Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Massimo Lucioli  autore del libro “LIBERATORS “ per Italia Storica Editore: italiastorica@hotmail.com. Comandante pilota ora in pensione, ha prestato servizio per 20 anni sulla flotta Canadair del Servizio Antincendio dello Stato come Comandante Istruttore -Controllore e Capo pilota. Da sempre appassionato di storia militare, ha collaborato e tuttora collabora con diverse riviste storico-militari.

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Ha pubblicato numerosi saggi tra i quali: Il Legionario di Dio, Resistenza al di là del mito, La Ciociara e le altre, Rovetta 1945 storia di una strage partigiana, Mafia & Allies, Endkampf, SS-Sturmbataillon Charlemagne nella difesa di Berlino, Monterotondo 09/09/1943. Nel 2021 per i tipi di Italia Storica Edizioni ha pubblicato 1945 Germania Anno Zero, atrocità e crimini Alleati nel memorandum di Darmstadt, opera che nel 2022 ha vinto il premio “Libro di Guerra, Nettunia 1944”. Nel 2022 ha pubblicato “Operazione Eiche, Gran Sasso, 12 settembre 1943 la liberazione di Benito Mussolini”, opera vincitrice, nel 2023, del “Premio Letterario 18 Maggio” nella sezione 2ª guerra mondiale.

Comandante Lucioli prima di entrare nel merito del libro” Liberators”, perché ha sentito la necessità di aprire un pagina sottaciuta della nostra storia legata alla 2ª Guerra Mondiale, con un saggio che potremmo definire controcorrente e che fa seguito al  precedente saggio “Germania Anno Zero” ?

«Lei ha usato il termine “necessità”, ed è proprio la parola giusta. La storia che è stata raccontata e tramandata fino ai nostri giorni, soprattutto quella relativa al 2° conflitto mondiale, è stata spesso presentata come un insieme di assiomi e dogmi da accettare senza porsi troppe domande. Eppure, la realtà storica fu molto più complessa. Non si trattò di uno scontro così netto e semplicistico tra il bene e il male, come una certa narrazione successiva ha voluto rappresentare. Fu anzitutto un conflitto nel quale interessi economici, strategici e geopolitici si intrecciarono con le contrapposizioni ideologiche, dando vita a una guerra di eccezionale violenza. Le atrocità, i crimini e le responsabilità della parte sconfitta sono stati oggetto di un’ampia e continua attenzione storiografica e divulgativa.

Al contrario, le vicende, le responsabilità e le malefatte riconducibili alla parte vincitrice sono rimaste per lungo tempo in secondo piano, quando non deliberatamente trascurate o occultate. A oltre 80 anni dalla fine della guerra, ritengo che questo approccio non sia più sostenibile. La ricerca storica dovrebbe mirare ad accertare i fatti nella loro interezza, senza zone d’ombra imposte da convenienze politiche o culturali. Le responsabilità devono essere riconosciute e dichiarate ovunque esse si trovino, indipendentemente da chi abbia vinto o perso il conflitto. Solo una ricostruzione equilibrata e fondata sulle fonti può restituire una comprensione autentica della storia.

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La narrazione dominante ha veicolato l’idea che, all’indomani della fine delle ostilità, sia bastato premere un interruttore perché la vita tornasse alla normalità, come se tutte le atrocità e le ingiustizie fossero state spazzate via dalla vittoria delle cosiddette democrazie, portatrici di pace, benessere e soprattutto libertà. Una rappresentazione edulcorata, quasi infantile, che risponde però a esigenze politiche precise: consolidare l’immagine di un mondo pacificato e giusto, in cui la Storia stessa diventa strumento di legittimazione del presente. Questa visione distorta, lungi dall’essere innocua, ha prodotto un effetto devastante: ha piegato la verità storica, trasformandola in un racconto addomesticato, spesso relegato nelle redazioni compiacenti o occultato negli archivi editoriali».

Nel suo libro lei cita il generale Omar Bradley che nel settembre del 1944 diede ordine esplicito alle truppe Alleate di non fraternizzare con il popolo tedesco, la stessa cosa avvenne in Giappone dopo la resa. Prima di focalizzarci sulla Campagna d’Italia, che cosa avvenne in Germania e in Giappone a guerra finita?

