(di Francesca Romana Riello) .Vittime di reato, l’importanza di non restare soli Un contatto immediato con chi può aiutare, già al momento della denuncia
La denuncia è fatta, le parole dette. E poi?
Per molte vittime di reato la parte più difficile comincia proprio lì. Non nel momento in cui accade, ma subito dopo. Quando restano addosso il disorientamento, la fatica di capire cosa fare, a chi rivolgersi, come muoversi tra passaggi che non sono mai così chiari come sembrano.

È uno spazio vuoto, spesso. E non sempre breve.
Rete Dafne Verona lavora esattamente su questo punto. Dal 2021 prova a stare dentro quel passaggio, con un obiettivo che è quasi banale a dirsi, ma che nella pratica non lo è affatto: evitare che una persona resti sola proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di non esserlo.
Ieri se n’è parlato in un incontro che ha riunito Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza e Polizia Locale.
Non tanto per fare un bilancio, non è stato quello il taglio, quanto per capire se e come il sistema riesce a tenere insieme i pezzi.

Il contatto arriva subito
Il meccanismo è quello che viene definito “punto a punto”.
In concreto: quando una persona si presenta a sporgere denuncia, gli agenti possono attivare, se c’è il consenso, un collegamento diretto con Rete Dafne. Subito. Senza passaggi intermedi. Sembra un dettaglio operativo, ma non lo è.
Perché interviene nel momento in cui la richiesta di aiuto è ancora aperta, prima che si trasformi in attesa o, in alcuni casi, si perda del tutto.
Il modello nasce all’interno del progetto europeo INVICTUS, che coinvolge sette Paesi e prova a lavorare su un nodo preciso: ridurre la distanza tra chi subisce un reato e chi può offrire supporto. Non inventare altro, ma far funzionare meglio quello che già c’è.
Verona è tra le città scelte per la sperimentazione, insieme a Bologna e Mantova.
Il 18 marzo scorso è arrivata anche la formalizzazione con il protocollo firmato tra la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato e Rete Dafne Italia. Un passaggio che, di fatto, rende stabile un meccanismo che fino a poco tempo fa dipendeva ancora molto dalle singole situazioni.
Non è un dettaglio, perché è proprio lì che spesso si creano le differenze.

Vittime di reato, l’importanza di non restare soli
Il punto, però, non si esaurisce nel primo contatto; anzi, in molti casi è solo l’inizio.
Chi subisce un reato non deve fare i conti solo con un danno materiale.
C’è uno shock che resta, più o meno evidente. C’è la difficoltà di orientarsi tra uffici, tempi, procedure che non parlano una lingua immediata. E c’è un rischio concreto: sentirsi di nuovo esposti, non capiti, a volte messi in discussione.
È quella che viene definita vittimizzazione secondaria. Un termine tecnico, ma che descrive qualcosa di molto concreto: quando il sistema, invece di accompagnare, complica.
«A Verona nessuna vittima di reato è sola», ha detto Stefania Zivelonghi, richiamando il valore del lavoro condiviso tra forze dell’ordine e servizi di supporto.
«La risposta più efficace è quella che tiene insieme competenze diverse e resta vicina alle persone nei momenti più difficili».
Parole che reggono soprattutto se il sistema funziona davvero in modo coordinato. Ed è lì che si gioca la partita.

Un’équipe di 25 persone
Rete Dafne Verona è gestita operativamente da A.S.A.V., realtà presente sul territorio dal 2010.
L’équipe conta circa 25 tra professionisti e volontari: psicologi, avvocati, mediatori penali, operatori dell’accoglienza.
Si parte da un primo colloquio.
Che non è mai solo un passaggio formale: è il momento in cui si prova a capire cosa serve davvero, senza forzare troppo le risposte.
Da lì il percorso prende forma:supporto legale, per orientarsi tra diritti e possibilità; sostegno psicologico, quando il trauma non si riassorbe da solo e consulenza medico-psichiatrica nei casi più complessi.
E poi c’è un lavoro che si vede meno, ma pesa molto: accompagnare la persona dentro un sistema che, senza qualcuno accanto, rischia di diventare un labirinto.
Tutti i servizi sono gratuiti e riservati.Non è un dettaglio, soprattutto per chi arriva già in una condizione fragile.
La cornice è quella della Direttiva europea 2012/29, che riconosce alle vittime il diritto a essere informate, sostenute, accompagnate.
Rete Dafne prova a tradurre questo principio in pratica quotidiana. Senza formule particolari e con contatti diretti, tempi rapidi, presenza.
Perché, alla fine, la differenza sta lì, nel tempo che passa tra una richiesta di aiuto e una risposta.nE nel fatto che, in quel tempo, qualcuno ci sia davvero oppure no.

