(Simone Vesentini) C’è stato un momento, durante la cerimonia di chiusura, in cui l’Arena sembrava respirare. Luci, musica, lirica. Verona, ancora una volta, palcoscenico naturale capace di parlare al mondo.

La serata è stata raccontata con toni positivi: il Corriere della Sera ha parlato di “Olimpiade felice”, La Repubblica ha sottolineato la “grande bellezza” della cornice veronese, RaiNews ha insistito sul valore simbolico dell’evento. Anche la stampa internazionale, come Reuters, ha descritto l’anfiteatro come una cornice “magica”, esaltandone eleganza e forza culturale.

La presenza di figure istituzionali di primo piano – dal Presidente del CIO Thomas Bach al Presidente della Fondazione Milano Cortina Giovanni Malagò, fino alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – ha certificato il peso internazionale della serata.

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L’arena ancora una volta simbolo di Verona

Forte e coerente il focus sulla lirica e sulla tradizione musicale italiana: una scelta identitaria, quasi un ritorno alle radici dell’Arena, che ha distinto questa chiusura per qualità culturale.

Eppure la riflessione riguarda soprattutto le settimane precedenti. L’evento olimpico è sembrato scorrere sopra la città più che dentro la città. Si è avvertita una mancanza quasi totale di engagement diffuso: poche o nulle iniziative collaterali, scarso coinvolgimento coordinato di categorie economiche e associazioni, nessuna vera “attesa olimpica” costruita come racconto collettivo.

Il “sistema Verona” – istituzioni, rappresentanze, corpi intermedi,  è apparso ordinato ma distante. L’obiettivo di far funzionare la cerimonia è stato centrato; meno evidente è stata la volontà di trasformare l’evento in un percorso condiviso.

La cerimonia è stata molto bella. L’Arena ha brillato nel cielo della Storia. Le domanda ora: la prossima volta sapremo accendere la città non solo la sera dell’evento ma nelle settimane che lo precedono? Sapremo coinvolgere i veronesi?