Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il dott. Pino Cabras laureato in Scienze Politiche, saggista e già parlamentare nelle file del M5S e vice presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati, direttore editoriale del sito www.megachip.globalist.it. Attualmente è impegnato con Democrazia Sovrana e Popolare di cui è responsabile Esteri. Il suo motto è “ Se vuoi la pace prepara la pace”.

Dott. Cabras, partiamo dalla guerra di aggressione di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Quali saranno le ripercussioni a livello geopolitico? Il mondo come lo conoscevamo prima del 28 febbraio di quest’anno sta forse scomparendo?
«Sì, sta scomparendo. E non è una metafora: stiamo assistendo alla fine di un ciclo storico lungo quasi 80 anni, quello dell’ordine post-Yalta fondato sulla supremazia statunitense e sull’architettura delle istituzioni multilaterali nate dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’aggressione all’Iran – che chiamo Operazione Epstein, perché dietro i suoi pianificatori si intravede quel reticolo oscuro di spie, finanzieri e politici criminali che già conoscevamo – è il sintomo più acuto di questa crisi terminale, non la sua causa.
Il punto è che Washington ha trascinato gli Stati Uniti in un conflitto senza obiettivi politici chiari. La ricetta perfetta per il disastro, come ci insegna ogni manuale di strategia militare. L’Iran non è la Libia, non è l’Iraq di Saddam indebolito da decenni di sanzioni: è una civiltà millenaria con uno Stato funzionante, forze armate organizzate secondo una dottrina asimmetrica collaudata, e – soprattutto – la capacità concreta di chiudere lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Le ripercussioni geopolitiche sono già visibili. Il conflitto ha messo a nudo l’impotenza strategica degli Stati Uniti: le riserve petrolifere strategiche bastano per meno di 30 giorni, le assicurazioni marittime per le petroliere non vengono sottoscritte, le scorte navali annunciate non sono pronte.
Visto da una certa angolazione. è un capolavoro di stupidità strategica. Eppure la classe dirigente europea – Merz, Meloni, Starmer e le Erinni di Bruxelles – non ha trovato nulla di meglio che sdraiarsi sulle volontà degli aggressori, trascinando i propri popoli verso una crisi energetica esiziale. Siamo a un bivio tragico. L’asse Washington-Tel Aviv è nelle mani di millenaristi che vogliono accelerare l’Armageddon, e il tempo per evitare il suicidio di un intero continente si è quasi consumato».
Come commenta il viaggio a San Pietroburgo del ministro degli Esteri iraniano Araghchi, che si è incontrato con Putin e Lavrov?
«È la geopolitica reale che avanza, mentre i nostri commentatori televisivi continuano a parlare di “isolamento” dell’Iran. Araghchi a San Pietroburgo dice una cosa semplice e potente: Teheran e Mosca non si faranno dividere. E questa è una notizia enorme, perché Washington punta esattamente su questo, al di là del disordine con cui lo fa: indebolire i legami eurasiatici per poter gestire le crisi una alla volta, isolando i propri avversari.
Bisogna capire cosa rappresenta strutturalmente questo incontro. Russia e Iran sono perni del Corridoio di Trasporto Nord-Sud, l’asse verticale che collega San Pietroburgo all’India passando per il territorio iraniano. È un’infrastruttura che ridisegna le rotte commerciali eurasiatiche in modo da renderle indipendenti dai colli di bottiglia come Hormuz, Bab-el-Mandeb, il Canale di Suez. È esattamente quella integrazione eurasiatica che Washington cerca disperatamente di sabotare.
Certo, le diffidenze strutturali tra Russia e Cina esistono — documenti riservati russi definiscono Pechino una ‘minaccia strutturale’ a lungo termine — e i rapporti tra Mosca e Teheran non sono mai stati privi di ambiguità. Putin stesso ha avvertito che ci attendono ‘venti anni molto turbolenti’. Ma di fronte all’aggressione comune, queste tensioni passano in secondo piano.
Ciò che conta è che l’incontro di San Pietroburgo dimostra al mondo che il piano di isolare l’Iran ha fallito. Più aumenta la pressione, più si consolida l’asse eurasiatico. A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e si illude chi fa conto solo sulla propria potenza senza considerare che si confronta con quel che provoca. In fondo, il gioco degli scacchi è stato perfezionato in Persia, no?»
Parliamo delle ricadute economiche causate dalla chiusura/apertura soggetta a pedaggio in Yuan dello stretto di Hormuz ( le cui acque non sono internazionali ma dell’Iran e dell’Oman), a cui si sommano quella operata dalla Us Navy e la quasi paralisi del passaggio di Bab-el Mandeb controllato dagli Houthi.
