Dal benessere promesso alla weaponization
(Alessandro Gorgoni) Negli ultimi anni l’economia internazionale è oggetto di forti sconvolgimenti. Siamo passati dalla promessa di benessere condiviso della globalizzazione alla militarizzazione (weaponization) della finanza e degli scambi commerciali. In questo scenario, le dinamiche finanziarie non rispondono più esclusivamente a logiche di mercato, ma sono divenute la prosecuzione della guerra con altri mezzi, come dimostrano le sanzioni occidentali alla Russia, le tensioni con Pechino e l’uso aggressivo dei dazi da parte dell’amministrazione Trump. Oggetto di questo scontro è anche il trasferimento di debito sovrano statunitense (Treasury bond) che sta ridisegnando molti equilibri finanziari.

Il privilegio americano di vivere al di sopra delle possibilità
Gli Stati Uniti godono di una posizione di vantaggio, disponendo della più grande potenza militare e della più innovativa economia, che consente di attrarre flussi di capitali costanti. Vivono un persistente deficit delle partite correnti compensato dall’afflusso di capitali esteri, che permette agli USA di mantenere il dollaro come valuta di riserva e di finanziare il proprio debito a tassi estremamente vantaggiosi.
Questa particolare condizione consente al governo federale e al settore privato americano di sostenere livelli di indebitamento che consentono loro di vivere, di fatto, al di sopra delle proprie possibilità. Tuttavia, proprio questa dipendenza dal capitale estero potrebbe trasformarsi in una vulnerabilità, specialmente in un contesto in cui il debito pubblico totale ha superato i 37mila miliardi di dollari.

La Cina e l’Asia
La rivalità sino-americana ha accelerato questa dinamica, rendendo il mercato dei Treasury un campo di battaglia. La Cina, perseguendo una strategia di decoupling, ha progressivamente ridotto la sua esposizione ai titoli americani: se alla fine del 2022 il portafoglio di Pechino ammontava a circa 900 miliardi di dollari, oggi tale quota è scesa a 682,6 miliardi. A fronte del disimpegno cinese, si osserva un movimento opposto da parte del blocco di nazioni alleate degli Stati Uniti.

Giappone, Singapore, Corea del Sud e Taiwan hanno incrementato la propria esposizione dai 1.600 miliardi ai 1.932 miliardi di dollari, assorbendo il debito dismesso da Pechino. Il caso di Taiwan è emblematico, perché il suo portafoglio ha superato i 312 miliardi di dollari e si è impegnata in investimenti tecnologici per 250 miliardi in America, una mossa volta a ottenere la protezione americana dalla Cina, in un momento in cui il supporto militare di Washington appare più aleatorio.
Il debito NATO
Parallelamente, i paesi della NATO, detengono poco meno del 40% del debito federale in mano a investitori stranieri, una quota che supera i 4mila miliardi di dollari ed è più che raddoppiata dal 2010 a oggi. Contrariamente alla Cina, gli investitori europei hanno accelerato gli acquisti, aggiudicandosi l’80% del debito pubblico americano collocato all’estero persino dopo l’imposizione dei dazi nel “Liberation Day”. A ciò si aggiungono oltre 6mila miliardi di dollari in azioni e 2mila miliardi in obbligazioni societarie presenti nei portafogli europei.

L’Europa vulnerabile
Tuttavia, l’aggressività americana, le continue minacce di dazi e le mire sulla Groenlandia, hanno sollevato interrogativi sulla sostenibilità di questa interdipendenza. L’Europa potrebbe sfruttare la leva finanziaria contro Washington, riducendo i flussi di capitale verso gli USA, ma è pura speculazione. A differenza di regimi non democratici come la Cina, che possono dirigere i capitali, Europa e Canada operano in un sistema di libero mercato dove i capitali sono prevalentemente privati e la loro libera circolazione è un principio basilare. Un blocco finanziario richiederebbe misure drastiche e politicamente irrealistiche, difficilmente attuabili in un’Unione Europea che fatica a trovare accordi persino sull’utilizzo dei capitali russi sequestrati.
Nonostante l’impraticabilità di un blocco diretto, la volatilità generata dall’incertezza politica di Washington e dai con la Federal Reserve rischia di ridurre l’appetito per il debito americano. In questo contesto, l’Europa, con la creazione di una vera alternativa al dollaro attraverso l’emissione di debito comune, avrebbe una strada alternativa per esercitare pressione e ridurre la propria vulnerabilità. Offrendo ai mercati titoli liquidi e affidabili in volumi significativi, l’UE potrebbe sfidare il monopolio del dollaro nelle transazioni internazionali, trasformando la propria capacità fiscale in uno strumento di geopolitica.
