non nudi come a Parigi, bensì deturpati da broccati e catene.

Alla vista della mia espressione spaventata disse:
«Qui mi è apparso un giorno il maestro in persona, Michelangelo, e mi ha ordinato di ornare a questo modo le sue statue.» Evidentemente egli raccontava queste storie ad ogni visitatore, esattamente come qualcuno che non sapesse più sopportare la sua celebre aria.
« Come mai lei può tollerare di aver avuto una grande idea nazionale e un altro gliene ha tolto di mano l’attuazione?» D’Annunzio, infatti, è il padre spirituale del fascismo.
Improvvisamente si sentì assalito e, per la prima volta dopo due ore, fece una pausa che drammaticamente prolungò; poi, molto lentamente, disse: «Misterioso!». E a questo riguardo non si lasciò indurre a dire altro. Quando, una settimana dopo, Mussolini mi domandò della mia visita a D’Annunzio, della quale era informato da parecchio tempo ed io gli definii il poeta una figura tragica, egli mi domandò perché.
« Perchè deve stare a guardare che un altro attua le sue idee.» Immediatamente si ebbe la stessa pausa, anche qui mancò la risposta e il dittatore disse d’improvviso: «Ieri non parlavamo del trattato di Versailles?»
Di sopra, nella sua stanza di lavoro, che del resto era piccola, D’Annunzio aveva messo quattro gessi greci che non vedeva affatto durante il lavoro perché incombevano su di lui da tergo. Su un tavolino aveva messo una mano di marmo, evidentemente copiata da un gesso, anche qui con un anello al dito e una croce posata sul palmo. Disse:
« Questa è la mano della divina Eleonora Duse.» Disse proprio «divina».
Sullo scrittoio c’era un gran foglio coperto della sua grande scrittura. Me lo accennò dicendo che era una parte del suo lavoro più recente. Ma un musicista che era stato a fargli visita l’anno innanzi aveva visto lo stesso foglio allo stesso posto. In una stanza da letto piccola in modo assurdo e ricoperta di piastrelle come i gabinetti nelle stazioni di provincia c’era, nel punto dove si doveva immaginare la testa d’un dormiente, la testa di gesso del bel Giulio Romano.

«Io penso di morire in questo letto», disse il cicerone. Dunque, in certo modo, faceva provar prima alla celebre testa del guerriero la posizione del poeta.
In quel tempo faceva costruire all’esterno grandi stanze che non si addicevano alla villa che era da dire piuttosto piccolina; mi dichiarò che vi avrebbe allogati i laboratori di tessitura e di intaglio di cui si occupava. Poco dopo la sua morte, in una quelle sale vidi la bara coperta di vetro, con due soldati ai lati.
In quel mondo soprariscaldato e di inganni estetizzanti, visse almeno durante gli ultimi quindici anni quell’uomo che non fu superato da nessun contemporaneo per ricchezza di fantasia, bellezza di versi e splendore di sogni. Questo uomo aveva precedentemente abitato presso Firenze una delle più belle ville del Cinquecento, a Venezia un palazzetto circondato da un giardino e a Fiume, dove per alcuni mesi aveva fatto il re, un magnifico edificio antico. In gioventù aveva scritto versi meravigliosi, ma non soltanto in gioventù. Aveva posseduta tutta la gloria, tutte le donne e tutta la bellezza che aveva sognato e in fondo era ammattito soltanto in seguito alle frasi nazionalistiche che in realtà non importavano nulla a quell’europeo che sapeva anche scrivere poesia in francese. Davanti a me pronunciò motti di spirito a proposito di Fiume, che chiamò una piccola indifferente città commerciale.
Quando Mussolini, che in certa guisa dovette addormentarlo col denaro e con l’oppio, lo seppellì in una splendida edizione completa delle sue opere in quaranta nobili volumi, il poeta ornò per me un volume con la sua dedica. Era il dicembre ’33 e i miei libri erano stati bruciati pubblicamente. Poi quell’uomo che aveva inventato poeticamente tutto ciò che in seguito fu compiuto realmente dai barbari, scrisse nel libro, dopo il mio nome di bandito in ispirito, le parole seguenti: «Gloriosamente proscritto».
Tale si sentiva egli stesso e in verità tale egli rimase. Un paio di volte fece visita al suo amico d’un tempo, che gli aveva tolto il potere ed anche lo accolse nella casa sul Garda. Ma si odiavano; e, pur in mezzo al paese in cui egli aveva dato l’avvio al movimento di violenza, il poeta divenuto vecchio ed amaro si sentiva un esiliato.
Morì solitario e senza teatralità nella sua stanza di lavoro.
