Documentazione fotografica e un po’ di storia del Cimitero israelita
(Claudio Beccalossi) Perdura, con alone tollerante, una stomachevole mancanza di rispetto su mura e spazio esterni del Cimitero della Comunità ebraica, in via Antonio Badile 89, alle prese con scritte e schizzi vandalici del tutto impropri, non scevri da connotazione antisemita.

Ai disegni informi e ad una svastica sbiadita (ma lasciata sempre provocatoriamente vedibile), s’aggiunge perfino un mini frigo in metallo bianco abbandonato sull’erba con lo sportello semiaperto.

Brutti segni d’inciviltà (da togliere di mezzo) che dileggiano un ambito storico di pietà funeraria dei figli d’Israele scaligeri e non solo, quarto cimitero succedutosi in più di sei secoli di stanziamento ebraico a Verona.

Viaggio nel tempo
Dell’iniziale luogo d’interramento si reperiscono notizie in un atto del 1435 inerente ad un contratto d’acquisto del 1390 d’un appezzamento di Giacomo Pompei da parte del banchiere Lazzaro di fu Samuele. Venne aperto sulla riva sinistra del fiume Adige, nella contrada di San Paolo, presso Campo Marzio.
Del secondo di Campofiore (tra le attuali vie San Francesco e dell’Artigliere, sul luogo della scuola primaria “Abramo Massalongo”) si sa che fu in funzione durante i secoli XVII e XVIII o, stando ad un altro riferimento, dal 1599 al 1780.
Il terzo si rese necessario dopo i raggiunti limiti di capienza del precedente (anche per l’alto numero di morti dovuto alla famigerata epidemia di peste del 1630) e trovò sede nelle vicinanze di Porta Nuova, nello spazio dell’attuale Camera di Commercio. Accolse salme dal 1755 al 1855.
Il quarto, tuttora attivo e che conserva interessanti lapidi settecentesche qui trasferite da Campofiore, ebbe pianificazione nel 1855 su una superficie concessa in lascito dalla famiglia Forti, su progetto dell’ingegner Gemma. Costituì un assetto cimiteriale “rivoluzionario”, soprattutto legislativo-architettonico ed igienico-sanitario (in comparazione ad altri in Italia), che diede vita a discussioni in ambito nazionale andate avanti addirittura per decenni.

Per gli ebrei della Diaspora, fino alla metà del Diciannovesimo secolo, il cimitero e la sinagoga rappresentarono i fulcri della comunità e dell’identità ebraica. Seppellire i defunti fu una forma di conservazione delle proprie radici culturali in funzione di sopravvivenza da emarginazioni, segregazioni, espulsioni storiche destinate ad esondare nel crimine maximo della Shoah.
Nel Bet HaChaim (in ebraico, cioè Casa della vita) di via Badile prevalse un certo orientamento a lasciar cadere nell’incuria gli spazi interni, come se la natura dovesse, lentamente, dominare, coprire.
Entrò in vigore il divieto di riesumazione dei resti mortali (per rispetto del corpo considerato sacro, prodotto del Divino), la regola dell’inviolabilità della tomba (in quanto luogo di proprietà giuridica dello scomparso), l’usanza di deporre sassi sulle lapidi, in ossequio alle fugaci inumazioni nel deserto durante l’Esodo degli ebrei dall’Egitto al seguito di Mosè.

Alcuni manufatti sono specchio del classicismo di fine Ottocento e del Liberty d’inizio Novecento. Ettore Fagiuoli (Verona, 3 settembre 1884 – Verona, 19 marzo 1961, architetto e scenografo, celebre per sue realizzazioni nel territorio scaligero ed altrove e per le scenografie del festival lirico areniano), che già portò a termine, su progetto originario poi modificato dell’architetto Giacomo Franco e dell’ingegnere Gaetano Mantovanelli, la sinagoga in via Portici 3 (inaugurata il 20 settembre 1929, “esempio dell’emancipazione della comunità ebraica”), disegnò per il cimitero due opere d’impatto figurativo: la tomba Grassetti nel 1920 (che, però, non venne concretizzata) e la tomba Bassani nel 1921.
Il Cimitero della Comunità ebraica consta d’un fabbricato di rappresentanza all’ingresso adibito a varie mansioni (casa del custode e spazi per un oratorio, poi dismesso) e d’una suddivisione in quattro campi di sepoltura occupati secondo successione temporale, separati due a due da un vialetto alberato che porta ad una cappella, in stile neo rinascimentale, usata per l’ufficio funebre e che include la camera mortuaria per il lavaggio rituale e la composizione della salma.
Ai lati della stradina principale e lungo le mura di cinta sono ubicate le tombe di personaggi illustri o, meglio, facoltosi della comunità, considerando il fatto che, molto spesso, i due aggettivi attribuiti ad una persona collimavano, costituendo di fatto una… “casta” ebraica.

