L’intervista
(di Francesca Romana Riello) Pietro Franzoni, il talento cresciuto sulla parete: una vittoria in Coppa Europa, il Mondiale nel mirino e tante giornate passate al King Rock. Pietro Franzoni è una delle giovani promesse dell’arrampicata italiana. Suo padre Roberto, allenatore della squadra agonistica del King Rock, però delle classifiche si fida fino ad un certo punto.
«Pietro è forte, questo sì. Però non è l’unico», racconta. «Nella sua categoria ci sono almeno tre o quattro ragazzi anche loro con un grade talento. Il livello è davvero alto».
Dietro i risultati c’è un percorso iniziato molti anni fa. Roberto frequenta il mondo dell’arrampicata da più di quarant’anni. Quando il King Rock nacque, entrò nel progetto occupandosi delle manutenzioni e seguendone da vicino la crescita. All’epoca era una scommessa, oggi è una delle realtà di riferimento dell’arrampicata italiana.

Pietro Franzoni, il talento cresciuto sulla parete
Nel frattempo anche questo sport è cambiato parecchio. Le competizioni sono aumentate, il livello si è alzato e il sistema si è fatto via via più strutturato.
«Oggi c’è un percorso preciso», spiega Roberto Franzoni. «Si parte dalle gare regionali, si accumulano punti e ci si qualifica per le finali nazionali e per la Coppa Italia. È un sistema che permette ai migliori di emergere».
Anche il fisico degli atleti non è più quello di vent’anni fa.
«Una volta si pensava che essere molto magri fosse un vantaggio. Oggi non basta più. Servono forza, preparazione atletica, alimentazione corretta e recupero. Gli arrampicatori moderni sono sportivi completi».
Pietro appartiene a questa generazione. Si allena nel Boulder e nel Lead, le due discipline che richiedono una specializzazione sempre più precoce. Il prossimo obiettivo è il Mondiale. Prima c’è l’Europeo Boulder e c’è già quella vittoria in Portogallo che ha fatto capire a molti addetti ai lavori quale potenziale abbia questo ragazzo.
«È stata una bella soddisfazione», ammette il padre. «Non era un risultato scontato».

Dalla plastica alla roccia
Quando parla di arrampicata giovanile, però, Roberto Franzoni finisce quasi sempre per tornare su un tema che gli sta particolarmente a cuore.
Il rischio, dice, è che i ragazzi crescano esclusivamente sulle strutture indoor, perdendo parte di quello che la roccia può ancora insegnare.
«La plastica e la roccia sono due mondi diversi», osserva. «Le gare richiedono movimenti che in natura spesso non esistono. Però la roccia ti insegna sensibilità, tecnica di piedi, capacità di leggere una linea. Cose che non puoi imparare completamente in palestra».
È uno dei paradossi dell’arrampicata moderna. Proprio l’allenamento indoor ha contribuito ad alzare il livello anche all’aperto. Gli atleti portano sulla roccia una forza che vent’anni fa era impensabile e oggi si raggiungono difficoltà che allora sembravano quasi fantascienza.
Eppure qualcosa, secondo lui, rischia di andare perso.

«Chi cresce soltanto sulla plastica tende a usare più forza e meno fantasia. La roccia ti obbliga a trovare soluzioni».
Da qui nasce anche una riflessione che al King Rock si sta trasformando in un progetto concreto. L’idea è investire ancora di più sulle nuove leve, sulla formazione degli istruttori e sul ritorno dei ragazzi in ambiente naturale.
«Vogliamo costruire un percorso completo fin dall’inizio», spiega. «La palestra resta fondamentale, ma l’esperienza in ambiente naturale aggiunge qualcosa che nessuna struttura indoor può sostituire».
L’obiettivo è riportare i giovani arrampicatori sulla roccia con maggiore continuità, dove oltre alla tecnica si imparano autonomia, capacità di adattamento e lettura della montagna.
Pietro, intanto, lavora con un mental coach da quando aveva otto anni. Un percorso che coinvolge inevitabilmente anche la famiglia.
Roberto Franzoni ha accompagnato il figlio fin dai primi passi nell’arrampicata, condividendo allenamenti, trasferte e gare in Italia e all’estero. Con il tempo è diventato un punto di riferimento anche per molti ragazzi del gruppo agonistico del King Rock e per le loro famiglie.
Presenza discreta ma costante. Uno di quelli che macinano chilometri nei fine settimana e passano ore ad aspettare il turno dei ragazzi senza mai cercare i riflettori.
«I genitori possono fare moltissimo, ma devono capire qual è il loro ruolo», osserva. «Ci sono ragazzi che hanno bisogno di essere sostenuti e ascoltati, non caricati di aspettative».
Negli anni ha visto talenti sbocciare e altri perdersi per strada. A volte non per mancanza di capacità, ma per il peso di pressioni che arrivavano dall’esterno.
Per questo considera fondamentale aiutare gli atleti a costruire la propria autonomia, senza che lo sport diventi un progetto dei genitori.
«La testa conta tantissimo. E anche i genitori contano moltissimo, nel bene e nel male».
La filosofia, alla fine, è semplice: «I figli devono trovare la loro strada. Noi possiamo accompagnarli, non scegliere per loro».
Se oggi Pietro Franzoni guarda al Mondiale come a un obiettivo possibile, una parte di quella salita passa anche dal lavoro silenzioso di chi, da anni, gli cammina accanto. E che continua a farlo senza chiedere nulla in cambio, se non la soddisfazione di vedere un ragazzo crescere, dentro e fuori dalla parete

