(di Gianni Schicchi) Novant’anni fa, nello stesso 1936, due compositori scrivevano i loro lavori diversissimi: uno per far giocare i ballerini a poker, l’altro per far correre una giovane signora ad una festa. Ora quei due lavori s’incontrano per la prima volta sul palcoscenico del Teatro Filarmonico. Da un lato Jeu de Cartes di Igor Stravinsky, balletto neoclassico dai ritmi cangianti e ricco di citazioni. Dall’altro Amelia al ballo di Gian Carlo Menotti, spassosa opera buffa che mischia i cliché del melodramma italiano e li serve con un sorriso.
La nuova produzione di Fondazione Arena di Verona è firmata dal regista, scenografo e costumista Filippo Tonon, con la coreografia di Matteo Levaggi per il balletto e la direzione del maestro Francesco Ommassini.
Giancarlo Menotti, pur essendo di Varese svolse prevalentemente la sua attività negli Stati Uniti. Fu un personaggio che riempì le cronache mondane dei rotocalchi degli anni Sessanta/Settanta, regista e librettista, organizzatore (chi non ricorda il suo Festival dei Due Mondi di Spoleto), autore eclettico di musica principalmente destinata al teatro, intento a fondere i mezzi linguistici più eterogenei, che ci spiegano come Stravinski e Prokofiev non siano passati invano.
La sua “Amelia al ballo”, una spassosa opera buffa su suo libretto, fu il primo grande successo della sua carriera operistica statunitense, scritta durante il soggiorno viennese del 1936, compiuto con l’amico Samuel Barber e ultimata l’anno successivo negli Stati Uniti. Subito ripresa in diversi teatri americani e quindi europei (la prima ebbe luogo a San Remo al Teatro Municipale, il 4 aprile 1938), Amelia al ballo fu scritta originariamente in italiano e quindi tradotta in inglese da Georg Mead a differenza di quanto avvenne per i suoi successivi lavori.

Sul piano strettamente musicale, Menotti fu decisamente un conservatore, con spiccate nostalgie per la tradizione ottocentesca e verista. Amelia al ballo non si sottrae a queste caratteristiche essendo un’opera di impianto e di linguaggio tradizionali – numeri chiusi, collegati da recitativi accompagnati, scrittura tonale -, manipolati tuttavia con sottile ironia per assecondare l’intento satirico della trama. Al centro della vicenda vi è infatti il ritratto di una giovane donna, immersa nel lusso e annoiata, desiderosa solo di partecipare a ogni ballo “importante”, colta in una situazione che sottolinea i vizi di quella società borghese e snob che Menotti aveva conosciuto a Vienna. Il classico triangolo amoroso (lei, il marito, l’amante) funge qui più da sfondo, che da cuore della vicenda, e la resa musicale, spesso caricaturale nelle figure maschili, non disdegna qualche pennellata dissonante. In primo piano non vi è che lei, Amelia, o meglio la sua idea fissa, perseguita con una caparbietà ai limiti della patologia.
Nella parte della protagonista, il soprano Eleonora Bellocci si destreggia con grande abilità nel ruolo che Filippo Tonon le affida, con qualche sorpresa (si sdoppia e si triplica con l’aiuto di controfigure) a significare la foga dei preparativi al ballo, padroneggiando al contempo i tempi comici con un timbro gradevole e un fraseggio molto espressivo. Le danno man forte i colleghi: il possente Gëzim Myshketa, nella parte del marito geloso, Leonardo Cortellazzi, in quella dell’amante sognante e nei ruoli minori, l’amica di Ana Victoria Pitts, l’astuto commissario di Nicolò Donini e le due cameriere, Manuela Schenale e Alessandra Andreetti.
Le scene di Filippo Tonon, stile anni Trenta, sono geniali nello scorrere orizzontalmente, per scale e interni, sicuramente funzionali: un allestimento gradevolissimo che il pubblico ha apprezzato.
La prima parte della recita era invece imperniata su Jeu de Cartes, un balletto di Stravinski dove il gioco è una delle categorie fondamentali della poetica stravinskiana, portata in questo balletto al massimo dell’esemplarità. Gioco che significa anche utilizzazione sarcastica ed iconoclasta di materiali tematici del passato. Chiara dimostrazione di un programma culturale ispirato alla poetica del neoclassicismo, che esalta il genio di Stravinski fors’anche più delle sue opere monumentali ispirate all’ellenismo.
Spunti irresistibili di sarcasmo animano l’intera partitura anche quando improvvisamente sembrano profilarsi accenni di un poetico canto, di sottile malinconia. Il motivo di valzer, il tema del Barbiere di Siviglia, le citazioni di Mozart e Ciaikovski, la musica da fiera: sono tutti elementi che possono andarsene tranquillamente a braccetto, se non denaturati, almeno ridotti a puri oggetti di una struttura che si rende ironicamente autonoma, autosufficiente: il centro simbolico, che funge da catalizzatore è appunto il puro gioco, il divertissement.
La trama del balletto pone al centro del meccanismo il jolly, carta da gioco a cui tutto è concesso nel poker, finché alla terza mano non è sconfitta da una scala reale, ottenuta con una serie di cuori. Sugli scudi il Jolly, protagonista Davide Buffon (primo ballerino dell’Opera slovena di Maribor e già in Zorba il Greco al Teatro Romano 2024), tecnicamente ineccepibile, dallo stile adamantino, coadiuvato da un gruppo di otto valide colleghe nella coreografia elegante di Matteo Levaggi preparata da Gaetano Petrosino.
Francesco Ommassini dal podio si disimpegna, con non poca bravura, specie sul versante stravinskiano, dove coglie perfettamente l’assetto geometrico della “mescolata di carte” (il celebre ritornello – fanfara) e sa dare quel giusto spazio ai ritmi spezzati, sincopi e guizzi sarcastici degli strumenti a fiato, dove le parti dell’orchestra areniana sono ormai insuperabili. Il coro areniano preparato da Roberto Gabbiani non ha molto da sbrigare, ma lo compie egregiamente. Successo indiscutibile del pomeriggio sottolineato dal convinto consenso del numerosissimo pubblico.