«È difficile pensare che il generale Omar Bradley abbia assunto iniziative di tale portata a titolo personale. Decisioni di quella natura non potevano che provenire dai vertici dello Stato Maggiore dell’Esercito statunitense e riflettere una precisa volontà politica. Nei confronti delle nazioni sconfitte, infatti, le potenze anglo-americane adottarono un atteggiamento che definire semplicemente vessatorio sarebbe riduttivo: si trattò, in molti casi, di una vera e propria politica punitiva e vendicativa, destinata a protrarsi ben oltre la cessazione delle ostilità. Le sue conseguenze si fecero sentire per almeno un lustro dopo la fine del conflitto, incidendo profondamente sulle condizioni di vita delle popolazioni vinte, Italia inclusa.

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Un caso emblematico è rappresentato dal Giappone. La storiografia ufficiale, anche in conseguenza della rigida censura imposta dalle autorità statunitensi alla stampa giapponese fino al 1952, ha per lungo tempo sostenuto che le violenze sessuali commesse dai militari americani fossero state limitate a poche decine di episodi. Tale ricostruzione è stata successivamente rimessa in discussione da nuove acquisizioni documentali.
Nel 1998, in seguito al ritrovamento dei resti di tre marines statunitensi scomparsi nel 1945 sull’isola di Okinawa, emersero elementi che contribuirono a riaprire il dibattito. Secondo la ricostruzione, i tre militari sarebbero stati uccisi dagli abitanti del villaggio di Katsuyama perché ritenuti responsabili di ripetuti stupri e omicidi. Da tali approfondimenti sarebbe emerso che oltre 10.000 donne furono vittime di violenza sessuale a Okinawa durante l’occupazione americana.

Le violenze, inoltre, non si esaurirono con la conclusione della guerra. Anche negli anni successivi si verificarono numerosi episodi che alimentarono un profondo risentimento della popolazione locale nei confronti della presenza militare statunitense. Emblematico è il caso del 1995, quando una ragazza dodicenne fu rapita e violentata da tre militari americani, episodio che provocò imponenti manifestazioni di protesta e contribuì ad accrescere l’ostilità degli abitanti di Okinawa verso le 38 basi militari statunitensi presenti sull’isola. Le violenze sessuali non interessarono soltanto Okinawa.

Anche nelle principali isole dell’arcipelago giapponese furono denunciati migliaia di stupri. Nella sola prefettura di Kanagawa, tra il 30 agosto e il 15 settembre 1945, furono presentate denunce relative a circa 1.300 aggressioni sessuali, a testimonianza della gravità del fenomeno nelle settimane immediatamente successive alla resa del Giappone.

Relativamente alla Germania, la direttiva JCS-1067 (Joint Chiefs of Staff), ispirata al noto piano Morgenthau, elaborata alla fine dell’aprile 1945 e approvata dal presidente Harry S. Truman il 10 maggio dello stesso anno, stabiliva che la Germania dovesse essere considerata una nazione sconfitta da occupare e non da liberare. Essa prevedeva il disarmo, la decentralizzazione, la deindustrializzazione e la denazificazione del Paese, imponendo inoltre ai funzionari statunitensi un atteggiamento “giusto” ma fermo e scoraggiando ogni forma di fraternizzazione con la popolazione tedesca. Le linee guida della direttiva furono successivamente discusse alla Conferenza di Potsdam (16 luglio-2 agosto 1945) e costituirono uno dei riferimenti operativi dell’Allied Control Council per l’amministrazione delle quattro zone di occupazione.

