La ricerca, pubblicata sul British Medical Journal, è nata da un’intuizione dell’Università di Verona nel 2010

Gli antidepressivi, se prescritti alle dosi raccomandate e in base alle condizioni cliniche del paziente, non sembrano aumentare il rischio di aritmie gravi, eventi cardiovascolari o morte cardiaca. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato a fine settembre sul British Medical Journal, nato da un’intuizione sviluppata all’Università di Verona nel 2010 e portato avanti grazie alla collaborazione tra il dipartimento di Medicina dell’ateneo scaligero, la Cardiologia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e l’Università di Oxford.

La ricerca ha analizzato i dati individuali di 8.679 pazienti coinvolti in 35 studi e trattati con dieci diversi farmaci antidepressivi, disponendo per ciascuno di informazioni cliniche complete sul rischio cardiovascolare e di precise misurazioni elettrocardiografiche. Un’ulteriore analisi, condotta su oltre 52mila pazienti, non ha evidenziato un aumento degli eventi cardiovascolari o delle morti cardiache tra chi assumeva questi medicinali rispetto a chi non li utilizzava.

L’attenzione dei ricercatori si è concentrata anche su farmaci come amitriptilina ed escitalopram, che possono prolungare l’intervallo QT dell’elettrocardiogramma, un’alterazione potenzialmente associata, in determinate condizioni, a gravi aritmie. Nella popolazione esaminata, tuttavia, queste aritmie non si sono verificate.

Flavio Ribichini
Flavio Ribichini

«Le alterazioni elettrocardiografiche provocate dagli antidepressivi, quando i farmaci vengono utilizzati alle dosi raccomandate, non si traducono in problemi cardiaci nella pratica clinica», spiega Flavio Luciano Ribichini, direttore della Scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare dell’Università di Verona e della Clinica cardiologica dell’Aoui. La prescrizione, sottolinea, risulta quindi sicura quando viene adattata alle caratteristiche e al quadro clinico di ogni paziente.

Il progetto affonda le radici in un incontro nazionale organizzato il 17 settembre 2010 dalla Cattedra di Psichiatria dell’Università di Verona, negli spazi del Policlinico. In quell’occasione era stato affrontato il possibile legame tra i farmaci utilizzati per trattare depressione e psicosi e l’insorgenza di aritmie cardiache potenzialmente fatali. L’esperienza clinica di Ribichini e Andrea Cipriani, all’epoca ricercatore dell’ateneo veronese, aveva però sollevato dubbi sull’esistenza di una correlazione diretta tra le modifiche dell’elettrocardiogramma e le aritmie più gravi.

Andrea Cipriani
Andrea Cipriani

Da quell’intuizione è nato un percorso di ricerca proseguito negli anni successivi, anche dopo il trasferimento di Cipriani in Inghilterra, dove ha continuato a occuparsi di farmacologia degli antidepressivi e degli antipsicotici. La collaborazione tra Verona e Oxford ha consentito di mettere insieme dati clinici ed elettrocardiogrammi di decine di migliaia di pazienti, arrivando ai risultati pubblicati sulla rivista scientifica.

«Questa pubblicazione mette a disposizione della comunità scientifica dati che possono rassicurare i medici chiamati a prescrivere antidepressivi», conclude Ribichini, evidenziando come le anomalie elettrocardiografiche associate a questi farmaci, alle dosi raccomandate, non sembrino tradursi in conseguenze cliniche concrete. Un risultato che valorizza il contributo della ricerca veronese e una collaborazione internazionale costruita nel tempo, con l’obiettivo di fornire indicazioni più solide per la pratica clinica.