(Alberto Lorusso) C’è una scena che mi torna spesso in mente. Un vecchio fumetto, letto da ragazzino: una nave, inclinata quasi in verticale, sta affondando. Un uomo corre trafelato da un passeggero che sembra indifferente e gli urla: “Signore! Il piroscafo sta affondando!”. Quell’altro, irritato per essere stato disturbato, sbotta: “E cosa me ne frega?! Non è mica mio!!”.

Ecco. Ogni volta che sento qualcuno dire, con fastidio, che la politica non gli interessa, io rivedo quella scena. E non riesco a capire, perché la politica non è qualcosa “degli altri”. È la nave su cui stiamo tutti.

L’alibi più comodo: “sono tutti uguali”

Oltre a quelli che si disinteressano, ci sono quelli che si credono un po’ più sofisticati, che non si limitano a scrollare le spalle, ma aggiungono una riflessione che credono più strutturata ed acuta: “Tanto i politici sono tutti uguali.” Bene. Se fosse vero, allora occuparsi di politica diventerebbe ancora più doveroso. Quanto meno votando. Perché sarebbe l’occasione per evitare di lasciare campo libero.
Perché chi non partecipa rinuncia. E chi rinuncia consegna, ma, a quel punto, chi si tira fuori poi non ha nemmeno il diritto di lamentarsi.

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Il paradosso

C’è un paradosso: siamo disposti a qualsiasi fatica per ciò che è nostro: lavoriamo, ci spacchiamo la schiena, combattiamo, diamo tutto. Per ciò che è “anche nostro”, invece, molti si disinteressano completamente. Davvero tutto dipende da quella congiunzione? Sul serio un “anche” giustifica l’abbandono?

L’equivoco

Esiste uno schema malato, ma radicato: siccome i politici sono visti come maneggioni ed infidi, allora è meglio non occuparsi di politica.
È un ragionamento non solo sbagliato, ma pericoloso. Perché produce esattamente il risultato opposto: se lasci vuoto uno spazio, qualcuno lo occupa. E spesso non è il migliore, ma il più spregiudicato.
La verità è semplice quanto scomoda: la responsabilità non è solo di chi occupa quello spazio. È anche di chi lo lascia libero.

La politica è impegno civile

Bisogna concepire l’impegno civico esattamente come quello privato. Con la stessa serietà, la stessa ostinazione, la stessa fatica. Perché è lì che nascono le soluzioni. Le difficoltà della vita quotidiana aguzzano l’ingegno. Chi lavora, chi affronta problemi veri, sviluppa risposte vere. Ed è proprio quel patrimonio di esperienza che deve entrare nella politica.

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Verona non può essere lasciata andare

Oggi, Verona è piena di buche. Sporca. Trascurata. Insicura. E, mentre questo accade, la Destra si sfrega le mani, convinta che il fallimento della Sinistra le spiani la strada, mentre la Sinistra fa calcoli per restare a galla. Ma c’è un problema: la Destra dimentica che, se la Sinistra ha vinto, è perché chi governava prima ha deluso. E la Sinistra dimentica che governare non è sopravvivere.

Il “tanto peggio, tanto meglio”

C’è una logica che mi ha sempre fatto orrore: la regola del “tanto peggio, tanto meglio”. È infame. Perché qui non si parla di una vendetta politica. Si parla della nostra città. Delle nostre famiglie. Delle nostre vite. Nessuno può gioire del degrado della propria comunità senza tradire qualcosa di fondamentale.

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Una politica autoreferenziale

La politica è spesso chiusa in sé stessa: se parli con molti di coloro che fanno parte del mondo dei partiti, quando si lasciano andare, dicono sempre la stessa cosa: “Dobbiamo vincere noi, perché altrimenti vincono gli altri.” Una tautologia vuota: il punto non è vincere, ma fare.

Una politica concreta

La politica deve tornare ad essere amministrazione. Deve partire dalle vite vere delle persone. Da Maria e la sua famiglia. Da Luigi, che vive da solo. Da Gloria, vedova, con un figlio lontano. Non entità astratte, ma persone. Quelle che incontriamo ogni giorno. Verona è grande abbastanza da dover pensare a se stessa come ad una città, ma è piccola abbastanza per dover e poter restare umana: il Sindaco deve essere presente e visibile, un interlocutore diretto da cui esigere risposte e soluzioni, come nei piccoli Comuni.

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Rifiuti. Non basta punire bisogna premiare

Prendiamo un esempio concreto: i rifiuti. A Verona, vediamo sovente cumuli di immondizia. Dicono che i cassonetti intelligenti fossero indispensabili per evitare sanzioni dalla Regione e che sia colpa dei cittadini che sbagliano a conferire i rifiuti. Sarà anche così. Il personale che si occupa della raccolta, poi, è poco e, pur impegnandosi, fa quello che può. Per porre rimedio a questa situazione, il Comune ha annunciato controlli e, soprattutto, severe sanzioni. Va bene: sanzionare chi sbaglia è giusto. Però è solo metà della soluzione: l’altra metà, quella che nessuno sinora ha considerato, è premiare chi si comporta bene.

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Trasformare il comportamento virtuoso in valore

Immaginiamo un sistema semplice, ma potente:

  • il cittadino che conferisce correttamente accumula punti;
  • quei punti diventano sconti sui servizi comunali;
  • il Comune coinvolge gli esercenti locali;
  • i punti diventano sconti anche nei negozi.

Così, succede qualcosa di straordinario: le persone iniziano a comportarsi bene non per paura, ma per convenienza. E vanno oltre. Possiamo immaginare cittadini che raccolgono rifiuti da terra pur di ottenere punti: nasce una competizione a fare meglio.

Altro che Ispettori e controlli calati dall’alto… È notorio che ogni comportamento illecito passi dall’idea dell’impunità: ognuno che decida di agire nell’illegalità lo fa convinto che non verrà pizzicato. La paura della sanzione non funziona, perché c’è l’idea di non venire beccati. Al massimo, serve generare la convinzione che si venga pizzicati. Ma questo implica l’esistenza d’un sistema di controllo reale ed inesorabile, che pesca tutti quelli che sgarrano. Improbabile e sicuramente costoso. Prendiamola da un altro lato: premiamo il comportamento corretto. Se si stimola la gente ad ottenere vantaggi, è molto più probabile che si ottenga un risultato: diamo vantaggi a chi fa bene: così sì che si possono ottenere risultati!

E’questa politica che serve

Questa è la politica che serve. Non quella che calcola, si giustifica, promette e non fa. Ma quella che progetta, incentiva, responsabilizza, migliora concretamente la vita delle persone. Te lo puoi aspettare da chi ha ridotto la città così? No. Perché chi non ha saputo gestire non saprà innovare.

Il piroscafo è nostro

Torniamo a quella scena iniziale: il piroscafo sta affondando. Il Comandante non si vede. L’equipaggio non sa cosa fare. Gli avvoltoi aspettano il disastro. E noi? Noi siamo a bordo. E quella nave è casa nostra.
È per questo che non possiamo permetterci di girarci dall’altra parte: dobbiamo agire.