Quale sarà il futuro del “petrodollaro” su cui si regge la potenza economica statunitense? Per noi europei quali saranno le conseguenze a medio e lungo termine, visto che abbiamo volontariamente rinunciato all’economico e abbondante gas russo in nome di una guerra per procura verso Mosca?
«Il petrodollaro vacilla. Non è un’ipotesi, ma un fatto in corso. Il sistema del petrodollaro – nato dagli accordi Nixon-Faisal del 1973-74, in base ai quali il petrolio mondiale viene prezzato e scambiato in dollari, alimentando così la domanda globale di quella valuta – ha regalato agli Stati Uniti un «privilegio esorbitante» per mezzo secolo. Ma quel privilegio reggeva su 2 presupposti: la capacità americana di garantire la sicurezza dei flussi energetici nel Golfo Persico e l’assenza di alternative credibili. Oggi entrambi i presupposti sono venuti meno.

L’Iran, con la chiusura di Hormuz, ha dimostrato che gli Stati Uniti non sono in grado di garantire quella sicurezza. Le mine sul fondale, i droni dei Pasdaran, i missili a corto raggio che hanno saturato i sistemi di difesa avanzati: è una forma di guerra asimmetrica che rende obsoleta la supremazia della flotta convenzionale americana. Nel frattempo i BRICS stanno costruendo alternative — commercio in yuan, sistemi di pagamento non-SWIFT, accordi bilaterali in valute nazionali.
La Cina ha concluso la sua fase ‘placida’ e si muove militarmente verso l’Oceano Indiano. Il modello Dubai sta salutando tutti. La cosa – occorre precisarlo – non è senza contraddizioni, visto che due membri BRICS, Iran e Emirati, ora sono in guerra fra loro. Ma una linea di tendenza c’è lo stesso.
Per noi europei le conseguenze sono già visibili e rischiano di diventare catastrofiche. Abbiamo rinunciato volontariamente al gas russo abbondante ed economico – 5 volte più conveniente di quello americano – in nome di questa guerra per procura in atto in Europa contro Mosca. Risultato: deindustrializzazione rapidissima, crisi energetica strutturale, scomparsa di quella base manifatturiera su cui si reggeva il modello sociale europeo. Siamo il vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.
Non siamo al primo posto in nessuna delle settanta tecnologie chiave del futuro, dove dominano Cina e Stati Uniti. E adesso ci troviamo esposti alla seconda ondata, quella delle “contro sanzioni” iraniane sugli idrocarburi. Dopo aver devastato l’Europa con le contro sanzioni russe, l’Occidente sta per scoprire un’altra verità che non voleva vedere: le contro sanzioni iraniane – con la semplice paralisi del Golfo – possono essere ancora più letali».
Cosa sta succedendo in Israele? Dopo aver aperto molti fronti di guerra in questi ultimi 2 anni, Gaza, Libano, Yemen, Siria e ora anche l’Iran, il governo Netanyahu si ritrova a non aver raggiunto alcun obiettivo strategico. Lei che ne pensa? C’è un futuro per questo “stato canaglia” che a tutt’oggi non hai mai avuto confini ben definiti e che punta a creare con la” pulizia etnica” il “ Grande Israele dal Nilo all’Eufrate”?
«Israele, nel senso del progetto del Sionismo Reale nella sua versione messianica attuale, si trova in una trappola di sua stessa costruzione. Bibi il Genocida ha aperto i fronti di Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iran senza raggiungere un solo obiettivo strategico dichiarato. Hamas non è stata eliminata, Hezbollah non è stato disarmato, la deterrenza iraniana si è rafforzata, l’isolamento diplomatico di Israele si è approfondito a livello mondiale. Ma la logica che muove questa classe dirigente non è quella tradizionale della sicurezza nazionale: è quella espansionista e messianica del Grande Israele.
Nel mio libro ‘Contro il Sionismo Reale’ ho cercato di spiegare esattamente questa distinzione: il Sionismo Reale non è la narrazione idealizzata che ci propina la grande stampa occidentale. È l’applicazione storica concreta di un progetto che – come ha dimostrato lo storico israeliano Ilan Pappé analizzando il Piano Dalet del 1948 – era già immerso fin dall’inizio nella prassi della pulizia etnica. Golda Meir negava l’esistenza stessa del popolo palestinese. Yitzhak Shamir sognava Eretz Israel ‘dal mare al fiume Giordano’.
Netanyahu ha esposto all’ONU la mappa di un nuovo Medio Oriente definito come “La Benedizione”: Israele come fulcro di una nuova Via commerciale verso l’India. Il progetto non è mai cambiato: sono cambiate le maschere.

