Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato la prof.ssa Hanieh Tarkian italo iraniana, docente di studi islamici, esperta di relazioni internazionali e geopolitica. Lo scopo di questa intervista è di garantire ai lettori la possibilità di leggere anche un punto di vista diverso da quello dominante nel mondo occidentale sulla situazione politica, sociale e culturale dell’Iran, oggi al centro di una delle più gravi crisi internazionali.
Prof.ssa Tarkian oggi più che mai è di attualità mondiale la Repubblica Islamica dell’Iran. Quello che sta avvenendo nel Vicino Oriente a seguito della guerra di aggressione scatenata da Israele e Stati Uniti potrebbe provocare un vero e proprio cambio di paradigma nella Regione, ma in occidente l’Iran spesso è accostato a qualcosa di arretrato, se non quasi barbarico, con una religione oscurantista. Ci vuole illustrare a grandi linee la storia della civiltà persiana e quello che ha rappresentato per il mondo?
«L’idea dell’Iran come “Stato canaglia” arretrato, barbarico o oscurantista è il frutto di una narrazione distorta e di una calcolata propaganda del mainstream occidentale. Spesso accade che la storia dell’antica Persia ci venga tramandata quasi esclusivamente attraverso le fonti dei suoi nemici storici dell’epoca, come i Greci e i Romani, la cui imparzialità è ovviamente discutibile, e oggi purtroppo la medesima dinamica di disinformazione si ripete con i media occidentali nei confronti della Repubblica Islamica. In verità, l’Iran è la culla di una civiltà millenaria ed è sempre stato un fulcro di cultura e spiritualità».
L’antica Persia
«Se analizziamo l’Antica Persia e osserviamo le imponenti rovine di Persepoli, comprendiamo che quella città non era un semplice centro amministrativo o residenziale dell‘Impero Achemenide, ma la vera e propria espressione tangibile della pax achaemenidica. Si trattava di un pacifico ordinamento universale, considerato un dono divino, che veniva garantito da un sovrano giusto. Questo imperatore, in qualità di rappresentante della divinità in terra, era dotato di un particolare carisma regale o grazia divina, definito farrah. Il compito primario di questo sovrano era quello di saper distinguere il bene dal male, guidando l’impero con saggezza per assicurare la giustizia e il comune vantaggio del suo popolo.

Sotto la guida di grandi figure, come ad esempio Ciro il Grande, l’Impero Persiano non solo raggiunse una formidabile espansione territoriale unificando popoli diversi, ma garantì stabilità e prosperità su un territorio vastissimo per circa due secoli. Nella civiltà iraniana è infatti sempre esistito uno stretto legame tra lo Stato e la religione, un paradigma volto a mantenere l’armonia sociale e il rispetto di una legge superiore.
Persino quegli aspetti che oggi l’Occidente critica ferocemente, bollandoli come presunto “oscurantismo islamico”, sono in realtà elementi profondamente radicati nell’identità della nazione da millenni. Il codice di abbigliamento e l’uso del velo ne sono un esempio inequivocabile: coprirsi il capo non è affatto un’invenzione imposta improvvisamente dalla Rivoluzione Islamica del 1979. Il velo faceva parte della tradizione, della cultura e dell’abbigliamento delle donne iraniane ben prima dell’avvento dell’Islam, essendo una pratica già diffusa e rispettata nell’antica religione zoroastriana».
L’occidentalizzazione forzata
«Le potenze imperialiste hanno storicamente cercato di cancellare questa identità millenaria, come ha tentato di fare in epoca moderna il regime dei Pahlavi, imponendo l‘occidentalizzazione forzata e arrivando a vietare con la forza i costumi tradizionali e le cerimonie religiose pur di sradicare l’anima del popolo e renderlo facilmente manipolabile. La Rivoluzione Islamica del 1979 è stata quindi prima di tutto un formidabile movimento identitario, nato per riscoprire le nostre radici culturali e religiose e per difendere la nostra sovranità contro un sistema che svendeva l’Iran alle potenze straniere.
