Quadro economico internazionale sempre più fragile. FED e BCE tengono i tassi fermi
(a.z.) Dopo la decisione della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea ha optato per lo status quo nella riunione di ieri, mantenendo il tasso sui depositi al 2%, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e il tasso sui prestiti marginali al 2,40%. Una decisione ampiamente prevista, ma che si inserisce in un contesto globale segnato da instabilità, rallentamento della crescita e costi energetici ancora elevati.

Il timore che si fa strada tra analisti e operatori è quello di una fase di stagflazione, lo scenario più temuto dalle autorità monetarie: economia debole, inflazione persistente e margini di intervento sempre più ridotti. Gli ultimi dati macroeconomici confermano le difficoltà. Gli ordinativi di nuovi macchinari sono in calo, la produzione industriale rallenta in tutto in continente, con la Germania che vive una flessione senza eguali e l’Italia che purtroppo segue nel trend negativo, e molte imprese stanno rinviando investimenti in attesa di maggiore chiarezza sul fronte dei costi, della domanda e degli incentivi.

In un quadro simile, una parte dei mercati si aspettava una BCE più coraggiosa, ma la scelta di non toccare i tassi è stata letta come un segnale di cautela, se non di incertezza.
La reazione delle borse europee non si è fatta attendere: i principali listini hanno chiuso in ribasso, con perdite superiori al 2% e una riduzione complessiva della capitalizzazione stimata in oltre 420 miliardi di euro. Un segnale evidente di quanto gli investitori temano che la politica monetaria attuale non sia sufficiente a sostenere la crescita in una fase così complessa sul piano geopolitico.
Al centro delle preoccupazioni resta, infatti, il costo dell’energia aumentato a dismisura, a causa della guerra nel Golfo. Il gas continua a viaggiare su livelli elevati, con il TTF vicino ai 70 euro al megawattora, mentre sul mercato elettrico italiano i prezzi del GME restano stabilmente sopra i 150 euro per megawattora. Valori che pesano su tutta la filiera produttiva, dai trasporti all’industria, fino ai consumi delle famiglie, alimentando una pressione inflazionistica destinata a durare più a lungo del previsto.

In Italia il governo è stato costretto a intervenire per contenere almeno in parte gli effetti immediati del caro carburanti, riducendo, ieri tramite decreto, le accise sul diesel e introducendo un credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Misure che non risolvono il problema strutturale, ma che mirano a evitare un ulteriore aumento del malcontento sociale, già diffuso in molte aree del Paese. La situazione resta comunque delicata, perché i prezzi energetici continuano a muoversi su livelli incompatibili con il potere d’acquisto sempre più limitai dei cittadini italiani.
A rendere ancora più incerto il quadro contribuiscono le tensioni internazionali, che continuano a influenzare direttamente i mercati delle materie prime. Il conflitto scatenato da USA ed Israele contro l’Iran e il rischio di escalation nell’area del Golfo hanno riacceso i timori su possibili ripercussioni sullo stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico energetico mondiale.
Gli Usa mirano a riaprire lo stretto per mano militare, ma il loro appello a creare una coalizione non è stato seguito né dagli alleati europei della nato nè dai paesi asiatici, dipendenti dalla rotta del Golfo per le forniture. Questi ultimi, infatti, spingendo per una soluzione diplomatica che porti a una rapida de escalation.

Il pericolo della stagflazione
In questo scenario, la prudenza delle banche centrali appare comprensibile ma non priva di rischi. Con la crescita che rallenta, l’inflazione ancora sostenuta e l’energia destinata a restare cara, l’economia europea si trova in una fase estremamente delicata. Il pericolo di una stagnazione accompagnata da prezzi elevati non è più solo un’ipotesi teorica, ma una possibilità concreta con cui governi, imprese e famiglie devono iniziare a fare i conti.