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September 1945: Boys in postwar Berlin are served a ration of gruel (flour and milk) in the playground of their school in the Charlottenburg district. The rations are provided by the British authorities. (Photo by Fred Ramage/Keystone/Getty Images)

Applicata rigorosamente fino alla fine del 1947, quando fu sostituita dalla JCS-1779, la direttiva continuò, secondo diverse ricostruzioni storiografiche, a produrre effetti anche negli anni successivi. Essa regolava anche la distribuzione dei beni di prima necessità, fissando razioni alimentari comprese tra circa 1.080 e 1.150 chilocalorie giornaliere. Alan S. Milward confermò che nel biennio 1946-1947 il consumo medio si attestava intorno alle 1.080 chilocalorie al giorno, mentre l’US Army Medical Corps riteneva necessarie almeno 2.000 calorie quotidiane per il semplice mantenimento di un adulto. Helmut Schröcke, nel volume Der Jahrhundertkrieg 1939-1945 (2005), attribuisce alla politica alimentare applicata tra il 1945 e il 1950 la morte di 5,7 milioni di civili tedeschi.

Lo storico Giles MacDonogh, in After the Reich: The Brutal History of Allied Occupation, stima invece che almeno 3 milioni di tedeschi, civili e militari, morirono dopo la fine ufficiale della guerra in conseguenza delle condizioni dell’occupazione. Il testo richiama inoltre l’elevatissima mortalità infantile registrata fino al 1947, indicata come circa 16 volte superiore a quella del 1943, quale ulteriore indicatore della gravità delle condizioni vissute dalla popolazione tedesca nel dopoguerra.»

I crimini degli Alleati in Italia

E veniamo alla Campagna d’Italia che inizia ufficialmente con l’Operazione Husky il 10 luglio 1943,ci vuole illustrare brevemente come si svolsero le operazioni militari e quali furono i primi episodi che fecero capire di che razza fossero i cosiddetti liberatori. Quale fu il ruolo del generale statunitense Patton in tutto questo?

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«I reparti statunitensi giunsero in Sicilia animati da una durezza operativa feroce alimentata dagli ordini impartiti dai vertici militari, tra cui quelli attribuiti al generale George S. Patton. Le conseguenze si manifestarono in numerosi episodi di violenza, dalle fucilazioni di prigionieri ai colpi d’arma da fuoco contro civili sospettati sommariamente di essere fascisti. In quei giorni bastava un semplice indumento nero, come quello indossato da persone dirette a un funerale, per essere scambiati per militanti fascisti e passati immediatamente per le armi. Episodi di questo genere testimoniano il clima di estrema brutalità che accompagnò le operazioni di sbarco e l’occupazione della Sicilia.

Nelle prime ore dello sbarco a Gela si verificarono episodi di estrema violenza: alcuni Carabinieri che si erano arresi vennero disarmati, derubati dei loro effetti personali e fucilati alle spalle senza processo. Contemporaneamente, i Ranger penetrarono in città combattendo casa per casa e, secondo numerose testimonianze, aprirono il fuoco anche contro civili inermi. Tra le vittime vi furono Carmela Ferrara in Rodinò, 20 anni, e i suoi due figli, Grazio di 3 anni e Lucia di 1 anno, uccisi da una raffica mentre cercavano rifugio.


La resistenza italiana, pur animata da grande coraggio e testimoniata dalle numerose decorazioni al valore, fu sopraffatta dalla schiacciante superiorità militare alleata. Tra gli episodi meno noti emerge quello di tre giovani gelesi – Francesco Zafarana, Ferdinando Incardona e Rosario Cacciatore – che, recuperate tre bombe a mano, le lanciarono dal campanile della Chiesa Madre contro un reparto di Ranger, costringendolo a ripiegare. Arrestati poco dopo, Zafarana riuscì a fuggire, mentre gli altri due furono successivamente restituiti alle famiglie.
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Un capitolo a parte credo meritano a pieno titolo le truppe marocchine “ Goumiers” francesi agli ordini del generale Juin, la cui fama negativa apparve non appena furono sbarcate in Sicilia. Ce ne può parlare?

«I crimini di guerra iniziarono fin dalle prime fasi della campagna di Sicilia. Tra i reparti presenti in Sicilia era presente anche un Tabor di Goumiers marocchini, ai quali vengono spesso attribuite le violenze commesse contro la popolazione civile italiana. Tuttavia, limitare le responsabilità ai soli marocchini è storicamente riduttivo: il Corpo di Spedizione Francese comprendeva anche reparti coloniali algerini, tunisini e senegalesi, oltre a un consistente numero di militari francesi metropolitani e corsi, che costituivano circa il 40% degli effettivi. Le violenze, comprese quelle sessuali perpetrate ai danni della popolazione civile, furono quindi responsabilità del Corpo di Spedizione Francese nel suo complesso e non di una sola delle sue componenti.»