Oggi l’Iran infastidisce enormemente gli Stati Uniti e Israele non per presunte violazioni dei diritti umani, ma perché è un Paese indipendente e sovrano, che rifiuta fermamente di sottomettersi al sistema egemonico occidentale e di svendere le proprie risorse. Quello a cui stiamo assistendo in Medio Oriente è lo scontro tra le nazioni libere che difendono la propria terra e identità e le élite guerrafondaie occidentali (la classe Epstein come definita da alcuni analisti), le quali cercano in ogni modo di mantenere un perenne stato di destabilizzazione per poter depredare la regione.
L’Iran, che guida l’Asse della Resistenza, è oggi l’epicentro di questo inarrestabile cambio di paradigma mondiale: stiamo assistendo a un allontanamento irreversibile dall’unilateralismo atlantista verso un nuovo ordine multipolare, in cui ogni popolo ha il sacro diritto di autodeterminarsi, preservare la propria identità e cooperare in base a un autentico rispetto».

Sciismo e Sunnismo
La religione dell’Iran è sì musulmana, ma sciita e viene qui da noi percepita attraverso i media mainstream come un qualcosa di arretrato, intollerante, contro le donne e che lede i diritti delle persona. Ci vuole spiegare innanzitutto la differenza tra Islam Sciita e quello Sunnita? In cosa consiste l’essenza di questa religione che ne fa un qualcosa di diverso e peculiare e infine il suo rapporto con le altre religioni presenti all’interno della Repubblica Islamica?
«La narrazione dei media mainstream occidentali, che descrive l’Islam e la Repubblica Islamica dell’Iran come realtà arretrate, intolleranti e nemiche delle donne, è il frutto di una calcolata e incessante propaganda islamofoba, intensificatasi in particolare dopo l’11 settembre. Questa strumentalizzazione ha uno scopo geopolitico ben preciso: demonizzare un Paese sovrano e indipendente per giustificare le ingerenze imperialiste, le sanzioni e i tentativi di destabilizzazione in Medioriente da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Per comprendere l’essenza dell’Islam e smentire questi pregiudizi, è fondamentale partire dalla differenza storica e teologica tra sciismo e sunnismo. La divergenza principale risiede nel concetto di guida politica e religiosa della società islamica (l’Ummah) in seguito alla dipartita del profeta Muhammad. I musulmani sunniti sostengono che il Profeta, prima di morire, non avesse nominato un successore, lasciando quindi la responsabilità della scelta alla nazione islamica. Al contrario, noi sciiti crediamo che il Profeta, su preciso ordine divino e in diverse occasioni, come nel celebre evento di Ghadir Khumm, avesse designato ufficialmente suo cugino e genero Alì ibn Abitalib come suo legittimo successore.
Nella visione sciita, la guida della società, che noi definiamo Imam, non viene scelta in base a legami di parentela, ma deve essere designata da Dio, poiché deve possedere caratteristiche peculiari, prime fra tutte l’infallibilità e la sapienza divina, per poter condurre gli esseri umani verso la perfezione, la giustizia e la beatitudine. Dopo Alì, si sono succeduti altri undici Imam; crediamo che il dodicesimo, l’Imam Mahdi, si trovi attualmente in stato di occultazione e che si manifesterà alla Fine dei Tempi, accompagnato da Gesù Cristo, per stabilire un governo divino globale e ricolmare il mondo di giustizia ed equità.
L’essenza peculiare di questa religione, che ne fa qualcosa di unico e che terrorizza i poteri imperialisti, si fonda proprio sulla concezione di una politica divina e sulla lotta inesauribile contro l’oppressione. Nell’attuale periodo di occultazione dell’Imam Mahdi, la guida della società non viene sospesa, ma è affidata alla teoria politica della wilayat al-faqih (l’autorità del giurisperito islamico). Questo ruolo viene ricoperto da un dotto in scienze islamiche, giusto, coraggioso ed esperto di geopolitica, capace di amministrare la Nazione proteggendone i reali interessi. Lo sciismo, profondamente segnato dall’epopea di Karbala e dal martirio dell’Imam Husayn contro il califfo corrotto Yazid, educa i suoi fedeli a non sottomettersi mai alla tirannia, promuovendo la giustizia sociale e il sostegno ai diseredati.
