(di Francesca Romana Riello) .Federico Faggin ha parlato per quasi due ore al Gruppo dei Salmoni, la rete che raccoglie ex giovani imprenditori da tutta Italia e che si ritrova periodicamente per confrontarsi su economia, cultura e futuro. La giornata veronese l’ha organizzata e condotta Alessandro Riello, che ha moderato il dialogo con uno dei nomi più noti della storia dell’informatica mondiale: l’uomo che ha lavorato alla nascita del microprocessore, che ha attraversato la stagione pionieristica della Silicon Valley, e ha contribuito a inventare tecnologie finite nella vita quotidiana di miliardi di persone.
Alessandro Riello ha aperto raccontando la storia del gruppo: una comunità di amici nata dall’esperienza imprenditoriale, rimasta viva nel desiderio di ritrovarsi e discutere. Il format era interattivo, con passaggi guidati, domande e spazi di confronto. Un breve filmato ha accompagnato il pubblico nella traiettoria personale e professionale di Faggin prima che prendesse la parola.

Dal Veneto al microprocessore
Federico Faggin è nato a Isola Vicentina, in anni segnati dalla guerra e dal dopoguerra. Racconta un’infanzia in un ambiente ancora rurale, una curiosità precoce per il costruire, per il volo, per gli aeromodelli. Voleva fare il pilota. Un problema alla vista lo spinse verso la progettazione. Scelse fisica non per convenienza ma per capire i transistor fino in fondo, non solo usarli. In Olivetti lavorò alla progettazione di computer a transistor, quando l’Italia era ancora nelle prime posizioni della frontiera tecnologica internazionale.
Poi arrivò l’America; Federico Faggin contribuì allo sviluppo delle tecnologie MOS, decisive per integrare su silicio i componenti di un computer. Da lì passarono memorie, circuiti integrati, processi industriali diventati standard per decenni. In Intel lavorò ai primi microprocessori, dal 4004 all’8080, dentro un ambiente fatto di invenzioni e resistenze interne, intuizioni non sempre riconosciute.
Il tono non è mai celebrativo. Faggin parla anche delle frizioni, delle appropriazioni, delle logiche industriali americane capaci di valorizzare l’innovazione e di consumarla altrettanto rapidamente. Da quell’esperienza nacque Zilog, fondata dopo l’uscita da Intel, e Z80, un microprocessore così efficace da essere ancora prodotto dopo mezzo secolo.

L’impresa, il futuro e la responsabilità
Sul piano imprenditoriale, Faggin ha raccontato la nascita del touchpad come risposta a un problema concreto: sostituire il trackball dei portatili, ingombrante e poco affidabile. Poi l’intuizione del touchscreen per i cellulari, quando i grandi produttori non vedevano ancora il potenziale. Motorola, Nokia, Blackberry erano convinti della propria traiettoria. Apple, con l’iPhone, aprì il mercato. Synaptics,la sua azienda, ne beneficiò fornendo tecnologie ai concorrenti che volevano inseguire quella trasformazione. L’innovazione, ha detto, spesso arriva prima dello spazio che il mercato è disposto a concederle.
Anche qui il percorso non è lineare. Faggin ha parlato di errori, scelte difficili, aziende cedute, visioni non comprese, rapporti complessi con i grandi gruppi. Ha descritto un capitalismo americano capace di accelerazione straordinaria e insieme di durezza, opacità, concentrazione di potere.
Il Gruppo dei Salmoni ha trasformato l’incontro con Federico Faggin in qualcosa di più di un omaggio a un grande inventore, oggi celebre come “il padre del microprocessore”: in una discussione su cosa significhi innovare senza perdere il senso di responsabilità. Perché l’impresa non è solo prodotto, brevetto, mercato: è anche la scelta di quale idea di uomo si vuole portare dentro la tecnologia.
E la AI? Oltre la macchina c’è l’uomo
La parte più densa dell’incontro non è stata la memoria della rivoluzione digitale. È stata la domanda che Faggin ha posto al presente: cosa stiamo facendo con l’intelligenza artificiale, e cosa rischiamo di perdere se riduciamo l’uomo a una macchina più complicata delle altre? L’intelligenza artificiale, ha detto, può produrre testi, soluzioni, programmi, risultati apparentemente convincenti. Ma l’apparenza non basta. Un tema scritto dall’intelligenza artificiale può sembrare ben fatto, ma va verificato: bisogna chiedersi se quello che dice è vero, se regge e se ha fondamento. Il problema non sono solo gli studenti che la usano, ma gli insegnanti che devono imparare a guidarne l’uso critico.
Un programmatore esperto, con gli strumenti giusti, può fare in un giorno quello che prima richiedeva settimane. Ma questo vale per chi sa già fare le domande giuste, per chi possiede metodo, logica, competenza e senso critico. Senza queste basi, la macchina diventa ingannevole proprio perché dà risposte rapide, spesso verosimili, ma non sempre veritiere.

Dalla scienza alla coscienza
Da qui la critica allo scientismo, inteso come riduzione della realtà a puro meccanicismo che esclude dal piano qualsiasi tipo di sentimento umano: una visione che, secondo Faggin, non riesce a spiegare la coscienza, l’esperienza interiore, il libero arbitrio. Il computer elabora informazioni, ma non prova esperienza né sentimento. Può simulare un dialogo, ma l’esperienza non ce l’ha.
È su questo piano che il discorso si è spostato verso la coscienza. Durante il lavoro in Synaptics, l’azienda legata allo sviluppo del touchpad e del touchscreen, Faggin aveva cominciato a studiare neuroscienze e biologia per capire il cervello. Più andava avanti, più percepiva un vuoto: la coscienza veniva trattata come effetto collaterale dell’attività cerebrale, non come punto di partenza.
Oggi la sua riflessione, con il libro “Oltre l’invisibile. Dove scienza e spiritualità si uniscono”, prova a creare un dialogo tra fisica quantistica, esperienza interiore e libero arbitrio, sostenendo che la realtà non possa essere compresa soltanto dall’esterno.
Dopo una vita intera passata a costruire tecnologie che hanno cambiato il mondo, oggi Federico Faggin sembra interessato a ciò che gli scienziati non riescono ancora a spiegare: la coscienza. Non come funzione cerebrale o algoritmo sofisticato ma come esperienza umana irriducibile. E questo è il punto di partenza.

