(di Gianni Schicchi) Ventotto stagioni artistiche sono un traguardo davvero importante che I Virtuosi Italiani vogliono festeggiare in maniera adeguata. Ecco allora un concerto alla giusta portata, con un organico e due solisti di un certo rilievo. Il programma è di altrettanto peso ricorrendo ad un nome, quello di Beethoven, di cui si anticipano i festeggiamenti, visto che nel 2027 ricorrono anno i duecento anni dalla scomparsa.
Il tutto facendo ricorso alla Quinta Sinfonia in do minore, forse la più eseguita e la più universalmente conosciuta fra le sue nove, considerata il paradigma del sinfonismo beethoveniano nel senso che nessuna altra opera presenta le caratteristiche, quasi le idiosincrasie del linguaggio di Beethoven, con altrettanta chiarezza e concisione.
Nessuna pagina aveva mai organizzato il principio del contrasto, del “patetico” schilleriano, con una tale integrazione fra scansione ritmica e invenzione tematica: tutto muove da una idea di quattro note – “ecco il destino che batte alla porta” come avrebbe detto Beethoven al povero Schindler – che invadono ritmicamente tutto lo spazio disponibile, cancellando ogni distinzione fra disegno e ornamento.

Fin dalle prime esecuzioni l’opera suscitò infatti l’entusiasmo della critica più incline alla nuova sensibilità romantica, come testimoniò anche E. Th. Hoffmann che ne intuì “l’unitarietà e la logica interiore”, oltre il cliché del Beethoven “sfrenato” sostenuto dalla critica erudita.
La serata si è aperta poi, nella grandiosità del Quinto Concerto, “Imperatore”, ultimo concerto per pianoforte collegato alla tonalità eroica e solenne di mi bemolle maggiore, che si sposa in modo sorprendente con una amabilità nel proseguire il clima del Quarto Concerto: il riscatto poetico dell’ornamentazione (scale, arpeggi, trilli), o la ricerca di una sonorità da glockenspiel nel registro acuto del pianoforte, che sono comuni alle due opere.
Per il piano esecutivo, il direttore musicale Alberto Martini e i suoi Virtuosi, sono ricorsi ad un giovane pianista già in carriera, come Elia Cecino, che sta guadagnando consensi e simpatie in tutto il mondo. E per la direzione, ad una guida sicura e navigata come quella di Corrado Rovaris, da sempre vicino a I Virtuosi Italiani per confortarne i vari successi in tutto il mondo.
Per l’esecuzione al Ristori, prima di tutto bisogna osservare come ottima sia stata l’intesa tra il solista e l’orchestra, non solo nella precisione dell’insieme, ma anche e soprattutto nell’amalgama sonoro. Non era assolutamente scontato con un monumento che sul piedistallo ci sta benissimo, anzi un approccio simile poteva essere, sulla carta almeno, abbastanza problematico. Infatti l’inizio dava l’impressione di essere un poco sottotono, soprattutto con l’Allegro.
Nel prosieguo invece si sono apprezzati molti dettagli, come la cura nei dialoghi tra gli strumentini nello sviluppo del primo movimento e la profonda espressività che caratterizza il successivo Adagio un poco mosso, per non dire di un finale pieno di vitalità, a tratti anche ruvido nel suono, ma travolgente negli sforzi e nella verve ritmica.

Nell’interpretazione di Elia Cecino non vi è stata solo tecnica, ma anche espressione che ha comunicato spesso emozione. Il tocco è stato comunque incisivo, controllata la dinamica, adeguata la tavolozza timbrica. Ha suonato insomma con molto trasporto e piacevole è stata la sonorità. Convinti gli applausi rivolti dal pubblico, seguiti da ben tre bis, su brani di Chopin, Liszt (ricorreva il suo compleanno) e Puccini.
Ha sorpreso poi la lettura della Quinta Sinfonia, pietra miliare nella storia dell’evoluzione del genere, perché il direttore Corrado Rovaris – di cui si sono sempre apprezzate la sicurezza, il carisma, la concretezza del gesto – ha trascinato l’orchestra in una esecuzione densa, tirata, dinamica, senza cali di sorta. Una vera esplosione di energie, sprigionate e culminanti nel tema del destino, di una imperiosità austera, come se la tensione fosse tutta nell’attesa delle note più che nelle note stesse. Intensi e fragorosi gli applausi finali, anche ritmati del pubblico, a premiare una direzione brillante, pienamente all’altezza del compito.