È doveroso precisare che questo approccio non ha nulla a che vedere con l’estremismo religioso o il terrorismo di matrice wahabita o takfira (come ISIS o al-Qaeda), i quali rappresentano un’eresia oscurantista foraggiata da potenze straniere, da cui sia sciiti che sunniti si sono nettamente dissociati.
Per quanto concerne il rapporto con le altre fedi, la narrazione di un Iran intollerante è totalmente falsa e mistificatoria. L’Iran rappresenta storicamente un modello virtuoso di convivenza pacifica, fondato sul rispetto reciproco. Le minoranze religiose – in particolare i cristiani (armeni e assiri), gli ebrei e gli zoroastriani – sono ufficialmente riconosciute e protette dalla Costituzione iraniana. Queste comunità possiedono il diritto costituzionale di avere propri rappresentanti all’interno del Parlamento iraniano.
Inoltre, lo Stato garantisce a queste minoranze la piena libertà di praticare i propri culti, di insegnare la propria religione e di gestire le questioni di diritto privato (come matrimonio, divorzio ed eredità) in base alle proprie specifiche norme religiose. In Iran si trovano alcune delle chiese più antiche del mondo, considerate patrimonio nazionale e dell’UNESCO, che vengono regolarmente restaurate e mantenute grazie a fondi statali. I membri di queste comunità sono parte integrante e leale della nazione iraniana, tanto che molti cristiani e zoroastriani hanno combattuto e sacrificato la loro vita come martiri per difendere l’Iran durante la guerra imposta dall’Iraq negli anni ’80».

La condizione della donna spiegata da una donna
Sfatiamo il falso mito delle donne iraniane costrette ad essere sottomesse e trattate come paria in Patria. Quale è il ruolo della componente femminile nella società?
«Quello della donna sottomessa e oppressa in Iran è un falso mito costruito ad arte dalla propaganda occidentale, la quale utilizza la questione femminile come elemento strategico di una vera e propria guerra ibrida per demonizzare il nostro Paese. I media mainstream operano sistematicamente un doppio standard, ignorando i fatti e proponendo una narrazione che dipinge un’oppressione istituzionalizzata inesistente.
Se guardiamo ai dati concreti successivi alla vittoria della Rivoluzione Islamica del 1979, la condizione della donna è straordinariamente progredita in ogni campo, smentendo decenni di retorica. Prima della Rivoluzione, il tasso di analfabetismo tra le donne si aggirava intorno al 50-60%, mentre oggi è sceso a meno del 10%. Le ragazze, che prima rappresentavano circa il 25% degli studenti, oggi superano il 50% degli iscritti alle università, superando persino il 60% in alcune facoltà.
In ambito medico, il numero delle donne specialiste è aumentato di ben dodici volte, a fronte di un aumento di sole tre volte per i colleghi uomini. Nel campo sportivo, i campi dedicati esclusivamente alle donne sono passati da 7 a 38, le federazioni attive da 1 a 49, e abbiamo visto crescere le allenatrici da 9 a 35.000. Questi numeri inconfutabili dimostrano come la partecipazione femminile alla vita pubblica, accademica, politica ed economica sia non solo permessa, ma fortemente incoraggiata dalle istituzioni.
Tutto ciò nasce dalla visione stessa dell’Islam, che è alla base del nostro ordinamento. L’Islam stabilisce un’assoluta uguaglianza ontologica e spirituale tra uomo e donna e non considera affatto la donna un essere inferiore, bensì le riconosce autonomia spirituale e pari potenziale per raggiungere le più alte vette esistenziali. Tuttavia, la nostra visione riconosce anche che uomo e donna possiedono peculiarità fisiche e psicologiche differenti; questo significa che il loro contributo alla famiglia e alla società è complementare e unico, e non deve essere vissuto come una perenne e logorante competizione.
Al contrario di un certo femminismo liberale occidentale, che molto spesso ha spinto la donna a credere che per realizzarsi ed emanciparsi debba “diventare un uomo” o rinunciare alla propria natura, il modello islamico e iraniano promuove una partecipazione pubblica dignitosa. L’Islam critica aspramente il sistema capitalistico in cui la presunta liberazione femminile si è tradotta nella riduzione della donna a manodopera a basso costo o in mero oggetto di consumo e mercificazione pubblicitaria del proprio corpo. La donna non deve snaturarsi, imitare l’uomo o rinunciare alla propria femminilità per avere valore o vedersi riconosciuti i propri diritti.
