Scontro fra allevatori e ambientalisti
Il governo francese ha autorizzato per il 2026 l’abbattimento di circa 200 lupi, pari a una quota massima del 21% della popolazione stimata nel Paese, con la possibilità di salire fino al 23% in determinate circostanze. La decisione del ministro dell’Agricoltura si inserisce nel quadro del nuovo piano nazionale di gestione del lupo, noto come “Plan Loup”, e punta a contenere gli attacchi al bestiame che negli ultimi anni hanno colpito in particolare le aree alpine e rurali.
Secondo le stime ufficiali, in Francia vivrebbero oggi circa un migliaio di lupi, tornati stabilmente sul territorio dagli anni ’90 dopo essere stati a lungo assenti. La crescita della popolazione ha favorito la ricolonizzazione di diverse regioni, ma ha anche intensificato i conflitti con il settore agricolo, soprattutto negli allevamenti ovini.
Il lupo resta una specie protetta in Francia, ma il nuovo quadro normativo consente deroghe più ampie per motivi di tutela delle attività zootecniche. Il cambiamento è legato anche alla recente revisione a livello europeo dello status della specie nell’ambito della Commissione europea e della normativa comunitaria derivante dalla Convenzione di Berna, che ha aperto la strada a una gestione più flessibile.
In base al piano, gli abbattimenti non sono automatici: prima di autorizzare un intervento letale, gli allevatori devono dimostrare di aver adottato misure preventive adeguate, come recinzioni elettrificate, cani da guardiania e sorveglianza rafforzata delle greggi. Solo in caso di attacchi ripetuti e documentati le autorità possono concedere il permesso di abbattimento
L’esecutivo difende la misura come necessaria per garantire la sostenibilità economica delle aziende agricole.

Le organizzazioni di categoria parlano di una situazione diventata “insostenibile” in alcune zone montane, dove gli attacchi ai greggi si sono moltiplicati e i costi di prevenzione sono aumentati.
Di diverso avviso le associazioni ambientaliste, che giudicano l’ampliamento delle quote di abbattimento una risposta inefficace e potenzialmente controproducente. Secondo diversi gruppi di tutela della fauna, l’eliminazione di un numero elevato di esemplari rischia di destabilizzare i branchi, con possibili effetti paradossali sull’aumento degli attacchi.
Le organizzazioni chiedono maggiori investimenti nelle misure preventive e nei sistemi di indennizzo, sostenendo che la convivenza tra uomo e grandi carnivori debba essere affrontata con strumenti strutturali e non emergenziali.
Il caso francese riflette un dibattito più ampio che attraversa diversi Paesi europei: come gestire il ritorno dei grandi predatori in territori densamente abitati e fortemente antropizzati. Tra esigenze economiche, tutela della biodiversità e pressioni politiche, la Francia sceglie una linea più permissiva sugli abbattimenti, mentre il confronto pubblico resta acceso.
Il 2026 sarà dunque un banco di prova per verificare se l’innalzamento della soglia di prelievo contribuirà davvero a ridurre i conflitti o se alimenterà nuove tensioni tra mondo agricolo e ambientalista.