Il problema è che questo progetto ha prodotto una dinamica di guerra permanente che oggi coinvolge mezzo Medio Oriente e rischia di innescare un conflitto globale. Tamir Pardo, ex direttore del Mossad, figlio di una sopravvissuta alla Shoah, guardando ciò che accade in Cisgiordania ha detto: “Quello che ho visto mi ha ricordato eventi del secolo scorso rivolti contro gli ebrei. E provo vergogna a essere ebreo qui.”
Quando parla così il capo storico dei servizi segreti israeliani, capire che tipo di regime abbia prodotto il Sionismo Reale non richiede particolari sforzi intellettuali. Uno Stato senza confini riconosciuti, senza Costituzione, in guerra permanente, dominato da logiche messianiche e da criminali di guerra patentati come Ben Gvir e Smotrich, definirlo ‘stato canaglia’ è persino un eufemismo».
Sullo sfondo nel mirino di Tel Aviv c’è ora anche la Turchia, che è bene ricordarlo fa parte della Nato e che dopo gli Stati Uniti ha il secondo esercito per consistenza. Lei che ne pensa?
«La Turchia è l’elefante nella stanza che nessuno vuole nominare. Il progetto del Grande Israele — così come viene esplicitato nelle mappe e nelle dichiarazioni della destra messianica israeliana — entra inevitabilmente in rotta di collisione con la proiezione di potere turca nel Mediterraneo orientale, in Siria, in tutto l’arco che va dal Golfo fino ai Balcani.
Erdoğan non è esattamente tenero nei confronti di Netanyahu – lo ha definito più volte peggio di Hitler – e la Turchia ha dimostrato di avere una politica estera autonoma, non subordinata alle direttive di Washington o di Tel Aviv.
La Turchia ha un’influenza immane, perché è seduta su un enorme “giacimento di vantaggi geopolitici”: questa influenza si estende dal Medio Oriente al Mediterraneo, all’Europa, alla Russia e all’Africa. Il suo esercito è il secondo della NATO per consistenza, con capacità reali di combattimento terrestre che nessun altro membro europeo possiede nemmeno lontanamente.
Un attacco israeliano alla Turchia farebbe scattare formalmente l’Articolo 5 del Trattato NATO, obbligando gli altri membri – inclusi gli Stati Uniti – a intervenire in sua difesa contro Israele. Uno scenario che rappresenta un cortocircuito giuridico e politico di proporzioni inaudite.

Ecco perché si moltiplicano le voci, in ambienti vicini all’amministrazione Trump, sulla possibilità che gli Stati Uniti escano dalla NATO proprio nel momento in cui questo scenario dovesse materializzarsi: per non trovarsi nella posizione paradossale di dover scegliere tra il loro alleato mediorientale più rilevante e un obbligo formale di difesa collettiva. È la dimostrazione plastica di come il progetto del Sionismo Reale stia minando dall’interno le stesse alleanze occidentali che lo hanno sostenuto e protetto».
L’opinione pubblica degli Stati Uniti è contraria alla guerra
Dott.Cabras dando un occhiata agli Stati Uniti dove i recenti sondaggi danno 3 a 1 i contrari alla guerra nel Vicino Oriente, quale è la situazione del governo Trump che sembra succube di Israele e della potente lobby sionista presente a tutti i livelli dell’apparato politico? Nel frattempo sono partite epurazioni tra i vertici militari, secondo lei come vanno interpretate?
«Joe Kent, capo del Centro Nazionale Antiterrorismo, si è dimesso perché non poteva sostenere la guerra contro l’Iran, affermando che Teheran non costituisce una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Ha attribuito l’escalation alle pressioni dirette di Israele dentro le stanze dei bottoni di Washington. È probabilmente il gesto di dissenso più alto in grado mai compiuto da un membro dell’esecutivo americano nella storia recente. Trump lo ha liquidato come ‘un uomo debole’.
Questo episodio dice tutto sul meccanismo reale del potere. Trump aveva vinto raccogliendo il consenso di un elettorato stanco delle ‘guerre infinite’ e del loro costo umano ed economico. Ma il sistema – quello che io e Giulietto Chiesa in ‘Matrice Globale’ abbiamo analizzato come una rete di think tank, fondi di investimento, industria degli armamenti e apparati di intelligence – è più forte di una linea scelta in modo contingente da un singolo presidente.