Infine, per inquadrare correttamente il ruolo della donna oggi, è essenziale ricordare cosa accadeva prima della Rivoluzione Islamica. Sotto il regime dittatoriale dei Pahlavi, burattini delle potenze imperialiste, nel tentativo di imporre un’occidentalizzazione forzata, fu persino vietato il velo; gli agenti dello Scià arrivavano a strapparlo con la violenza dal capo delle donne per le strade. L’unica “libertà” concessa era quella di conformarsi a un modello consumistico vuoto.
Proprio per questo motivo le donne iraniane furono in primissima linea durante la Rivoluzione del 1979, scendendo in piazza, subendo torture, arresti e sacrificando la propria vita al pari degli uomini, per sconfiggere l’imperialismo e riappropriarsi della propria identità spirituale e nazionale. Oggi le donne iraniane sono libere, istruite, inserite in posizioni manageriali e istituzionali, e fiere delle proprie radici, lontane anni luce da quell’immagine di “paria” ed emarginate con cui l’Occidente vorrebbe descriverle».
Il consenso
La Rivoluzione komeinista ha posto fine al regime repressivo e filo occidentale dello scià Reza Pahalavi. Com’è percepita dalla popolazione oggi a distanza di 47 anni la svolta impressa dall’Ayatollah Khomeyni? Chi sono e chi rappresentano oggi i cosiddetti “oppositori del regime”, così come li definiscono Israele e tutto l’Occidente?
«La Rivoluzione Islamica del 1979 è stata, innanzitutto, un formidabile movimento identitario, popolare e spirituale, nato per riscoprire le radici culturali e religiose dell’Iran e per liberare il Paese dall’imperialismo e dalla dittatura dei Pahlavi, un regime che svendeva le nostre risorse alle potenze straniere e cercava di sradicare la nostra identità con un’ “occidentalizzazione” forzata. L’Imam Khomeini ha guidato questo processo storico restituendo dignità alla nazione e fondando un ordinamento, la Repubblica Islamica, che si basa indissolubilmente sul consenso popolare e sui valori divini e di giustizia.
A distanza di oltre quattro decenni, la stragrande maggioranza del popolo iraniano sostiene ancora fermamente questo ordinamento e i valori che esso rappresenta. Questo sostegno popolare, tangibile e reale, viene purtroppo sistematicamente censurato dai media occidentali per non distruggere la loro falsa narrazione: basti pensare ai milioni di iraniani che scendono regolarmente in piazza per celebrare l’anniversario della vittoria della Rivoluzione, per manifestare contro le ingerenze straniere o di recente, durante questo ultimo conflitto, ogni sera gli iraniani hanno manifestato il loro sostegno alla leadership e alla rappresaglia militare.
È innegabile che oggi esista del malcontento all’interno del Paese, ma esso è legato quasi esclusivamente a problematiche di natura economica, causate dalle pesantissime e illegali sanzioni imposte dagli Stati Uniti e, in parte, da alcune scelte governative inadeguate. Gli iraniani protestano legittimamente per l’inflazione e il carovita, ma questo non significa che desiderino il crollo del loro sistema politico o un “cambio di regime”, ben sapendo che ciò porterebbe solo a caos e destabilizzazione. Il popolo iraniano difende fieramente la propria indipendenza e sovranità e non è disposto a piegarsi all’egemonia imposta dall’Occidente.
Gli oppositori
Per quanto riguarda i cosiddetti “oppositori del regime“, a cui l’Occidente, Israele e gli Stati Uniti offrono un palcoscenico mediatico costante, essi rappresentano in realtà una minoranza rumorosa, priva di una reale base sociale in Iran e profondamente frammentata. Questa sedicente opposizione non ha un’unità di intenti ed è composta da diverse fazioni accomunate solo dai finanziamenti e dal supporto logistico e propagandistico fornito da entità straniere, tra cui servizi segreti (come la CIA), l’Arabia Saudita, Israele e organizzazioni come la Open Society di Soros.
