(Angelo Paratico) Lorenzo Franchi, scrittore e giornalista veronese (1920-2004) fu molte cose durante la sua vita. Raccolse le sue memorie in un libro, ormai introvabile, intitolato: “Un Uomo. Una vita” edito dalle Edizioni del Leone. Fin dalla giovinezza si dedicò agli studi classici, e la sua conoscenza del latino lo salvò durante la fine della guerra, quando fu costretto a lavorare in Germania, perché venne preso da un farmacista tedesco che usava il latino per le sue medicine.

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La guerra in Africa
All’inizio della Seconda guerra mondiale, non ancora diciottenne, si arruolò volontario nell’esercito, ricordando il bisnonno materno che si arruolò nei Mille di Garibaldi a 17 anni. Fu assegnato al 2º Reggimento Artiglieria Celere (Voloire) e dalla Jugoslavia nel 1941 vennero spediti in Libia per raccogliere i resti dell’armata del generale Rodolfo Graziani. Partecipò alla controffensiva di Rommel e della sua Afrika Corps, in Africa Settentrionale. Compì quasi involontariamente un gesto eroico che impressionò i combattenti tedeschi i quali gli concessero una croce di ferro di prima classe, un fatto non comune. Infatti, negli anni 50 partecipò a un congresso di reduci della II guerra mondiale in Germania e il generale Von Pohl, vedendogliela al collo, l’afferrò fra le dita e dopo averla esaminata esclamò: “Ah, questa sì che è buona!”. Da Tobruk finì a Sollum, dove nel giugno dello stesso anno con il suo automezzo saltò su una mina, riportando gravi ferite e la perdita di un occhio.

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Il rientro a Verona
Tornato in Italia dopo molte peripezie si ritrovò a Verona, dove aderì alla Repubblica Sociale e fu assunto dalla Banca Popolare di Verona, dove incontrò la donna della sua vita. La loro felicità durò poco perché, nonostante la sua menomazione, venne inviato nel luglio del 1944 nei dintorni di Danzica (Prussia Orientale) come lavoratore a sostegno dei tedeschi. Alcuni mesi dopo riuscì a fuggire e ritornare a Verona, passando da Berlino. Scoprì che la sua fidanzata venne perseguitata dai colleghi e dai conoscenti e, disperando di poterlo rivedere, si era lasciata morire.
A conclusione della guerra fu epurato da un apposito ufficio creato a Verona e licenziato dalla banca, un giorno di maggio del 1945 fu prelevato dai partigiani che gli chiesero se avesse aderito alla RSI e lui ripose di sì, fra lo stupore generale, ma fu salvato dal Prefetto che lo incaricò della distribuzione degli aiuti UNRRA, e per molti anni partecipò alla ricostruzione del Paese (Piano Marshall) come impiegato della Prefettura.
Dopo un matrimonio e un figlio emersero forti incompatibilità di carattere e nel 1960 si lasciarono di buon accordo. Nel frattempo prese a scrivere per Paese Sera e altre testate, seguendo la cronaca nera e la giudiziaria.

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L’incontro con la Neva

Prese a collaborare con giornali e riviste pubblicando articoli di storia, filosofia e letteratura. Poi conobbe una signorina “piuttosto anziana” come scrive lui, si chiamava Neva Pianese e viveva modestamente e sola. Lui le chiese se voleva occuparsi della pulizia del suo appartamento e lei accettò. Una sera, tornando a casa, venne aggredita, buttata a terra e derubata. Per questo le disse di fermarsi a dormire da lui e lei accettò. Sua madre era morta e suo padre, un maresciallo dei Carabinieri era stato portato via dai partigiani e di lui non seppero più nulla. Il loro appartamento era stato svaligiato e lei e la sua sorella avevano fatto la fame. I due si affezionarono al punto da sposarsi, Neva era una donna molto colta, gran lettrice e amante della storia e dell’archeologia. Oggi è ancora conosciuta a Verona da tutta la destra storica perché si occupava della sede del MSI e aveva fatto da mamma ai vari Nicola Pasetto, Danieli, Mariotti ecc..
I due viaggiarono per il mondo, prediligendo l’estremo Oriente, che interessava molto anche a Franchi, che scrisse dei libri e dei reportages su quei mondi poco conosciuti.
Risultato di questi studi fu la prima traduzione italiana di due testi di base: Filosofia buddista essenziale e Studio comparativo tra buddismo e cristianesimo.
Purtroppo Neva s’ammalò gravemente, d’un orrendo tumore alle viscere che la fece soffrire moltissimo, ma lui si prese cura di lei sino agli ultimi secondi della sua vita, spirando fra le sue braccia.
Dopo due anni di solitudine si ricordò che durante la guerra aveva corrisposto con una signorina, che non aveva mai visto, questo era un servizio offerto dall’esercito. La sua corrispondente si chiamava Augusta Pavoncelli, le scrisse e lei rispose. Era vedova e sola e accettò di trasferirsi a Verona per farsi compagnia, sino alla sua morte, che lo colse a 83 anni, il 20 luglio 2004, proprio qui a Verona, dopo una vita avventurosa ed eroica.

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