(Angelo Paratico). Venerdì 9 ottobre 2026, al termine della cerimonia di commemorazione, il Comune di Vajont ha inaugurato nella Biblioteca civica la mostra fotografica “9 ottobre 1963. Dopo la fine, un nuovo inizio”, realizzata insieme alla sezione locale dell’Associazione Friulana Donatori di Sangue. Vi vengono esposte circa 70 fotografie dell’epoca custodite in municipio e non mostrate al pubblico da trent’anni. Queste immagini in bianco e nero non hanno perso nulla della loro iniziale drammaticità e per questo motivo è stata  prevista la possibilità di organizzare visite per scolaresche e gruppi in orari diversi da quelli ordinari, con prenotazione diretta all’associazione. Questo è giusto e va fatto. Infatti, se dovessimo chiedere a un campione di italiani che cosa successe, un buon 50% risponderà che crollò la diga e l’acqua travolse dei villaggi a valle di questa. In realtà la diga è ancora lì ed era la diga a doppio arco più alta del mondo quando fu terminata.

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La diga è ancora in piedi

E resta incredibilmente ancora in piedi, avendo retto la mostruosa onda d’urto causata dallo tsunami creato dalla caduta di una parte del Monte Toc dentro al bacino, resistendo varie volte al carico minimo di sicurezza. Questo mostra come sia stata costruita da gente competente e onesta, che ha svolto con coscienza il proprio lavoro.

Quella meraviglia d’ingegneria fu costruita dalla ditta Torno S.p.a. di Castano Primo, in provincia di Milano. Il suo fondatore fu Giuseppe Torno (1896-1971), un celebre imprenditore e costruttore milanese, fondatore della Torno S.p.A. Mio padre lo conosceva bene e io stesso, bambino, lo avevo incontrato.

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Come scrive lo storico turbighese Giuseppe Leoni: “Giuseppe Torno nacque il 1° dicembre 1896 a Castano Primo. Dopo il diploma di geometra fu assunto dalla società Vizzola Spa che aveva appena finito di costruire i primi impianti idroelettrici del Ticino (Vizzola, Turbigo, ecc.), nel mentre gestiva anche la rete elettrica del Castanese. Si licenziò presto da questa importante azienda del tempo per continuare l’opera del padre che aveva avviato una impresa edile (la lista delle opere in tutto il mondo durante il ventennio, è troppo lunga per essere riportata qui)  Nel 1957, la Torno iniziò la costruzione del canale di Zevio per la Sava di porto Marghera; nel 1958 la diga del Vajont e due anni dopo la diga del Mis, entrambe per la Sade; poi le opere civili per due centrali idroelettriche, quelle di Colombere e Sondrio; quella termonucleare di Latina, oltre a tre lotti della Metropolitana Milanese”.

Subito dopo la tragedia del 9 ottobre 1963, sconvolto dal numero di morti e pur essendo estraneo alle responsabilità geologiche e decisionali della Sade, la ditta che sovraintendeva al progetto,Torno disse: “Dobbiamo cambiare mestiere”. E da quel momento la Torno Spa che aveva costruito dighe in tutto il mondo, decise di dedicarsi alla realizzazione delle nascenti reti autostradali e ferroviarie italiane (tra cui l’Autostrada del Sole) e la Rete 1 della Metropolitana milanese.

La Torno Spa non ebbe nessun ruolo nella gestione del bacino: ma il disastro fu accelerato dalle ripetute operazioni di invaso e svaso (il riempimento e svuotamento del lago artificiale) volte al collaudo, che accelerarono lo scivolamento della montagna. Al momento della tragedia la gestione idroelettrica era interamente in mano alla SADE (e in parte alla neonata ENEL).

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Si scandagliarono fatti e perizie e venne condannato l’ingegner Alberico Biadene, responsabile della Sade, perché, quando vide piegarsi gli alberi sul Monte Toc, e aveva ancora dieci ore per dare l’ordine di evacuazione, non fece nulla salvo affidarsi alla Provvidenza, come dichiarò in tribunale. Tutta la Sade non fece nulla salvo affidarsi alla buona sorte, impropriamente chiamata Provvidenza. E Il disastro del Vajont non fu causato da semplice incuria. La scelta criminale di portare a termine l’opera a tutti i costi, nonostante vi fosse la consapevolezza dei gravi rischi, fu determinata da forti interessi economici in gioco. Per questo diciamo che potrebbe accadere di nuovo. Il subentro dell’Enel alla Sade prevedeva il pagamento degli impianti funzionanti e dunque dai vertici della Sade venne esercitata una continua pressione per farli entrare in funzione nel più breve tempo possibile. Andavano arrestati tutti i vertici della SADE.