(Davide Benedetti) Sono passati ormai alcuni mesi dalla circolare firmata dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara che estende anche agli studenti del 2° ciclo il divieto di utilizzo del telefono cellulare durante l’orario scolastico. Al di là del dibattito sull’efficacia concreta del provvedimento, la questione centrale resta un’altra: che cosa rappresenta oggi lo smartphone per adolescenti e giovani adulti?

Il cellulare è, a tutti gli effetti, la scatola nera delle nuove generazioni. Come quella degli aerei, registra tutto: conversazioni, immagini, silenzi, decisioni. Al suo interno si conserva una quotidianità spesso invisibile agli adulti, fatta di relazioni, emozioni, fragilità. Non è soltanto uno strumento tecnologico, ma un vero e proprio archivio emotivo: amicizie che nascono e finiscono, amori, esclusioni, paure, desideri. Un diario che non si scrive più a mano, ma attraverso messaggi, storie e notifiche continue.

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Di fronte a questo oggetto così centrale, il mondo adulto tende a muoversi tra due estremi opposti. Da un lato il controllo ossessivo, che si traduce nella tentazione di sorvegliare ogni accesso, leggere ogni chat, monitorare ogni comportamento. Dall’altro la rimozione, ovvero la scelta di non vedere, di delegare tutto alla tecnologia o al tempo, rinunciando a un ruolo educativo. Entrambe le posizioni risultano comode, ma inefficaci. Perché il problema non è il cellulare in sé, bensì il vuoto educativo che spesso lo circonda.

Il cellulare spazio identitario

Per i ragazzi, infatti, lo smartphone è uno spazio identitario. È lì che sperimentano chi sono e chi vorrebbero diventare; è lì che ricevono approvazioni o rifiuti, like o silenzi che assumono il peso di giudizi. È lì che il confine tra pubblico e privato si fa fragile e un errore può trasformarsi in qualcosa di permanente. Spegnere un telefono non significa spegnere tutto questo, ma rischia di lasciare i giovani soli di fronte a dinamiche che non sempre sono stati aiutati a comprendere.

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La vera sfida, allora, non è sequestrare, ma accompagnare. Non spiare, ma educare allo sguardo critico, al rispetto, al limite. Insegnare che non tutto va condiviso, che le parole hanno conseguenze anche dietro uno schermo, che l’intimità è un valore e non un contenuto. Aprire la scatola nera non significa violarla, ma creare le condizioni perché, se necessario, siano i ragazzi stessi a mostrarla. Con fiducia. Perché un adulto credibile resta il miglior antidoto a qualsiasi deriva digitale.

*insegnante Liceo Scientifico