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Ai crimini di guerra si sommarono i crimini perpetrati contro i civili, quali furono quelli più comuni e chi li commise in maggior numero durante la risalita della penisola?

«In “Liberators” si analizzano i crimini di guerra commessi dalle truppe alleate in Italia, con particolare attenzione a quelli perpetrati dopo la conclusione delle operazioni militari. Tra il settembre 1943 e l’estate del 1947, l’Italia visse una liberazione solo apparente, segnata dalle violenze diffuse delle truppe d’occupazione, dal malgoverno e dalla corruzione dell’AMGOT, dalla fame, dalle malattie, dalla borsa nera e dalle conseguenze dei bombardamenti terroristici sulle città italiane. In un clima di sostanziale impunità, i reparti alleati si resero responsabili di migliaia di episodi di violenza contro la popolazione civile.

I dati ufficiali documentano oltre 23.000 italiani vittime di aggressioni, omicidi, stupri, violenze fisiche e morali e altri reati commessi dalle truppe straniere; tuttavia, i rapporti dei Reali Carabinieri e le circolari ministeriali dell’epoca indicano che tale cifra rappresenta solo una stima per difetto e che il numero reale fu molto più elevato. Oltre ai reparti statunitensi, furono coinvolti anche contingenti britannici, francesi, indiani, canadesi, polacchi, greci e neozelandesi, responsabili di omicidi, ferimenti, aggressioni, incidenti stradali e violenze sessuali.

Per migliaia di italiani la violenza, i saccheggi, gli abusi e la paura divennero una drammatica realtà quotidiana. La ricerca si basa principalmente sulla documentazione conservata presso l‘Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME) e l’Archivio Centrale dello Stato, compreso il fondo della Commissione Alleata di Controllo (ACC) relativo al periodo 1943-1947. Si tratta di fonti primarie che consentono di ricostruire in modo diretto le modalità con cui il Governo Militare Alleato amministrò l’Italia occupata e le conseguenze che tale occupazione ebbe sulla popolazione civile.»

In un capitolo del suo libro lei parla dell’8 settembre 1943 e del  “ Mito dell’impari lotta e la realtà nascosta”. Che cosa intende? E quali ricadute  ebbe sulla popolazione civile italiana il modo con cui si giunse all’armistizio?

«La narrazione tradizionale dell’8 settembre 1943 sostiene che l’Italia fosse ormai priva delle risorse necessarie per continuare la guerra e che l’armistizio fosse una scelta inevitabile, come affermò anche Badoglio nel suo messaggio radiofonico. Tuttavia, la documentazione tedesca e le successive conferme alleate delineano un quadro diverso. Dopo l’armistizio, la Wehrmacht catturò oltre 1,2 milioni di fucili, quasi 10.000 pezzi d’artiglieria, 970 carri armati, 4.553 aeromobili, 15.500 automezzi, ingenti riserve di carburante, munizioni, esplosivi e materiali logistici. Quel patrimonio fu utilizzato per equipaggiare divisioni della Wehrmacht, reparti della Waffen-SS e le forze della Repubblica Sociale Italiana, mentre l’industria italiana continuò a produrre autocarri, carri armati, aerei, motori e unità navali per la Germania.

Il collasso dell’8 settembre dunque non derivò dalla mancanza di mezzi, ma da gravi responsabilità politico-militari, da inefficienze organizzative e dalla scelta di non opporre una resistenza coordinata. Le conseguenze furono la cattura di oltre un milione di militari italiani, circa 725.000 dei quali deportati in Germania, la trasformazione dell’Italia in campo di battaglia tra eserciti stranieri, la genesi della guerra civile e nuove devastazioni provocate dal conflitto.»

Quali erano le condizioni di vita nelle città italiane occupate dai “ liberatori”? Fame, malattie, prostituzione, disordine, criminalità?

