(Angelo Paratico) Il 9 maggio si è ricordato l’assassinio di Aldo Moro e dei 5 uomini della sua scorta, avvenuto nel 1978. Si è riparlato di tutti i misteri che accompagnarono la sua morte e che paiono infittirsi con il passare del tempo, invece che diradarsi. Sfideremo ora la sua santificazione, notando che resta un buco oscuro nella sua biografia. Infatti, da dove uscì Aldo Moro e perché si trovò in una posizione tanto eccelsa, pur adottando un linguaggio così oscuro e tortuoso? Un fatto che di solito manca nelle ricostruzioni del suo passato è la sua militanza fascista, prima della caduta di Benito Mussolini.

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La carriera di Moro

La sua laurea in giurisprudenza risale al 13 novembre 1938. Ma la sua prima citazione negli annali fascisti risale al 14 aprile del 1938, allorché, in una cronaca dei «Littoriali della Cultura e dell’Arte», qualcuno scrisse: « Le osservazioni più interessanti si sono avute, sempre nel senso universale del fascismo di fronte alla storia: e l’universalità della dottrina fascista come principio di dominio storico è stata posta in luce originariamente da Aldo Moro, di Bari ». Ecco, fu lì che ebbe inizio la sua brillante carriera, che lo portò prima alla cattedra universitaria, altrimenti impossibile senza una piena aderenza all’ortodossia fascista e nel dopoguerra a una brillante carriera di uomo di Stato.  Subito dopo la laurea strinse amicizia con il futuro papa Paolo VI, che lo segnalò e lo promosse. Iniziò come sostituto di Giovanni Leone, richiamato al fronte.

Alla vigilia della caduta di Mussolini il professor Aldo Moro raccolse le sue lezioni universitarie dell’anno 1942 e 1943 in un volume dal titolo: « Lo Stato ». Un libro a dispense che fu pubblicato dall’Università di Bari nel 1944 ed è oggi rarissimo (ne abbiamo vista una copia danneggiata in vendita a 450 euro!) di 335 pagine. Crediamo che poi si sia pentito di averlo dato alle stampe e pensiamo che abbia cercato di ritirare dal mercato tutte le copie su cui poteva mettere le mani. Noi avremmo fatto lo stesso se fossimo stati Aldo Moro. Le sue lezioni cominciavano con la ricerca di un «ideale sintesi dell’autorità con la libertà». Se n’era autorevolmente interessato anche Amintore Fanfani, in un libro sul “Significato del Corporativismo”, pubblicato e poi ristampato varie volte dal 1936 al 1941, allo scopo di ribadirne i concetti nella mente degli scolari del Littorio.

La razza

Aldo Moro venne richiamato alle armi nel 1942 come ufficiale di fanteria e poi come commissario nell’aeronautica e addetto stampa. A pagina 61 del suo libro riappare un suo corso ove egli prospettava che gli elementi costitutivi da cui risulta composta la Nazione sarebbero: « La razza, la cultura, la lingua, la religione, la tradizione, le aspirazioni storiche ». La razza, per prima, dunque; e al quarto posto la religione. E che cos’è la razza? Moro spiegava: « La razza è l’elemento biologico che, creando particolari affinità, condiziona l’individuazione del settore particolare dell’esperienza sociale, che è il primo elemento discriminativo della particolarità dello Stato ». Sorprendente che, a suo parere, e almeno sino a quando il fascismo esalò l’ultimo respiro, l’elemento razziale nell’uomo condizionò l’aspirazione della società a diventare Stato.

La guerra

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E cosa pensava della guerra? Continuando nella lettura, ecco qui un Aldo Moro insolitamente bellicista e, capiamo che per lui la guerra sia una: «tipica realizzazione di giustizia», comprensibile nella sua ineluttabile storicità non soltanto allorché viene dichiarata «per reagire all’arbitrario inadempimento di un trattato», ma anche quando « si pone come reazione alla minaccia o alla lesione di supremi interessi dei quali non sia stata predisposta in termini espliciti la tutela, come violazione cioè di quella etica dignità degli Stati che non è meno valida né meno degna di rispetto se pur non abbia trovato uno storico riconoscimento». 

L’epilogo del suo libro pare quasi una profezia: «In definitiva l’anima più profonda della guerra, il suo significato vero, il suo valore, sono in questo suo immancabile protendersi verso l’armonia dei popoli che essa, nella forma provvisoria della lotta, dà opera a costruire. La sua verità non è nella rottura dell’unità che essa implica momentaneamente, ma proprio nell’unità cui essa serve con il terribile strumento della lotta.

Per questo la guerra può essere grandissima e umanissima cosa; per il suo immancabile anelito verso l’unità e la giustizia, per il suo accettare ogni prova, e quella suprema del sangue, perché la giustizia sia, talché proprio nella guerra della verità universale si afferma il supremo valore, se proprio per realizzarla gli Stati, e cioè gli uomini che sono gli Stati, accettano tutte le prove e tutti i dolori. Questa attesa di una rivelazione della giustizia, che si paghi al prezzo del supremo dolore, che è in ognuno dei belligeranti, se è vero che nessuno possiede intera la verità, ma questa va sorgendo dal sacrificio di tutti, dall’amore di verità con cui tutti abbiamo combattuto, dall’esito del gioco delle libere forze, sì, ma soprattutto dal consenso dato alla verità così rivelatasi, dà grandezza veramente umana alla vicenda della guerra ». 

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Dopo l’8 settembre 1943, come centinaia di altri cattedratici, giornalisti e pensatori, rivedendo radicalmente le proprie posizioni e guidati dall’esempio del Capo dello Stato, Vittorio Emanuele III, traghettò nella DC (e molti altri nel PSI e nel PCI) per costruire l’Italia nella quale oggi viviamo.