Dopo 18 anni quale è il bilancio?

In un contesto nazionale dove il degrado e la microcriminalità sono in aumento, lo Stato ha pensato in questi anni di utilizzare i reparti dell’Esercito in appoggio alle Forze di Polizia. Oggi il Comando a livello nazionale si trova a Verona presso il  CONFOTER-Comando Forze Operative Terrestri. 

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato Andrea Cucco  direttore della autorevole rivista  “Difesa Online”, specializzata nel settore Difesa e dell’Industria, analisi geopolitiche e reportage nei diversi teatri di crisi, con 10 milioni di pagine lette nell’ultimo anno( dati Google Analystics)

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Direttore  quando è stato deciso d’impiegare i reparti militari a supporto di Polizia e Carabinieri ? E quali sono state le principali motivazioni?

«L’operazione “Strade Sicure” nasce formalmente con il decreto-legge n. 92 del 23 maggio 2008, convertito nella legge n. 125 del 24 luglio. Il primo piano d’impiego fu adottato il 29 luglio e divenne operativo il 4 agosto 2008.

La formula utilizzata dal legislatore era molto precisa: “specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità”. Erano previsti al massimo 3.000 militari per 6 mesi, prorogabili una sola volta: in teoria, dunque, un anno complessivo. Il dispositivo doveva rafforzare temporaneamente il controllo delle grandi aree urbane, la vigilanza di siti sensibili e dei centri per immigrati, liberando personale delle Forze di polizia da servizi prevalentemente statici. 

Negli anni si sono poi aggiunti l’allarme terroristico, i grandi eventi, le calamità, la Terra dei Fuochi, la pandemia e infine le stazioni ferroviarie. Uno strumento nato per fronteggiare esigenze eccezionali e limitate nel tempo è stato prorogato fino a trasformarsi in una componente ordinaria della sicurezza interna. Il 4 agosto 2026 ha compiuto diciotto anni».

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Da un punto di vista meramente economico quale è stato fino ad oggi il costo dell’Operazione Strade Sicure, visto che l’addestramento in un Esercito professionale come il nostro non è certo a costo zero?

«Non esiste un consuntivo pubblico unico che sommi tutte le spese sostenute dal 2008. È però possibile ricostruire gli stanziamenti autorizzati nei diversi anni: da poche decine di milioni iniziali si è arrivati agli attuali 238,9 milioni l’anno, oltre 654.000 euro al giorno. La somma conduce a circa 2 miliardi fino alla fine del 2025 e a circa 2,24 miliardi includendo il 2026. Si tratta di stanziamenti ricostruibili, non di un consuntivo definitivo, e la cifra potrebbe essere prudenziale perché non comprende necessariamente tutte le spese straordinarie.

Questa è però soltanto la spesa direttamente imputata all’operazione. Il costo reale comprende anche logistica, manutenzione, usura dei mezzi e soprattutto il costo-opportunità. Un reparto impiegato per mesi davanti a una stazione non può contemporaneamente addestrarsi ai propri compiti militari. In un Esercito professionale la prontezza operativa, l’addestramento e il mantenimento delle capacità specialistiche costituiscono il capitale principale.

Un’indagine parlamentare rilevava poi, già nel 2020, che mansioni non sempre coerenti con l’elevata professionalità militare e compiti routinari potevano provocare un calo motivazionale». 

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Quali sono i numeri impiegati fino ad oggi e dove sono principalmente dislocati i militari nelle città?

«Si partì con 3.000 unità. Il contingente ha poi superato, nelle fasi di massimo impiego, le 7.500 unità. Oggi il dispositivo autorizzato comprende 6.800 militari: 6.000 per “Strade Sicure” e 800 per “Stazioni Sicure”.

Secondo i dati più recenti dell’Esercito, operano in 58 province e presidiano circa mille siti e aree sensibili: stazioni, aeroporti, sedi diplomatiche, luoghi di culto, monumenti, aree turistiche e altri obiettivi indicati dalle autorità di pubblica sicurezza. La maggior parte del personale è concentrata nelle grandi aree metropolitane, in particolare Roma, Milano, Napoli e Firenze. 

Stazioni Sicure” interessa 21 stazioni in dodici città: Genova, Milano, Torino, Bologna, Reggio Emilia, Venezia, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Bari e Palermo. La distribuzione viene tuttavia continuamente rimodulata dalle prefetture; non esiste una tabella pubblica in tempo reale che indichi con precisione quanti militari siano presenti in ogni singola città».

