Stretta sui super-ricchi con la tassa sulle seconde case di lusso
(Francesca Truschelli) Una nuova offensiva fiscale contro i più ricchi accende il dibattito politico nella capitale economica degli Stati Uniti. L’amministrazione guidata dal sindaco Zohran Mamdani, con il sostegno della governatrice Kathy Hochul, ha proposto una tassa sugli immobili di lusso non utilizzati come abitazione principale, colpendo per la prima volta in modo diretto le seconde case.
La misura, nota come pied-à-terre tax, riguarda le proprietà del valore superiore ai 5 milioni di dollari. Si tratta spesso di appartamenti di lusso acquistati da milionari e investitori globali che vivono altrove e utilizzano queste abitazioni solo occasionalmente, lasciandole vuote per gran parte dell’anno.
Secondo il progetto, la nuova tassa potrebbe generare circa 500 milioni di dollari all’anno, risorse destinate a finanziare servizi pubblici e a colmare il deficit di bilancio della città. La filosofia alla base della riforma è chiara, far contribuire maggiormente chi possiede grandi ricchezze immobiliari.
Parte da New York la nuova politica fiscale Usa?

Dall’amministrazione cittadina sottolineano che chi possiede una seconda casa multimilionaria a New York “può permettersi di pagare una tassa su una proprietà che spesso non utilizza”.
La misura colpirebbe circa 13.000 immobili di alto valore, spesso considerati strumenti di investimento più che abitazioni vere e proprie.
La tassa sulle seconde case si inserisce in un progetto fiscale più ampio promosso da Mamdani, che punta ad aumentare la pressione su redditi elevati e grandi aziende per finanziare politiche sociali e affrontare la crisi del costo della vita.
Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche un possibile aumento delle imposte immobiliari generali, qualora non arrivassero sufficienti fondi dallo Stato.
La proposta ha scatenato una forte reazione nel mondo finanziario e imprenditoriale. Diversi analisti e investitori temono che nuove tasse possano spingere i contribuenti più facoltosi a lasciare la città, riducendo investimenti e gettito fiscale.
Alcuni critici parlano apertamente di “guerra di classe”, sostenendo che la misura penalizzi chi contribuisce maggiormente all’economia locale.
Tra i più duri oppositori c’è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha criticato apertamente la linea del sindaco.
Trump ha definito la politica fiscale di New York una strategia basata su “tasse, tasse, tasse”, sostenendo che stia già spingendo residenti e capitali ad abbandonare la città e che la situazione “non potrà che peggiorare” senza un cambio di rotta.

Il confronto sulle tasse a New York riflette un dibattito più ampio negli Stati Uniti, chi deve sostenere il peso dei servizi pubblici in una fase di crescente disuguaglianza?
Da un lato, l’amministrazione cittadina insiste sulla necessità di far pagare di più ai super-ricchi, dall’altro, i critici temono effetti negativi sull’attrattività economica della metropoli.
La proposta dovrà ora affrontare il passaggio politico decisivo a livello statale. Ma il messaggio è già chiaro, nella New York del 2026, la questione fiscale è diventata uno dei principali terreni di scontro tra visioni opposte di società ed economia