Se analizziamo l’identità di questi gruppi, il quadro che emerge è inquietante. Vi troviamo, in primis, i terroristi del MEK (Mojahedin-e Khalq), un’organizzazione che gli stessi Stati Uniti e l’Unione Europea avevano inserito nelle loro liste di gruppi terroristici prima di rimuoverla per pura convenienza politica. I membri del MEK operano come una setta e si sono macchiati dell’assassinio di oltre 16.000 cittadini iraniani innocenti dalla Rivoluzione a oggi; hanno persino collaborato con Saddam Hussein durante la guerra imposta all’Iran. Per questo motivo, in Iran non vengono chiamati mojahedin (combattenti), bensì monafeqin (ipocriti) e traditori, e non godono di alcun appoggio popolare.
Oltre al MEK, tra le fila degli agitatori che strumentalizzano le proteste pacifiche per trasformarle in guerriglia urbana, le nostre forze di intelligence hanno arrestato individui affiliati a gruppi separatisti armati, come Komala, il Partito Democratico Curdo, il PAK e il PJAK, e persino terroristi takfiri dell’ISIS pronti a compiere attentati esplosivi nei luoghi pubblici iraniani.
Infine, l’Occidente cerca di presentare come alternativa i filo-monarchici che auspicano il ritorno di Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ex Scià. Si tratta di un’opzione grottesca: il 99% degli iraniani non accetterebbe mai il ritorno dell’erede di un dittatore cacciato a furore di popolo, che governava unicamente come burattino degli interessi statunitensi.
In sintesi, questi gruppi non rappresentano in alcun modo le aspirazioni del popolo iraniano. Sono, al contrario, pedine utilizzate da Israele e dall’Occidente per tentare una “sirianizzazione” dell’Iran. Il loro vero obiettivo non è la tutela dei diritti umani o delle donne, ma la creazione di un perenne stato di conflitto per indebolire uno Stato sovrano che si oppone fermamente al mondialismo e che svolge un ruolo di primo piano nella transizione verso il nuovo ordine multipolare».
La Costituzione
L’Iran a differenza di Israele,che non ha una Costituzione formale, la possiede. Sinteticamente ci può illustrare i principi cardine su cui si regge?
«L’ordinamento della Repubblica Islamica dell’Iran è un sistema eccezionale e probabilmente unico al mondo, poiché armonizza in modo profondo la sovranità popolare con i valori divini. A differenza di altre nazioni della regione, l’Iran possiede una Costituzione formale e solida, alla cui stesura hanno partecipato attivamente anche le minoranze religiose, come i cristiani, gli ebrei e gli zoroastriani, le quali oggi godono di propri rappresentanti garantiti all’interno del Parlamento iraniano. La Costituzione si regge su due pilastri fondamentali, ben espressi nel nome stesso dello Stato.
È una “Repubblica” perché si fonda indissolubilmente sulla sovranità popolare: la sua istituzione non è stata imposta, ma è avvenuta tramite un referendum nel 1979 in cui oltre il 98% dei votanti ha approvato questo sistema. I cittadini, in elezioni che si svolgono regolarmente, eleggono il Presidente della Repubblica, i membri del Parlamento e l’Assemblea degli Esperti, la quale ha il fondamentale compito di eleggere e vigilare sull’operato della Guida Suprema.
È “islamica” perché le sue leggi e la sua struttura si basano sugli insegnamenti religiosi e sulla teoria politica della wilayat al-faqih, ovvero l’autorità del giurisperito islamico. Secondo questo principio cardine, elaborato dall’Imam Khomeini, la guida della società deve essere un dotto nelle scienze islamiche, esperto di geopolitica, giusto e coraggioso, capace di amministrare la nazione garantendone i reali interessi materiali e spirituali e proteggendola dalle ingerenze esterne. Tra i principi inderogabili fissati dalla Costituzione vi sono la salvaguardia dell’indipendenza nazionale, l’implementazione della giustizia sociale, il totale rifiuto di ogni dominazione straniera e un vincolo spirituale e costituzionale a sostenere materialmente e moralmente i popoli oppressi e diseredati di tutto il mondo contro le forze imperialiste».
