Vigasio: dal recupero conservativo all’abbandono

(Claudio Beccalossi) Dal recupero conservativo nel recente passato, in vista di ottimistiche progettualità socio-culturali, al successivo ripiombare in un deprecabile abbandono verso un previsto, definitivo sconquasso. 

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È l’amaro destino che riguarda l’oratorio di Sant’Eurosia, a ridosso dei ruderi sopravvissuti di datate strutture probabilmente abitativo-coloniche, ambedue vedibili a sinistra in via Verona (direzione Castel d’Azzano-Vigasio), sulla strada provinciale 25. Chiesetta e rovine resistono malamente davanti a Corte Vaccaldo (risalente al XIII secolo), nel passato proprietà delle famiglie Kessler e Libera, gomito a gomito con l’ecosistema di risorgive dell’oasi palustre di Vaccaldo. 

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Controversa origine di Sant’Eurosia

Costruita in stile barocco veronese tra i secoli XVII e XVIII, la chiesetta fu intitolata, appunto, a Sant’Eurosia (vissuta nel IX secolo), martire cristiana altomedievale decapitata dai Mori vicino a Yebra de Basa (Aragona, Pirenei spagnoli), canonizzata con culto approvato nel 1902 da papa Leone XIII (al secolo Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci, Carpineto Romano, 2 marzo 1810 – Roma, 20 luglio 1903). La santa è patrona di Jaca (comunità autonoma dell’Aragona, in Spagna) oltre che pregata da indemoniati, malati mentali, affetti da disturbi psichici od isteria collettiva, contro tempeste, grandini e fulmini, in protezione e fertilità dei raccolti. 

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Non avrebbero riscontro storico, invece, le attribuzioni di Sant’Eurosia (stando ad un’ipotizzata leggenda propagatasi nell’ultimo decennio del XV secolo, con successive variazioni) quale principessa boema che sarebbe dovuta andare in sposa ad un principe d’Aragona. E così pure l’illazione su una sua origine aquitana (dall’Aquitania, antica regione della Francia sud-occidentale), nella fattispecie di Bayonne, secondo rivelazioni del XVII secolo di Juan Tamayo de Salazar su documentazione ritenuta poi insussistente.

Quid est veritas? Che cos’è la verità?

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Incredibile stato di degrado

L’oratorio dedicato alla martire, dopo il periodo di riconsiderazione fattiva finita a… tarallucci e vino, è ora “dimora” stabile d’una colonia di piccioni “colpevoli” dell’incredibile coltre di guano che ricopre qualsiasi superficie dell’interno, sagrestia nello sfacelo assoluto compresa (pavimentazioni, arredi e suppellettili superstiti, banchi, un supporto per Bibbia in legno, parti scultoree con putti a rischio trafugamento, il pregevole abside con altare dominato a sua volta da un amorino), su cui nidificano, avvengono le schiuse delle uova ed i pulli pigolano in attesa d’essere nutriti da mamy & papy con latte di gozzo.

Passato intervento generale di tutela ora mortificato 

La cappella e le malandate mura a fianco erano state sottoposte ad un’alacre opera di salvaguardia e ripristino, una decina d’anni fa, da parte dei volontari del Circolo “Il Tiglio” di Legambiente, a Vigasio. I quali avevano provveduto, rispettando uno studiato piano d’intervento, a rimuovere l’abbondante vegetazione spontanea invasiva di rovine ed esterno del tempietto, oltre ad agire incisivamente all’interno di quest’ultimo (pavimento, pareti, soffitti, finestre ecc.). 

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Volevano risanare, rinforzare e valorizzare quell’area dismessa e dimenticata, inserita in circa 2 ettari di prato incolto dotato di risorgive naturali (nutrimento dei corsi d’acqua Baldona, Tartarello ed altri minori) che costituisce l’oasi palustre di Vaccaldo. Superficie censita da ARPAV (Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezione Ambientale del Veneto), in collaborazione col WWF (World Wide Fund for Nature, Fondo Mondiale per la Natura) in quanto “di rilevante interesse naturalistico”. Circa un secolo fa nella zona esisteva pure un bacino lacustre di 14 ettari, propizio ad irrigazione e pesca locali. Sottoposto a bonifica, con sue acque confluite, viene ancora tramandato alla memoria per la trasparenza del fondale e per le specie vegetali prospere attorno.

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Federico Barbarossa ed i suoi manipoli   

Nel particolare luogo paludoso s’accamparono più volte le schiere di Federico Barbarossa (Federico I Hohenstaufen, Waiblingen, 1122/1125 circa – fiume Göksu, poi Saleph, 10 giugno 1190, imperatore e re dei Romani e re d’Italia). Quelle circostanze furono condensate nel 1598 da Paolo Farinati (o Farinato, Verona, 1524 – Verona, 1606, pittore, incisore ed architetto di stile manierista) nella grande tela “La vittoria dei Veronesi a Vaccaldo su Federico Barbarossa”, rievocazione della cosiddetta “Battaglia di Vaccaldo” del 1164 tra Barbarossa e la Veronensis societas (detta pure Lega della Marca Veronese). 

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L’opera è oggi conservata nella Sala degli Arazzi di Palazzo Barbieri, sede del Comune di Verona. Certi storici (Carlo Cipolla, Gian Maria Varanini ecc.) hanno teso a smentire od a ridimensionare il fatto che nel comprensorio di Vaccaldo ci fosse stato un vero combattimento tra le armate dell’imperatore e della Lega, configurando solo schermaglie marginali.