(Orazio Albanese) Non spicca per chiarezza l’atteggiamento dell’Italia sulla guerra in Ucraina. C’è stata a Kiev il 24 agosto, presieduta da Zelnsky, la riunione dei sedicenti “willing”, tradotto come “volonterosi”. Una parola che sa di propaganda, perché dietro un termine recepito in accezione positiva, in realtà si cela quella di fare o quantomeno di sostenere una guerra, con morti, feriti e distruzioni. Una guerra che se Zelensky non ha già perso, non potrà mai vincere.

Alla riunione la Meloni non c’è andata fisicamente. Ha fatto solo un collegamento. Un modo per defilarsi? Forse. Specie se lo si rapporta con la decisione di non far partecipare i soldati italiani alle manovre dei “willing” in prossimità dei confini orientali.
Ha però confermato l’appoggio a Zelnsky. Ma anche qui con un distinguo. Gli aiuti saranno umanitari e non militari, di sostegno alla popolazione. E quindi, si deve dedurre, niente invio di armi.
Che sia un modo per iniziare una politica autonoma dell’Italia e sganciarsi dalla linea bellicista di Londra, Parigi, Berlino e soci? Magari…
Non è così però secondo diversi osservatori e per il generale Vannacci che scrive sui social:
«Davanti alle telecamere parlano di generatori elettrici. Dietro le porte chiuse, secondo Repubblica, preparano il 13° decreto secretato: batterie Samp-T, missili Aster e radar. Generatori nei comunicati. Armi nei decreti. Silenzio per gli italiani“.

Rischi assunti a nome nostro sulla guerra in Ucraina
E rincara la dose scrivendo che ai cittadini si chiedono tasse, sacrifici e fiducia ma «in cambio non spiegano quanto spendono, cosa inviano e quali rischi assumono in nome nostro».
Già, i rischi. Sono il coinvolgimento in una guerra che nessun italiano vuole. Perché se si continua a schierarsi da una parte contro l’altra è fatale che prima o poi ci si possa trovare invischiati in un conflitto che non ci riguarda.
E il governo sa bene che gli italiani non accetterebbero mai una chiamata alle armi per una guerra voluta da altri.