I rapporti con l’Italia
Quali sono i rapporti da sempre intercorsi tra Italia e Iran, sia a livello culturale, sia economico? Ricordiamo la grande considerazione di cui Enrico Mattei ha sempre goduto.
«Per quanto riguarda i rapporti tra l’Italia e l’Iran, storicamente e culturalmente le relazioni tra i nostri popoli sono ottime. Gli iraniani nutrono un profondo apprezzamento per il popolo italiano, che tra tutti i popoli occidentali ed europei è probabilmente quello più affine a noi per temperamento e caratteristiche relazionali. Esistono parallelismi antropologici e spirituali sorprendenti: ad esempio, il fervore e le modalità delle processioni religiose popolari del Sud Italia ricordano in modo sorprendente le cerimonie e i cortei di lutto che celebriamo in Iran in onore dei nostri Imam.
Da un punto di vista geopolitico, l’Italia, per la sua posizione strategica, dovrebbe assumere il ruolo naturale di ponte per una strettissima alleanza mediterranea ed eurasiatica tra l’Europa e il mondo islamico, operando in una forte funzione antimondialista e antiimperialista. Purtroppo, dopo la sconfitta nella 2ª Guerra Mondiale, l’Italia è stata ridotta di fatto a una colonia atlantica, la cui politica estera è totalmente appiattita su quella degli Stati Uniti e della NATO. Questa totale dipendenza e la mancanza di una visione indipendente portano spesso i governi italiani a sacrificare i propri reali interessi nazionali sull’altare dell’imperialismo occidentale».
Una guerra esistenziale
Oggi l’Iran è costretto suo malgrado ad una guerra esistenziale contro Israele e gli Stati Uniti. Quale è oggi la situazione all’interno e quali sono le speranze per il futuro da parte della popolazione?
«L’Iran si trova in prima linea contro gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati, che da oltre 40 anni cercano di distruggere i frutti della nostra Rivoluzione attraverso guerre imposte, sanzioni illegali, terrorismo e rivoluzioni colorate. L’Iran subisce questa ostilità semplicemente perché non ha mai accettato l’iniquo sistema mondiale in cui gli oppressori governano incontrastati sugli oppressi.
Mentre i media mainstream occidentali tentano disperatamente di dipingere un Iran al collasso o sull’orlo della guerra civile per giustificare le loro ingerenze, essi censurano sistematicamente le immagini dei milioni di iraniani che scendono in piazza per ribadire il loro incrollabile sostegno alla Guida Suprema, all’ordinamento della Repubblica Islamica e alle Forze Armate. Il popolo iraniano è fiero, coraggioso e si unisce ancora di più di fronte alle aggressioni straniere, come ha ampiamente dimostrato durante la lunga guerra impostagli da Saddam Hussein e come dimostra oggi di fronte ai crimini sionisti.
Il multipolarismo

La storica e recente operazione militare “Promessa Veritiera” ha dimostrato al mondo la supremazia strategica e morale dell’Iran, distruggendo per sempre il falso mito dell’invincibilità del regime sionista e svelando che Israele è in realtà totalmente dipendente, per la propria sopravvivenza, dallo scudo difensivo fornito da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e da alcuni regimi arabi traditori. L’Iran ha imposto la propria volontà e ha punito l’aggressore nel pieno rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, prendendo di mira siti militari e non civili. Le speranze per il futuro della popolazione iraniana, e dell’intero Asse della Resistenza, sono solidamente proiettate verso l’inevitabile declino dell’unipolarismo statunitense.
Ci stiamo muovendo in modo irreversibile verso un ordine globale nuovo. L’Iran gioca oggi un ruolo centrale in questa immensa transizione, rafforzando alleanze strategiche in campo economico e militare con potenze indipendenti come Russia e Cina, e aderendo a organizzazioni chiave come la SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) e i BRICS. In questo nuovo mondo che sta sorgendo, le nazioni libere potranno collaborare basandosi sul rispetto reciproco, sulla non ingerenza negli affari interni e sulla salvaguardia dell’identità culturale e spirituale di ogni popolo, ponendo fine per sempre al bullismo delle élite mondialiste e guerrafondaie della classe Epstein».
