In carcere ci può finire per errore anche una persona perbene. Perciò il problema deve interessare tutti
(Antonella Traina) Continua la nostra inchiesta sul sistema carcere e nello specifico sulla struttura di Montorio e sulle persone che a questa realtà afferiscono per lavoro o per impegno sociale.
Stavolta abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Michele Nardi, ex magistrato, presidente dell’associazione Liberi Liberi Art.27, e Domenico Mastrulli, avvocato, segretario nazionale FS – Co.S.P., sindacato delle guardie di polizia penitenziaria. Entrambi sono venuti a Verona in occasione della terza edizione del Memorial Matteo Concetti. Un evento sportivo e di impegno civile che si tiene a Verona in ricordo di Matteo Concetti, un giovane di 25 anni, morto tragicamente in carcere.
Si tratta di un triangolare di calcio benefico che mette a confronto diverse realtà della comunità e del sistema carcerario. Lo scopo è riunire sport e riflessione sociale e accendere i riflettori sulle condizioni di vita all’interno degli istituti di pena, sul disagio dei detenuti e sull’importanza della giustizia riparativa.
Michele Nardi, ex magistrato, è molto deciso e categorico nelle sue dichiarazioni. «Il carcere dovrebbe essere limitato alla presenza dei soli violenti e dovrebbe essere un modo per contenere chi mette in pericolo l’incolumità altrui. Nella realtà il carcere contiene per la maggior parte persone che hanno commesso reati non violenti, – dichiara il presidente di Liberi Liberi Art.27 – abbiamo reati di ogni tipo, ma soprattutto di persone malate».

Dati alla mano il 25% dei reclusi sono tossicodipendenti, un altro 10% soffre di patologie psichiatriche e un restante 25% è costituito da persone in attesa di giudizio. «Di queste, molte risulteranno innocue al termine dell’inferno che stanno passando– continua Nardi-.
Questo ci dovrebbe far riflettere sul fatto che a chiunque può capitare di finire nelle maglie di una ingiusta detenzione».
Ogni anno lo stato risarcisce 1000 persone per questo motivo. Nardi si sofferma anche sulle conseguenze morali e sociali di una carcerazione indebita.
«Significa perdere la digità, a volte la famiglia, i rapporti sociali, essere stigmatizzati e, quando si viene assolti, la gente comuqnue ti guarda come uno che se l’è cavata, non una vittima del sistema. Nella società civile è diffusa un’idea molto autoritaria della giustizia che ritiene una persona assolta “un colpevole che se l’è cavata“».
«La nostra Costituzione invece sancisce che tutti sono innocenti fino a prova contraria. Un’avvelenamento culturale causato da chi, anche magistrati, ha propugnato l’idea che le manette siano la panacea di tutti i mali. Il carcere, invece, come la pena di morte, non ha mai reso migliore la società ma noi, che siamo gli eredi di Beccaria, sembra che lo abbiamo scordato».
Sono sempre i dati a parlare. In Italia ci sono 65 mila detenuti. «Il 37 % di questi, quando uscirà, delinquerà nuovamente. Poi ci sono 200 mila persone condannate, ma che stanno usufruendo dell’affidamento in prova al servizio sociale perchè le pene sono al di sotto dei 4 anni. Le statistiche dicono che, di queste, solo il 2 % torna a delinquere. Questa è la dimostrazione scientifica che il carcere non solo non crea sicurezza ma genera, invece insicurezza».
Liberi Liberi Art.27 è stata costituita proprio a Verona il 23 aprile 2025. Ha lo scopo di sostenere gli individui e le famiglie vittime del farraginoso sistema giudiziario e si propone di favorire il dialogo fra tutti gli attori coinvolti, vittime di violenza, autori di reati, avvocati, magistrati, consulenti tecnici e forze di polizia.
L’avvocato Domenico Mastrulli è il rappresentante sindacale delle guardie di polizia penitenziaria. Un’altra categoria di persone che, anche se per motivi diversi sono vittime del sistema carcerario. Al torneo era presente anche lui, in rappresentanza dei suoi iscritti.
«La polizia penitenziaria ha avuto 189 casi di suicidio negli ultimi 20 anni. 40 solo negli ultimi 5 anni – esordisce -. Senza contare poi le ripercussioni sulla vita privata di un lavoro così estenuante, matrimoni falliti, debiti, stipendio basso e, spesso, ad aumentare sono i provvedimenti disciplinari nei confronti degli agenti, anche per motivi futili, come una risposta ad un superiore».

