Il diritto di scegliere: perché le cure palliative non possono essere l’unica risposta
(Giorgio Pasetto) Ogni volta che in Italia si riapre il dibattito sul fine vita, una parte della politica – soprattutto nel centrosinistra – tenta di rifugiarsi in una posizione apparentemente rassicurante: investire sulle cure palliative come “alternativa etica” al suicidio assistito.
Una posizione che, detta così, sembra ragionevole. Ma che diventa profondamente ipocrita quando viene usata per evitare il nodo centrale della questione: la libertà individuale.
Le cure palliative sono fondamentali. Devono essere accessibili, gratuite, diffuse ovunque e garantite a chiunque soffra. Nessuna persona dovrebbe affrontare dolore, abbandono o solitudine negli ultimi mesi della propria vita. Ma trasformarle nell’unica risposta possibile significa ignorare una verità semplice: non tutta la sofferenza è eliminabile.

Esistono persone lucide, consapevoli, informate, che non chiedono soltanto di “non soffrire”. Chiedono di poter scegliere.
Scegliere quando fermarsi.
Scegliere di non essere costrette a un’esistenza che percepiscono come priva di dignità.
Scegliere di non dipendere totalmente dagli altri.
Scegliere di non vivere intrappolate in un corpo che non riconoscono più come proprio.
E uno Stato liberale dovrebbe avere il coraggio di rispettare questa scelta.
Il problema della politica italiana è che continua a trattare il cittadino come un soggetto da guidare moralmente, non come un individuo autonomo. Si preferisce dire: “Ti accompagniamo fino alla fine”, invece di riconoscere che qualcuno potrebbe non volerci arrivare in quel modo. È una forma di paternalismo travestita da compassione.
Il Partito Democratico e il fine vita
Il Partito Democratico, in particolare, continua a oscillare tra aperture simboliche e continui arretramenti. Da anni promette una legge sul fine vita, ma quando arriva il momento decisivo cerca compromessi annacquati, spesso per non scontrarsi con l’ala cattolica interna o con la Conferenza Episcopale. Il risultato è un limbo legislativo crudele, dove il diritto a morire dipende dai tribunali, dalla disponibilità delle ASL o dalla possibilità economica di andare all’estero.
Ma i diritti civili non possono dipendere dal censo o dalla fortuna geografica.
La vera domanda è molto semplice: chi deve decidere sulla propria vita? Lo Stato? La Chiesa? Un partito politico? Oppure la persona direttamente coinvolta?
Perché se esiste anche una sola persona che, in piena lucidità, desidera porre fine alle proprie sofferenze attraverso una procedura regolamentata, controllata e legale, allora uno Stato democratico ha il dovere di costruire una legge che lo consenta. Non per obbligare qualcuno a morire, ma per permettere a chi lo desidera di scegliere.
Difendere il suicidio assistito non significa svalutare la vita. Significa riconoscere che la dignità umana comprende anche il diritto di decidere come concluderla. E uno Stato davvero moderno non impone una morale unica: garantisce libertà.
