(di Francesca Romana Riello) A Pojega il limite cambia forma: il giardino diventa spazio di cura: sabato mattina, nel Giardino di Pojega, il silenzio non era assenza di parole. Era il tempo che serviva per ascoltarle.
Per due giorni il giardino storico di Villa Rizzardi ha accolto pazienti, caregiver, professionisti sanitari, famiglie e visitatori in un percorso dedicato all’afasia e al rapporto tra cura, relazione e bellezza.
Il progetto, promosso dal Giardino di Pojega insieme all’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria e al Comune di Negrar di Valpolicella, quest’anno ha scelto di partire da un tema semplice da nominare e molto meno da attraversare: il limite,non come confine da subire bensì come punto da cui ricostruire.

Il momento centrale dell’iniziativa è stato il convegno inaugurale di sabato, “Il limite come soglia”, costruito insieme all’équipe del Servizio di Medicina Fisica e Riabilitazione dell’IRCCS Sacro Cuore guidata dalla dottoressa Elena Rossato. Non un appuntamento scientifico nel senso più tradizionale del termine, ma uno spazio costruito attorno alle esperienze di chi convive ogni giorno con le conseguenze dell’afasia dopo un ictus.
Tra gli interventi più attesi quello del vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili, che ha scelto di partire dall’immagine della siepe leopardiana per proporre una riflessione sul limite non come ostacolo ma come possibilità.
«Il limite non è una condanna, ma una condizione che dà forma alla vita», ha detto, invitando a recuperare profondità nelle relazioni in una società che spesso misura tutto in termini di velocità e prestazione.
Dopo di lui hanno preso la parola alcuni pazienti afasici presenti in sala.
Frasi brevi, spesso essenziali. Non cercavano effetto. Ma hanno cambiato il tono della mattinata più di qualsiasi riflessione teorica, riportando il tema del limite dentro l’esperienza concreta delle persone.

Il giardino come esperienza
Terminato il momento di confronto, il progetto si è spostato dentro gli spazi del parco.
Tempietto circolare, Giardino Segreto, Teatro di Verzura, limonaie e viali storici hanno ospitato attività costruite per coinvolgere pazienti e visitatori senza distinzione di ruoli.
Pittura, poesia performativa, danza, esperienze olfattive e laboratori con l’argilla hanno costruito un programma diffuso che ha utilizzato il paesaggio non come sfondo ma come parte dell’esperienza.
Tra i momenti simbolici dell’iniziativa anche l’inaugurazione del murales collettivo coordinato dalla terapista occupazionale Marta Sorokin.
A dare la prima pennellata insieme sono stati monsignor Pompili, padre Miguel Tofful, Agostino Rizzardi e il sindaco di Negrar Fausto Rossignoli. L’opera sarà collocata negli spazi del Centro di Medicina Riabilitativa dell’IRCCS.
A Pojega il limite cambia forma
La seconda giornata ha cambiato tono.
Domenica il programma, curato dall’Associazione Acero di Daphne, si è concentrato su pratiche orientate al benessere e alla relazione con il paesaggio.
Aromaterapia, musicoterapia, Reiki, fitoterapia, scrittura terapeutica, crochet condiviso e caring massage hanno accompagnato il pubblico in un percorso diffuso nel giardino. Meno parola, più ascolto. Meno ritmo, più tempo.
Belvedere, Viale dei Cipressi e gli spazi più raccolti del parco sono diventati luoghi in cui fermarsi senza l’obiettivo di arrivare da qualche parte.
La partecipazione del pubblico, nelle due giornate, è stata uno degli elementi osservati con maggiore attenzione dagli organizzatori: molti visitatori hanno preso parte alle attività proposte, confermando un interesse che va oltre il singolo appuntamento.
Parte del ricavato sarà destinata ad AITA Veneto – Associazione Italiana Afasici per sostenere le attività rivolte ai pazienti e alle loro famiglie.

Un giardino che resta aperto alla comunità
Il Giardino di Pojega, progettato nel Settecento da Luigi Trezza per la famiglia Rizzardi e oggi inserito nella tenuta storica Guerrieri Rizzardi, resta uno dei luoghi più riconoscibili del paesaggio della Valpolicella.
Per due giorni però è successo qualcosa di leggermente diverso dal solito: non è stato soltanto uno spazio da attraversare o osservare, ma un luogo usato per stare insieme, raccontarsi e costruire relazioni.
E forse il risultato più evidente di queste giornate è proprio questo: aver mostrato che un luogo storico può continuare a conservare il proprio valore senza restare fermo, aprendosi invece a nuove forme di incontro, cura e partecipazione.

