(di Francesca Romana Riello) Arrampicata Verona: dietro le falesie c’è un lavoro invisibile. Dietro ogni via attrezzata c’è un lavoro che non si vede, e da cui dipende tutto.
Chi arriva sotto una parete vede la roccia, la linea, gli spit. Non vede quello che tiene in piedi l’intero sistema.

A raccontarlo è Massimo Bursi, tra i fondatori di Arrampicata Verona, APS nata quattro anni fa e oggi punto di riferimento per la gestione delle falesie della provincia.

Duecentoventi soci, tre fronti di lavoro: manutenzione delle pareti, rapporti con gli enti pubblici, educazione. Ma il nocciolo è uno: tenere in piedi un patrimonio che molti danno per scontato.

In provincia di Verona ci sono circa trenta falesie e oltre 2.500 vie. Dietro ognuna c’è un lavoro continuo e per lo più invisibile. Sostituire una catena, controllare una sosta, sistemare un sentiero. Interventi che non fanno rumore.

“Una via non è mai definitiva”, spiega Bursi. “La roccia cambia, il metallo si consuma. Se non ci torni, prima o poi la falesia scompare e la natura si riprende gli spazi che hanno visto il passaggio dell’uomo”.

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Massimo Bursi

Arrampicata Verona: dietro le falesie c’è un lavoro invisibile

Ogni anno l’associazione interviene su oltre 100 vie. Per coprire l’intero territorio servirebbero comunque molti anni di lavoro continuo. E anche così non si arriverebbe mai davvero alla fine.

Il costo è concreto: circa 100 euro di materiale a via. Quasi tutto il budget annuo, attorno ai 15 mila euro, finisce lì.

Il lavoro, invece, non si paga. È volontariato. A portarlo avanti è un gruppo ristretto, esperto, spesso sopra i cinquant’anni: guide alpine e appassionati di lunga data. Persone che salgono con zaini carichi di corde, materiale e trapano, affrontando a volte quaranta o cinquanta minuti di avvicinamento.

È un lavoro fisico, ma soprattutto esposto. Si interviene in parete, si lavora in corda, spesso su terreno strapiombante, con i piedi nel vuoto e con variabili che complicano tutto: acqua, gelo, fulmini.

Si cerca di evitare che possano ripetersi due episodi molto diversi tra loro, ma entrambi decisivi nel far maturare un cambio di approccio. Il primo è stato l’incidente mortale di Ceredo Alta, legato al comportamento imprevedibile di una sosta di vecchia concezione, episodio che ha poi contribuito alla nascita di APS Arrampicata Verona. Il secondo, più recente, è avvenuto a Kalymnos: il cedimento contemporaneo delle protezioni che componevano un punto di sosta vecchio di vent’anni. In quel caso il materiale era stato eroso precocemente dall’ambiente marino, quindi in condizioni molto diverse da quelle veronesi, ma anche da lì si è rafforzata una convinzione precisa: tornare sulle soste, aggiornarle e riportarle allo stato dell’arte con materiali certificati, molto diversi da quelli di una volta, spesso prodotti in modo artigianale.

“Non esiste il rischio zero”, dice Bursi. “Ma possiamo ridurlo. E possiamo evitare che diventi incoscienza”.

Arrampicata Verona: dietro le falesie c’è un lavoro invisibile

Il problema non è solo tecnico

Sempre più persone arrivano alla falesia dalla palestra. Portano tecnica, a volte ottima. Portano meno, spesso, la percezione di dove si trovano.

In palestra tutto è controllato. La roccia no. Si muove, si sgretola, cambia con la stagione. Le protezioni si consumano. E il pericolo non avverte.

C’è poi il nodo della responsabilità legale. Molte falesie insistono su terreni privati: parrocchie, contadini, piccoli proprietari. In caso di incidente il quadro non è mai del tutto chiaro.

Per questo Arrampicata Verona sta lavorando a un protocollo con alcuni Comuni della Val d’Adige e con il Parco Naturale della Lessinia. L’idea è costruire un documento che possa estendersi anche ad altri territori e che testimoni la volontà di dialogare in modo costruttivo con tutte le realtà che insistono nei luoghi dove si pratica l’arrampicata sportiva.

Niente liberatorie, niente modelli da palestra. L’arrampicata resta attività libera. Proprio per questo chiede qualcosa in cambio.

Arrampicata Verona: dietro le falesie c’è un lavoro invisibile

Affollamento e discrezione

C’è un terzo fronte, meno discusso ma sempre più urgente: l’affollamento.

Un post sui social che annuncia una nuova via o una richiodatura può bastare a saturare una falesia nel giro di pochi giorni. Parcheggi pieni, settori intasati, arrampicatori inesperti su terreno che non conoscono.

La risposta, per ora, è la prudenza. Comunicare meno, scegliere cosa raccontare. L’associazione ha scelto di non usare il megafono e di invertire il trend degli annunci sui social rivolti a tutti. Il cambiamento si vede sul campo, e lo vede soprattutto chi è davvero interessato.

Nel frattempo l’associazione lavora anche fuori dalla roccia, con incontri nelle scuole, con il progetto VERTI-GO!, che ha come capofila la Provincia di Verona e il sostegno di Fondazione Cariverona, e con la rivista RockBook, che tiene insieme pratica, cultura e narrazione dell’arrampicata.

Perché sotto una parete non basta sapere arrampicare. Bisogna sapere dove si è. E fino a che punto ha senso restarci.

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