Il mondo multipolare richiede dei nuovi equilibri

(p.d.) Quando è scoppiata la guerra in Ucraina il mantra ripetuto da gran parte della politica italiana ed europea era che tra aggressore ed aggredito bisogna stare dalla parte dell’aggredito.
Qualsiasi altra considerazione di ordine geopolitico ed economico era bollata col marchio di putinismo.

E adesso che è l’Iran l’aggredito da Usa e Israele, come la mettiamo? Vale ancora questa logica?

No di certo, a sentire il coro ‘occidentalista’ che approva la guerra scatenata da Trump e Netnyahu. “Fanno bene- dicono- a bombardare l’Iran”, a distruggere scuole e ospedali con tutto quel che ne consegue in termini di morte e sofferenze, perché gli iraniani sono brutti e cattivi, a differenza degli ucraini che sono belli e buoni.

Chi scrive sulla lavagna i nomi dei buoni e dei cattivi?

Ma chi è che decide se uno è buono o cattivo? A farsi questa semplice domanda non c’arriva la claque occidentalista. O preferisce non farsela, perché intuisce l’inevitabile risposta.

Chi scrive sulla lavagna i nomi dei ‘buoni’ e dei ‘cattivi’ non lo fa né secondo il diritto internazionale né secondo principi etici.
I ’buoni’ sono quelli che si piegano, i ‘cattivi’ sono quelli che hanno l’assurda pretesa di essere padroni del loro destino e di fare, a casa loro, quello che vogliono. 

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Fanno la guerra per portare la democrazia?

Così, dopo averci raccontato per anni che 93 milioni di iraniani da quasi mezzo secolo sono prigionieri di una minoranza di preti islamici fanatici e terroristi, hanno gioco facile nel giustificare l’aggressione avvenuta in barba all’Onu e alle più elementari norme del diritto.
E molti ci credono. E non si domandano: ma sarà vero che poco meno di 100 milioni di iraniani da 47 anni sono messi sotto da quattro ayatollah?

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La risposta è evidente. Non può essere. Il regime teocratico di Teheran ha il consenso. Altrimenti sarebbe stato spazzato via dal popolo, esattamente come avvenne nel 1979 allo scià Reza Pahalavi, cacciato senza aspettare che arrivassero gli americani liberatori “a portare la democrazia”. Un’altra balla che non regge più visto quello che è già successo in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq e in Libia.

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E allora, ci si chiederà, se non è più valida la storia dei ‘buoni’ e ‘cattivi’, che spiegazione dobbiamo dare a questa nuova, pericolosa guerra che ci spinge sempre più giù nel piano inclinato che porta alla catastrofe nucleare

La risposta è sotto gli occhi di tutti. 

La fine della storia e il mondo multipolare

Saltato il bipolarismo Usa/Urss, la storia è tutt’altro che finita, come proclamava il cippo-americano Francis Fukujama, cantore della globalizzazione a stelle e strisce. Sulla scena della storia invece sono comparsi altri protagonisti, altri paesi e popoli che vogliono dire la loro.

Oggi il mondo è diventato multipolare. Non ci sono più solo gli Stati Uniti, ma c’è anche la Cina, la Russia, l’india. E altri ancora stanno emergendo.
E l’hanno capito anche gli americani, che cercano, nella fase in cui non si sono definiti i nuovi equilibri, di avvantaggiarsi il più possibile e controllare, con il socio Israele, tutto il vicino Oriente, strategico per il petrolio e la posizione baricentrica.

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O Yalta o la 3ª guerra mondiale

Già, perché al punto in cui siamo, delle due l’una: o si va verso la 3ª guerra mondiale con annessa catastrofe nucleare, e allora sì che si potrebbe parlare di “fine della storia”,  oppure ci dovrà essere una nuova Yalta, un patto dove i potenti della terra si divideranno le sfere d’influenza, come avvenne fra Rooswelt, Churchill e Stalin nel 1945, alla fine della 2ª guerra mondiale. Un accordo che è durato fino ad oggi.  

E l’Europa in tutto questo? Non pervenuta.