 «Le principali città italiane occupate – Catania, Palermo, Napoli, Roma, Firenze e Livorno – vissero situazioni differenti per entità delle distruzioni, condizioni sociali, rapporti con le truppe alleate e stato sanitario. La sanità pubblica, già fragile prima della guerra, soprattutto nel Mezzogiorno, fu ulteriormente compromessa dal conflitto, dai bombardamenti e dall’arrivo di ingenti contingenti militari stranieri. Povertà, carenze infrastrutturali e inefficienze amministrative favorirono la diffusione di malaria, tifo, vaiolo, scabbia, tubercolosi e malattie veneree. Le autorità alleate intervennero principalmente per tutelare la salute e l’efficienza operativa delle proprie truppe, considerate prioritarie rispetto ai bisogni della popolazione civile.

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Le misure sanitarie adottate a favore degli italiani furono quindi, nella maggior parte dei casi, una conseguenza indiretta dell’obiettivo principale: garantire la piena capacità operativa delle forze di occupazione. La storiografia si è spesso concentrata sulle privazioni vissute dagli italiani durante il triennio 1940-1943, trascurando come, nelle regioni occupate dagli Alleati, le condizioni non migliorarono e in molti casi peggiorarono a causa di inefficienze e di una gestione amministrativa gravemente discutibile. Alla fame e alle difficoltà materiali si aggiunsero umiliazioni quotidiane, incertezza e un profondo deterioramento del tessuto morale, sociale e comunitario della popolazione.»

A Bari accadde forse l’unico episodio di guerra chimica registrato nella Seconda Guerra Mondiale, che cosa successe il 2 dicembre del 1943?

«Il 2 dicembre 1943 il porto di Bari fu devastato da un bombardamento della Luftwaffe che colpì oltre 30 navi alleate. Tra queste esplose la SS John Harvey, che trasportava circa 2.000 bombe all’iprite, per un totale stimato di circa 100 tonnellate di agente chimico vietato dalla Convenzione di Ginevra del 1925. La nube tossica provocò oltre 1.200 vittime tra militari e civili, causando ustioni e gravi intossicazioni, mentre gli effetti dell’esposizione continuarono per decenni, coinvolgendo anche pescatori dell’Adriatico.

L’accaduto fu coperto dal segreto militare e solo molti anni dopo venne ufficialmente confermata la presenza delle armi chimiche. Successive indagini postbelliche dell’ICRAM, accertarono inoltre l’esistenza di depositi e reti logistiche alleate per lo stoccaggio di agenti chimici nell’area di Foggia e in altri siti italiani. Le campagne di ricerca hanno censito circa 20.000 ordigni chimici sui fondali del Basso Adriatico, residuo degli affondamenti e delle operazioni di smaltimento del dopoguerra. La vicenda evidenzia come l’Italia sia stata utilizzata quale snodo logistico per armi chimiche, con conseguenze ambientali e sanitarie protrattesi fino ai giorni nostri e tuttora oggetto di studio e monitoraggio».

Nel suo libro viene citata spesso L’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories, Governo Militare Alleato dei Territori Occupati), che ruolo ebbe in Italia e quali furono i suoi  contatti con la Mafia?

«L‘AMGOT  fu istituito dagli Alleati dopo lo sbarco in Sicilia del luglio 1943 per amministrare i territori italiani progressivamente occupati dalle forze angloamericane. Nato con l’obiettivo di imporre ordine, stabilità e controllo in un Paese rimasto privo di un’efficace autorità statale dopo la caduta del fascismo, dipendeva direttamente dal Comando Alleato attraverso il settore del Civil Affairs. L’organizzazione aveva una struttura rigidamente militare e gerarchica. Ai vertici operavano ufficiali statunitensi e britannici, affiancati da amministratori locali scelti tra antifascisti moderati e notabili ritenuti affidabili.

I compiti principali comprendevano il mantenimento della sicurezza delle truppe d’occupazione, il ripristino dei servizi essenziali, la riorganizzazione dell’amministrazione civile, l’epurazione dei funzionari compromessi con il fascismo, il controllo della giustizia, della stampa e dei mezzi di comunicazione, oltre alla gestione dell’economia mediante l’introduzione  della destabilizzante AM-lira e delle politiche di razionamento. Tra i principali protagonisti dell’amministrazione alleata vi furono Charles Poletti, già governatore dello Stato di New York, Francis Rennell Rodd, responsabile del coordinamento britannico, ed Edgard E. Hume, ufficiale del Civil Affairs impegnato nell’organizzazione amministrativa locale.

