La rielezione di Lula ripropone il tema del multipolarismo e dell’irrilevanza dell’Europa nei mutati scenari mondiali
(Michael Benini) La rielezione di Lula riafferma il ruolo del Brasile come leader del Sud globale, perno dei BRICS e baluardo del multipolarismo. La sua vittoria, nata da una delle coalizioni più vaste ed eterogenee della storia brasiliana, ha poggiato su un delicato gioco di pesi e contrappesi. Se la spinta a sinistra è arrivata dal sindacato CUT, dal Movimento dei Senza Terra e dalle organizzazioni indigene, a centro-destra la svolta è stata garantita dalla scelta del vicepresidente Geraldo Alckmin, figura di spicco del mondo imprenditoriale utile a rassicurare i mercati, affiancato da esponenti di rilievo come Simone Tebet e la storica ambientalista Marina Silva.

Un contributo determinante è giunto dai vertici della finanza, da ex dirigenti della Banca Centrale e da ampi settori del potente agribusiness, pronti a scommettere su Lula pur di ritrovare stabilità istituzionale e riaprire i mercati globali al riparo dai rischi di ritorsioni ambientali europee.
Nonostante ciò dopo l’esito delle elezioni l’indice Ibo Vespa crolla del 17%, impenna il dollaro e aumenta il tasso di rischio.
Mentre la politica interna cercava un nuovo punto di equilibrio, la Cina ha continuato ad avanzare sulle grandi opere con una strategia a lungo termine proseguita persino sotto la presidenza Bolsonaro, padre dell’attuale candidato Flavio Bolsonaro, dove la necessità pragmatica del settore agricolo di vendere al proprio primo acquirente mondiale ha garantito la continuità degli investimenti asiatici.
Pechino non si limita a erogare prestiti, ma acquista, costruisce e gestisce in prima persona le infrastrutture fisiche del Paese.
Nel settore energetico, colossi statali come State Grid Corporation of China e Three Gorges Corporation controllano oggi migliaia di chilometri di linee elettriche ad altissima tensione e ampie quote della produzione rinnovabile nazionale.
Sul fronte dei trasporti, le società cinesi gestiscono hub portuali chiave come il Terminal de Contêineres de Paranaguá e promuovono corridoi ferroviari bioceanici verso il Pacifico per abbattere i tempi di spedizione delle materie prime verso i mercati asiatici.
Con Lula questa cooperazione si è estesa alla tecnologia satellitare e soprattutto alla transizione ecologica, come dimostra l’insediamento dei produttori di auto elettriche BYD e GWM negli storici complessi industriali abbandonati dai gruppi occidentali.
Questo scenario pone l’Unione Europea difronte a un dilemma geoeconomico di prim’ordine. Il controllo cinese sulla logistica e sui porti brasiliani rischia di trasformarsi in un collo di bottiglia per l’approvvigionamento europeo di materie prime critiche come niobio, litio e grafite, essenziali per la transizione digitale e industriale del Continente.
Allo stesso tempo, le rigide norme ambientali dell’UE sulla tracciabilità delle filiere rischiano di produrre l’effetto opposto a quello sperato, spingendo i produttori brasiliani ad affidarsi ancor di più al mercato cinese, pronto ad assorbire enormi volumi di merci senza richiedere i medesimi standard sociali o ecologici.
Per evitare una definitiva marginalizzazione strategica nel continente sudamericano, l’Europa non può più limitarsi al richiamo dei valori o al rispetto dei regolamenti e, invece, la piena attuazione e ratifica dell’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur diventano oggi un passaggio geopolitico ineludibile, da sostenere con investimenti diretti, partnership industriali concrete e una diplomazia economica all’altezza della forza d’urto messa in campo da Pechino.
