(di Gianni Schicchi) Come evento legato alla Pasqua 2026, I Virtuosi Italiani si sono affidati a due famosi “Stabat Mater”: il RV 621 di Vivaldi per contralto, archi e basso continuo e quello di Pergolesi per soprano, contralto ed archi, proponendoli al Ristori con la direzione di Luigi Azzolini e due soliste di fama: Laura Zecchini, soprano e Daniela Pini, contralto.
Stabat Mater è il termine iniziale della famosa sequenza liturgica medievale, solitamente seguita dall’aggettivo “dolorosa” che significa “la madre stava addolorata”, spesso usato per descrivere l’iconografia di Maria presso la croce. Nel caso del giovane Pergolesi (muore a soli 26 anni) la composizione fu commissionata nel 1734 dalla confraternita laica napoletana dei Cavalieri della Vergine dei Dolori di San Luigi al Palazzo per officiare alla liturgia della Settimana Santa.
La tradizione vuole che l’opera sia stata scritta nelle ultime settimane di vita del compositore e completata il giorno stesso della sua morte, 16 marzo 1736. Non si sa se questo aneddoto sia vero, ma da quanto si rileva dallo studio dell’autografo, l’autore ebbe una grande fretta di scriverla, confermata da numerosi errori tipici di chi ha poco tempo davanti a sé e dalla scritta in calce Finis Laus Deo, quasi a mostrare il sollievo per aver avuto il tempo necessario per concludere l’opera.
La fonte di informazioni più antica sullo Stabat Mater del Pergolesi è costituita da un manoscritto, rimasto inedito, compilato intorno al 1820 da Giuseppe Sigismondo e che nel 1791 divenne archivista bibliotecario del Conservatorio della Pietà dei Turchini. Il manoscritto in cui fece confluire le sue ricerche, intitolato Apoteosi dell’arte musicale del Regno di Napoli, abbozza una storia della musica partenopea e descrive con dovizia di particolari l’ambiente musicale napoletano della seconda metà del ‘700, di cui l’autore fu testimone diretto. Il manoscritto contiene anche un Elogio di Giambattista Pergolesi che delinea una biografia del compositore e riferisce sulla genesi e sulla commissione dello Stabat Mater.

Lo Stabat Mater RV 621 di Vivaldi per contralto, archi e basso continuo, composto nel 1712, è invece considerato la prima composizione vocale sacra del famoso prete rosso: un lavoro assai ispirato, nel quale emergono alcune singolari particolarità. L’autore mise in musica solo la metà circa della celebre sequenza, utilizzando poi due volte la musica dei tre primi tempi; inoltre l’organico strumentale appare assai ridotto, mentre diversi passaggi sono accompagnati dal solo basso continuo. Ciò ha fatto pensare, erroneamente, ad una stesura frettolosa: tuttavia tali soluzioni furono finalizzate ad ottenere un’invenzione musicale di straordinaria valenza introspettiva, evidenziata dal ricorso alla tragica tonalità di Fa minore e ai tempi lenti, punteggiati di dissonanze (comprendenti, tra l’altro, un Adagissimo), in un contesto globale quanto mai assorto, meditativo e piagato.
Vivaldi potrebbe essere considerato il campione del concerto strumentale, ma ritrovare nella sua produzione sacra espressioni non dissimili da tanti esempi profani, non fa che confermarci quanto la distinzione sacro-profano nella musica sei-settecentesca abbia soccorso solo tristi musicologi a corto di idee o maldestri compositori ridotti dal mercato ad umili revisori di altri compositori indubbiamente più scaltri e meglio equipaggiati di loro.
Data la sua non comune espressività, lo Stabat Mater ha incontrato il favore di numerosi solisti di canto e nell’esibizione al Ristori, sia la riminese Laura Zecchini che la cesenate Daniela Pini, sono emerse per il rilevante timbro vocale, come per la naturalezza e profondità interpretativa. In Vivaldi, la Pini si è distinta poi per una personale partecipazione al dramma della Vergine ai piedi della croce: la voce molto piena, morbida e scura, è risultata assai efficace ai fini della dolente ispirazione vivaldiana ed utilizzata con grande sensibilità, anche se non avrebbe guastato un maggior controllo del vibrato e una maggiore spontaneità. Tuttavia è doveroso sottolineare la ricca gamma di sfumature dinamiche del contralto, la sua piena adesione stilistica, la dizione sempre molto chiara: valori grazie ai quali la partitura ha ottenuto una resa sostanzialmente adeguata al carattere profondamente introspettivo della musica, fino dal brano di apertura.
Della Zecchini, in duo con la Pini per lo Stabat di Pergolesi, è risaltato appieno il virtuosismo dell’interprete, puntualmente capace di snocciolare con sicurezza i vorticosi vocalizzi della spettacolare aria iniziale.
La direzione di Luigi Azzolini ci è parsa talvolta piuttosto teatrale, mentre la timbrica degli archi de I Virtuosi Italiani (su strumenti d’epoca?) è risultata in più di una occasione asprigna, soprattutto nei passaggi più cantabili o meditativi. Una resa non all’altezza delle solite prestazioni, mancando il “trascinatore” Alberto Martini, cuore e ispiratore di tutte le performance dell’orchestra veronese. Applausi e consistenti consensi al termine della serata.