I dati che ci giungono dall’Osservatorio dei Conti Pubblici italiani e forniti da Ministero dell’Interno ci dicono che in  Italia abbiamo più agenti delle Forze dell’Ordine ogni centomila abitanti, rispetto a Francia e Germania, ben 415 nel 2024. Quindi un numero considerevole tenuto conto anche della popolazione, eppure ogni anno sentiamo il solito pianto greco della carenza di organici? Lei che ne pensa? E che differenza passa tra un militare per di più professionista e un agente di Polizia in un contesto di criminalità?

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«Il dato di 415 agenti ogni centomila abitanti va interpretato correttamente: è una stima dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani per il 2024, ricavata proiettando assunzioni e cessazioni sui dati Eurostat del 2022. Non è quindi un censimento puntuale, ma conferma un fatto difficilmente contestabile: l’Italia non appare povera di personale di polizia nel confronto con i maggiori Paesi europei.

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Nel 2022 disponeva già di 397 agenti ogni centomila abitanti, contro 380 della Spagna, 359 della Francia e 311 della Germania. Lo stesso Osservatorio conclude che i dati nazionali non suggeriscono una particolare carenza complessiva di organico e invita piuttosto a intervenire sulle sovrapposizioni tra i diversi Corpi. 

Ciò non esclude che possano esistere scoperture reali in alcune questure, specialità, territori o fasce orarie. Ma il numero nazionale misura la quantità, non l’organizzazione. Abbiamo diversi Corpi, competenze talvolta sovrapposte e molto personale assorbito da burocrazia, scorte, tribunali, servizi amministrativi e funzioni che non producono una presenza immediatamente visibile sulla strada.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto “quanti agenti mancano?”, ma “come vengono distribuiti e impiegati quelli che già abbiamo?”. Utilizzare stabilmente 6.800 soldati non risolve eventuali inefficienze organizzative, bensì le copre.

Quanto alla differenza professionale, non è una questione di valore individuale. Il poliziotto è formato per prevenire i reati, gestire l’ordine pubblico, raccogliere elementi investigativi, graduare l’uso della forza e arrestare un delinquente, consegnandolo alla giustizia. Il soldato è addestrato a combattere e neutralizzare un nemico armato, anche attraverso la forza letale.

È come chiedere a una daga di svolgere il lavoro di un bisturi: entrambi sono strumenti efficaci, ma sono progettati per funzioni diverse. L’Arma dei carabinieri rappresenta un caso particolare perché possiede status militare, ma anche formazione, poteri e organizzazione specificamente orientati alla funzione di polizia. Un fante, un artigliere o un geniere non diventano poliziotti semplicemente indossando una fascia o ricevendo un modulo preparatorio».

L’Esercito non è la Polizia

Parliamo ora delle regole d’ingaggio perché se guardiamo all’italiano qualunque che transita per una stazione o una piazza, alla vista di soldati armati di pistole e fucili d’assalto la prima reazione che ha è quella di un senso di sicurezza, ma poi all’atto pratico tenuto conto che è il Prefetto a dettare le regole  e che il comando sul terreno è delle Forze di Polizia …Quale è il suo parere al riguardo?

«In ambito nazionale parlerei più propriamente di “regole d’impiego”, non di “regole d’ingaggio” militari.
La normativa attribuisce ai militari non appartenenti all’Arma dei carabinieri la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Possono identificare persone, procedere nei casi previsti all’immediata perquisizione sul posto di persone e mezzi e accompagnare un soggetto presso gli uffici di Polizia o Carabinieri. Non svolgono però le successive attività di polizia giudiziaria, che restano di competenza delle Forze di polizia. 

È vero che siti, finalità e modalità generali d’impiego vengono determinati nell’ambito del sistema provinciale di ordine e sicurezza pubblica e quindi sotto la responsabilità del prefetto. Non è invece del tutto esatto affermare che scompaia la catena di comando militare: essa rimane militare, mentre nei pattugliamenti congiunti la responsabilità operativa dell’attività di polizia compete alle Forze dell’ordine.

Il problema non è che un militare professionista non sia capace di apprendere nuove procedure e norme. Il problema è a monte, gli viene fatto svolgere stabilmente un mestiere improprio, con poteri limitati e utilizzando strumenti concepiti per un altro contesto.

Il fucile d’assalto rassicura il passante finché rimane una presenza scenografica. In una stazione o in una piazza affollata, il suo impiego reale sarebbe estremamente problematico. L’immagine del soldato armato produce sicurezza “percepita”, mentre la sicurezza concreta richiede soprattutto che quell’arma non debba mai essere utilizzata in un ambiente civile».

