Dopo 160 anni possiamo anche dirci la verità senza mettere in discussione l’unità nazionale
(Paolo Danieli) Il Veneto celebra i 160 anni dell’annessione all’Italia avvenuta con il plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866. Non per riportare indietro le lancette della storia, né per inseguire anacronistiche secessioni, ma solo per dissipare la nebbia della propaganda, operazione che dopo più di un secolo e mezzo si può anche fare senza il timore di essere accusati di aver parlato male di Garibaldi. Operazione doverosa, perché è giusto che la verità emerga sempre.

L’Italia c’è e non si tocca. D’accordo. Tuttavia che il Risorgimento che ha portato all’unità d’Italia del 1861 non sia stato un moto popolare ma la realizzazione di un progetto di espansione su tutta la penisola da parte della dinastia dei Savoia con l’appoggio di Inghilterra e Francia è ormai un dato acquisito da molti storici accusati di revisionismo.
Come se fosse un male rivedere come sono andate davvero le cose dopo che il tempo ha dissolto la nebbia della propaganda. Perché non si può negare che la storiografa celebrativa risorgimentale fosse ispirata alla necessità di “fare gli italiani” dopo che era stata “fatta l’Italia”, come recita la famosa e rivelatrice frase di Massimo D’Azeglio. Ma se gli italiani bisognava farli, vuol dire che non c’erano. E allora come dare torto ai “revisionisti”? Anche perché la storiografia non può che essere il risultato di una continua revisione a mano a mano che ci sono testimonianze, scoperte archeologiche, nuovi studi e acquisizioni.

I risultati del plebiscito parlano da soli
Allora, a distanza di 160 anni, si celebri pure, ma è anche giusto dire come sono andate le cose. Per capirlo basta salire la scalinata di palazzo Barbieri, il municipio di Verona, e leggere, nell’atrio subito dopo le colonne, sulla destra, la lapide che riporta il risultato del plebiscito: 88.864 favorevoli all’annessione, i contrari solo 5!
Lo stesso vale per tutto il Veneto: sui quasi 2,5 milioni di abitanti di allora, solo 69 voti contrari!
Chiunque capisce
E’ palese che quella del 1866 non fu una libera espressione di voto ma un’annessione militare.
Lo scenario geopolitico in cui siamo immersi non è certo quello che può permettere anche solo di immaginare impossibili ritorni al passato che, si sa, per definizione non torna più.
Ma limitarsi a celebrare pedissequamente senza un minimo senso critico e rispetto della verità, più che un servizio alla Nazione diventa un vuoto ed inutile esercizio retorico.