Nel novembre 1943 l’AMGOT venne sostituito dall‘AMG (Allied Military Government) e dall’Allied Control Commission (ACC), che continuarono a esercitare il rigoroso controllo politico e amministrativo sui territori occupati. Particolarmente significativa fu l’attività svolta da Charles Poletti in Sicilia. Nominato Civil Affairs Officer, si trovò a operare in un contesto caratterizzato da infrastrutture distrutte, assenza di autorità civili e profonde tensioni sociali. Oltre a ristabilire i servizi pubblici, organizzare la distribuzione dei viveri e ripristinare le comunicazioni, ebbe il compito di nominare sindaci e prefetti, rinviando qualsiasi consultazione elettorale al termine della guerra.

Allo scopo Poletti privilegiò non solo esponenti antifascisti e notabili locali, ma si avvalse anche della collaborazione di figure vicine al separatismo siciliano e di appartenenti alla criminalità mafiosa. Tra i casi più noti figurano Calogero Vizzini, nominato sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo, detto “Zu Peppi Jencu”, divenuto vicesindaco di Mussomeli, Max Mugnani, incaricato della gestione dei magazzini farmaceutici americani in Sicilia, Vincenzo De Carlo, posto a capo del controllo degli ammassi granari, e il conte Lucio Tasca, nominato sindaco di Palermo. Nello stesso contesto, il futuro finanziere Michele Sindona avviò, con l’appoggio di Calogero Vizzini, un’attività commerciale nel settore ortofrutticolo. Tali nomine, potrebbero essere giustificate dall’urgenza di ristabilire rapidamente l’ordine e l’amministrazione nei territori occupati, tuttavia rappresentano un elemento significativo nel dibattito storico sui rapporti instauratisi tra l’amministrazione militare alleata e la mafia durante il periodo dell’occupazione».

Infine possiamo dire che se ci fosse stata una Norimberga al contrario, sul banco degli imputati  e sulla forca sarebbero finiti molti comandanti alleati e sovietici?

Ritengo che il processo di Norimberga sia stato un tribunale istituito dai vincitori nei confronti dei vinti, nel quale la ricostruzione della 2ª guerra mondiale fu limitata esclusivamente alle responsabilità degli sconfitti, lasciando fuori dal dibattimento le questioni riguardanti le potenze vincitrici. A mio giudizio, si trattò di un atto eminentemente politico, attraverso il quale venne eliminata la classe dirigente tedesca sotto il paravento della giustizia. Le prime vittime di quel procedimento siano state la verità storica e il diritto.

A sostegno di questa riflessione richiamo il giudizio espresso da John Fitzgerald Kennedy nel 1956, secondo il quale i processi di Norimberga violarono il principio costituzionale statunitense che vieta l’applicazione retroattiva delle leggi. Kennedy sostenne che un tribunale dei vincitori non può essere realmente imparziale perché il desiderio di vendetta finisce per prevalere sulla giustizia e che, così facendo, gli Stati Uniti avrebbero sacrificato i propri principi costituzionali e la tradizione dello Stato di diritto.

In “Allied War Criminals of WWII”, lo storico Paul David Cook costruisce un processo ipotetico nel quale i principali leader politici e militari delle potenze alleate vengono giudicati applicando gli stessi capi d’imputazione e i medesimi criteri giuridici adottati dal Tribunale di Norimberga nei confronti dei dirigenti tedeschi. L’autore giunge alla conclusione che Roosevelt, Truman, Churchill, Eisenhower, Stalin, de Gaulle, e altri comandanti alleati sarebbero stati condannati per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e crimini contro la pace, dimostrando che i principi di Norimberga, se applicati in modo uniforme, avrebbero dovuto riguardare tanto i vincitori quanto i vinti.
 

Il libro è edito da Italia Storica Editore: italiastorica@hotmail.com.