Uno sguardo ai mezzi schierati nell’Operazione, che vanno dal veicolo tattico  Lince”   al “6×6 Puma” , ambedue blindati. Verrebbe da dire che  “ si mostrano i muscoli”, ma la realtà?

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«Lince e Puma rappresentano bene l’equivoco.

Il Lince è un veicolo tattico protetto, voluto e progettato dall’Esercito principalmente per salvare l’equipaggio in operazioni di Peace-keeping o Peace-enforcement, contro mine e ordigni esplosivi improvvisati. Il Puma non è un “carro armato” ma un blindato leggero ruotato, nato per il trasporto della fanteria, la ricognizione e il supporto tattico.  In città, utilizzati prevalentemente in posizione statica o per brevi spostamenti, questi mezzi offrono soprattutto un forte impatto visivo. Ma non svolgono indagini, non smantellano una rete criminale, non prevengono da soli lo spaccio e non consentono di affrontare una minaccia terroristica complessa.

Esiste inoltre un aspetto mai considerato in passato: un blindato come il Lince, introdotto in una città, diventa esso stesso una potenziale minaccia qualora venga sottratto, sabotato o se ne perda il controllo. Le normali armi in dotazione alla polizia non sono sufficienti per arrestarne rapidamente la marcia. Sono stati presi seri provvedimenti da qualche anno. Diciamo tuttavia che, per qualche lustro… ci è andata bene».

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Infine quali sono stati fino ad oggi i risultati pratici dopo ben 18 anni di Strade Sicure? Non le sembra che  sia solo un mostrare la bandiera a scopo di politica interna per dimostrare che qualcosa pur si fa  per la sicurezza…?

«Il bilancio ufficiale dei primi 17 anni parla di oltre 60 milioni di controlli a persone e veicoli, più di 100.000 soggetti fermati, arrestati o denunciati, 2.000 armi e 17.000 veicoli sequestrati, oltre a 2 tonnellate e mezzo di stupefacenti.

Ma questi numeri devono essere rapportati alla durata e all’ampiezza del dispositivo: una persona fermata, arrestata o denunciata ogni 600 controlli, un’arma sequestrata ogni 30.000, poco più di 400 grammi di droga al giorno sull’intero territorio nazionale.

Soprattutto manca ciò che consentirebbe di misurare davvero l’efficacia dell’operazione: un’analisi costi-benefici, indicatori omogenei, il confronto tra aree presidiate e non presidiate, la variazione dei reati e la dimostrazione che gli stessi risultati non sarebbero stati ottenibili impiegando personale di polizia o vigilanza specializzata.

Strade sicure: un monumento politico

Il problema di fondo è politico, ma anche profondamente umano. “Strade Sicure” fu avviata nel 2008 e fortemente voluta dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, oggi presidente del Senato e — ops! — seconda carica dello Stato. Una misura provvisoria è così diventata quasi intoccabile, protetta da quella miscela di timore reverenziale, sudditanza gerarchica e conformismo di carriera che spesso induce a perpetuare una scelta piuttosto che a mettere in discussione chi l’ha promossa.
Da allora governi di ogni colore l’hanno prorogata, finanziata e celebrata, senza mai sottoporla a una verifica pubblica e indipendente della sua reale utilità.

Un giudizio involontario, almeno secondo la mia personale interpretazione, sembrò offrirlo l’On. Lorenzo Guerini, che presiede il Copasir durante la cerimonia per il 162° anniversario della costituzione dell’Esercito, in piazza del Popolo a Roma. Non con le parole, ma attraverso una sequenza di espressioni facciali riprese mentre veniva auspicato il rafforzamento dell’operazione. Naturalmente non posso attribuirgli pensieri mai espressi, ma quel non verbale apparve più eloquente di molte dichiarazioni ufficiali.

Il bersaglio della critica non sono i soldati, che eseguono con professionalità il compito ricevuto, ma la scelta politica di utilizzare un Esercito professionale come una gigantesca forza di vigilanza statica. Dopo 18 anni “Strade Sicure” non è più una misura d’emergenza: è diventata un monumento politico, facile da mostrare e difficile da mettere in discussione.

Il soldato davanti alla stazione offre l’immagine immediata di uno Stato presente. Verificare se quella presenza sia davvero efficace, economicamente razionale e coerente con la funzione delle Forze armate richiederebbe invece un coraggio istituzionale che, finora, è mancato».