Insigni figure
Nel sepolcreto israelitico riposano esponenti noti per meriti, vicende, tragedie diretti o per riflesso. Come Israele Achille Italo Forti (Verona, 28 novembre 1878 – Verona, 11 febbraio 1937, botanico e mecenate che lasciò il suo patrimonio al Comune di Verona come erede universale), nella tomba di famiglia realizzata nel 1925 dallo scultore Carlo Spazzi);
Rita Rosani (con cognome originario Rosenzweig, Trieste, 20 novembre 1920 – Monte Comun, Alcenago, Grezzana, 17 settembre 1944, maestra di scuola elementare e partigiana, uccisa durante o subito dopo uno scontro con nazifascisti, medaglia d’oro al valor militare); parenti del controverso Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare (Verona, 6 novembre 1835 – Torino, 19 ottobre 1909, medico, antropologo, accademico, filosofo e giurista, fondatore dell’antropologia criminale, considerato da certa parte di studiosi come il padre della moderna criminologia);

Carlo Rimini (Verona, 1 agosto 1932 – Verona, 18 gennaio 2022, presidente della Comunità ebraica veronese per quarant’anni); Emanuele Weiss Levi (Biella, 23 marzo 1927 – Torino, 31 dicembre 2015, rabbino capo della Comunità ebraica di Verona dal 1952 al 1987); Eugenia Vitali Lebrecht (Ferrara, 27 agosto 1858 – Verona, 24 dicembre 1930, saggista, giornalista, emancipazionista, conferenziera, fondatrice della prima cooperativa in Italia per il lavoro femminile,);

Robert Löwenhal (erroneamente scritto Leowenthal sulla lapide, Berlino, 10 marzo 1886, tipografo ed editore) e la moglie Anna Rosenwald (Anne Clementine, Colonia, 29 ottobre 1890), che, il 28 febbraio 1945, preferirono togliersi la vita a Marcemigo, in val d’Illasi, per non cadere nelle mani delle Brigate Nere giunte per arrestarli. Robert morì subito mentre la moglie, ricoverata all’ospedale di Tregnago, mancò il 3 marzo. Nel campo degli ebrei l’inumazione comune della coppia è in un angolo solitario, in quanto suicidi.
E, quindi, i cenotafi di altri coinvolti nella Endlösung der Judenfrage (Soluzione finale della questione ebraica). Tra cui i fratelli Ruggero (Venezia, 17 dicembre 1887 – KL Auschwitz, 28 ottobre 1944) e Lina Arianna (Venezia, 17 dicembre 1886 – KL Auschwitz, 20 marzo 1945, poetessa e scultrice,) Jenna, figli di Riccardo Jenna e Ida Orefici, nella sepoltura di famiglia; Guido Sforni (Verona, 17 aprile 1900), la moglie Laura Tedesco (Verona, 31 gennaio 1905), Elda Sforni, vedova di Giorgio Levi (Mantova, 19 novembre 1893) e Gianfranco Sforni (Verona, 13 giugno 1929) finiti nelle grinfie dei nazifascisti a Cremenaga (Varese), deportati nel KL Auschwitz (con arrivo il 23 maggio 1944) da dove non tornarono;
i fratelli Olga (Verona, 14 agosto 1878) e Tullo (Verona, 1° luglio 1879, avvocato) Massarani, ambedue rastrellati a Stresa il 16 settembre 1943 e vittime dell’“eccidio del lago Maggiore” compiuto tra il 13 settembre e l’8 ottobre 1943 dalla 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, con la maggior parte dei cadaveri gettati nel lago stesso.

Dal 27 gennaio 2004 (cioè 4 shevath 5764 del calendario ebraico), data connessa al 27 gennaio 1945 (frangente della liberazione da parte delle truppe sovietiche del sistema concentrazionario di Auschwitz, fatto coincidere con l’annuale Giorno della memoria), sorge nell’area nord-ovest del cimitero un agglomerato marmoreo “in memoria degli ebrei deportati da Verona e vittime della barbarie nazifascista”, con il freddo elenco di 63 nominativi della comunità ebraica locale e di forestieri ebrei rastrellati in città e provincia, sterminati nei Lager nazisti