Una situazione da collegare ai turni di servizio pesanti e al perenne sotto organico degli agenti. « I concorsi per assumere vengono fatti ma i nuovi assunti non sono mai sufficienti a rimpiazzare chi va in pensione – continua Mastrulli – Inoltre un migliaio dei nuovi entrati si dimette dopo pochi mesi perchè si spaventa all’impatto con la realtà del carcere».
Un agente penitenziario controlla, in genere, intere sezioni, che contengono dai 150 ai 200 detenuti. Quello di Montorio, ad esempio, è sovraffollato: 650 reclusi contro i circa 332 di capienza programmata. E’ una situazione esplosiva che ricade interamente sul personale del penitenziario.
«Immaginiamo 190 agenti assunti ma, di questi, una quarantina sono sottoposti ad assenza giustificata perché malati o vittime di aggressioni. Spesso vengono picchiati o malmentati dai detenuti violenti – continua Mastrulli – Dai rimanenti 150 dobbiamo togliere il nucleo traduzioni e scorte, cioè quelli che devono accompagnare ogni singolo detenuto fuori dalla cella. Ne rimane un centinaio che devono suddividersi in tre turni di 8 e 16 ore».
Le sezioni sono quasi una ventina, sparse fra i vari reparti detentivi. Ci sono detenuti lavoranti, quelli che devono andare ai vari colloqui dal magistrato, nell’ufficio degli educatori, in quello sanitario, e poi dal cappellano, in lavanderia, in magazziono. Ogni volta il detenuto viene perquisito e accompagnato. Gli agenti penitenziari non stanno perennemente nei corpi di guardia ma vigilano, avanti e indietro, il reparto e devono gestire tutte queste richieste.
«C’è un movimento spaventoso nell’arco di ore che va dalle 7 di mattina alle 20 di sera – dice Mastrulli – Come si fa a non impazzire, ad avere un dato altisssimo di agenti esauriti ? Non abbiamo il dono dell’ubiquità. Stiamo facendo richieste a chiunque, anche al Padreterno. I concorsi ci sono ma il turn over è continuo». Sarebbe indispensabile costituire un tavolo permanente per affrontare tutti questi problemi, suggerisce Mastrulli
che a Verona, è venuto per dare la sua testimonianza e sostenere i ragazzi che lavorano qui. «Mi sono sentito abbracciato e accolto pur non conoscendo nessuno. Organizzare una giornata all’insegna dello sport ma soprattutto della giustizia, della pace e della legalità è molto importante.Essere stato invitato è un grande onore».

Anche Camillo Smacchia, responsabile e direttore del Serd, Servizio per le Dipendenze, pone l’accento sullo sport. Al torneo partecipa una squadra di ex tossicodipendenti. «Purtroppo dalla tossicodipendenza è difficile uscire e sono molti gli adulti ancora invischiati in questa realtà” –spiega – Lo sport è un momento di condivisione del valore personale di salute, di relazione con gli altri e anche di introiettazione di regole che spesso sono state infrante».

Della stessa opinione Federico Lugoboni dell‘AC Forense, la squadra degli avvocati. «E’ giusto sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema carceri e sulla mancanza di personale della polizia penitenziaria che fa fatica a lavorare» .
«Noi partecipiamo volentieri a questa iniziativa, anche se, quest’anno, è andata male perchè abbiamo perso» -sdrammatizza. La squadra dei legali veronesi, di cui fanno parte anche penalisti, è storica e per 5 volte è stata campione del d’Italia degli avvocati. «Questo è un modo per unire l’utile al dilettevole e per trasmettere un messaggio importante».

Massimo Garonzi è il rappresentante di Progetto Serena, l’associazione che forma cani di allerta diabete in collaborazione con l’istituto di endocrinologia dell’Università di Verona. «Abbiamo collaborato con Liberi Liberi Art.27 e creato percorsi formativi rivolti a persone in carcere o in misure alternative” – racconta – L’obiettivo è insegnare la cura e l’addestramento dei cani per dare ai partecipanti, detenuti, un senso di responsabilità e una qualifica professionale, spendibile nel mercato del lavoro e utile per favorire il loro reinserimento».