I neoconservatori sono tra le reti più determinate e spregiudicate della storia politica americana. Hegseth, il segretario alla guerra, parla esattamente come il suo predecessore Rumsfeld, e parla così perché è imbeccato dagli stessi pensatoi con gli stessi dirigenti e finanziatori. Le epurazioni tra i vertici militari vanno lette in questo contesto: si sta selezionando la catena di comando per garantire obbedienza a una linea che il grosso dell’apparato militare professionale considera irrazionale.
Nel frattempo, nell’opinione pubblica americana si moltiplicano i segnali di frattura: sondaggi che mostrano un calo senza precedenti della popolarità di Israele, esponenti del cristianesimo evangelico che denunciano pubblicamente l’eccessivo allineamento dei loro leader alle posizioni israeliane, anche Tucker Carlson che parla apertamente di rischio false flag analogo all’11 settembre per trascinare gli USA in una guerra che piace solo agli investitori filoisraeliani.
L’aumento enorme della propaganda israeliana sembra andare a vuoto. È la prima volta che accade qualcosa di simile, nonostante investimenti giganteschi di tycoon fiancheggiatori che comprano grosse reti televisive, piattaforme social e perfino sistemi di manipolazione dell’addestramento delle piattaforme AI. Tutto vano, o quasi: masse popolari crescenti mangiano la foglia e non credono a questi propagandisti sempre più scatenati».
L’economia statunitense ha da decenni decentrato gran parte dell’industria manifatturiera all’estero, basti ricordare che dopo la Seconda Guerra Mondiale erano al primo posto nel mondo. Lei pensa che questo primato potrà essere riconquistato con il potere militare, oppure il declino di Washington e del suo “ soft power” è oramai inarrestabile a fronte della comparsa di nuovi attori sulla scena mondiale, BRICS in primo luogo?
«Il declino è reale, ma non è lineare e non è indolore. Gli Stati Uniti rimangono una potenza formidabile, con la moneta di riserva globale – fin quando dura – e la proiezione militare più estesa della storia. Ma hanno perso qualcosa di irreversibile: la credibilità come garanti dell’ordine internazionale. Un ordine che pretendeva di fondarsi su regole, diritti, istituzioni multilaterali. Dopo Gaza, dopo l’Iran, dopo la sistematica violazione di ogni norma del diritto internazionale umanitario compiuta sotto la copertura diplomatica di Washington, quella credibilità è andata.
Sul piano militare, l’ex analista CIA Larry Johnson e il colonnello Lawrence Wilkerson lo dicono senza mezzi termini: gli USA non potrebbero vincere una guerra convenzionale contro l’Iran. Il controllo del cielo non equivale al controllo del conflitto. La 82ª Divisione Aviotrasportata difetterebbe di logistica per reggere più di 48 ore. Non ci sono truppe sufficienti, non ci sono navi anfibie in numero adeguato, non ci sono le basi logistiche per un’operazione di terra. Troppe persone restano intrappolate in fantasie cinematografiche ignorando i limiti materiali di qualsiasi conflitto reale.
I BRICS – al netto delle innegabili contraddizioni e disomogeneità stridenti – rappresentano qualcosa di più di una semplice alleanza economica alternativa: sono la prima coalizione nella storia moderna che raggruppa paesi che rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale e una quota crescente del PIL globale, e che ha deciso consapevolmente di costruire infrastrutture finanziarie, commerciali e di sicurezza via via più indipendenti dall’Occidente.
La de-dollarizzazione avanza, i corridoi eurasiatici si costruiscono, le alternative ai sistemi di pagamento occidentali proliferano. L’Europa, nel frattempo, è la grande sconfitta: non è al primo posto in nessuna delle tecnologie chiave del futuro. Si è fatta travolgere dalla logica russofoba atlantista rinunciando alle sue migliori carte – l’energia russa, il mercato cinese, la tradizione diplomatica autonoma – in cambio di nulla.

Il mio motto è ‘se vuoi la pace prepara la pace’. Non è un’ingenuità: è una proposta politica concreta. L’unica via per gli europei sarebbe fare esattamente ciò che hanno sabotato negli ultimi vent’anni: stipulare un accordo di sicurezza continentale con la Federazione Russa, mettere in pensione i botoli russofobi e i clienti di Bibi, ritrovare un ruolo diplomatico autonomo in un mondo multipolare.
La Sardegna, la Sicilia, la Penisola italiana possono tornare a essere ponti nel Mediterraneo, non trincee avanzate di guerre altrui. Ma il tempo per evitarlo si sta esaurendo. Per questo sostengo l’iniziativa di raccolta firme per una proposta di legge che faccia scegliere alla Repubblica italiana una neutralità attiva, fuori dai blocchi che ci portano alla guerra».
