La scuola italiana ricomincia, ma in che condizioni?

(David Benedetti *) È arrivato il momento del rituale di settembre: zaini nuovi, astucci, libri da comprare, gruppi WhatsApp dei genitori che ricominciano a esplodere e ministri che celebrano la “ripartenza”. Tutto molto rassicurante. Peccato che, dietro la fotografia patinata del back to school, ci sia una scuola italiana che continua a fare i conti con problemi tutt’altro che nuovi.

Abbandono della scuola più a Sud che a Nord

Cominciamo dai numeri. Nel 2025 l’abbandono scolastico precoce è sceso all’8,2%, un risultato positivo e migliore dell’obiettivo europeo del 9%. Ma il dato nazionale nasconde ancora profonde differenze territoriali. Nel 2024, secondo Istat, l’abbandono raggiungeva il 12,4% nel Mezzogiorno, contro livelli molto più bassi nel Centro-Nord.

Insomma, nascere nel posto sbagliato continua a essere un enorme handicap educativo.

Gli edifici scolastici

E poi ci sono gli edifici. Mentre si discute di intelligenza artificiale, tablet e digitalizzazione, una parte della scuola italiana continua a vivere dentro strutture che avrebbero bisogno di manutenzione, sicurezza e investimenti. È la solita contraddizione: chiediamo agli studenti di prepararsi al futuro, ma spesso li facciamo studiare in ambienti che raccontano il passato.

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Gli insegnanti

Poi ci sono gli insegnanti. Una professione fondamentale, ma troppo spesso trattata come una variabile di bilancio. Precarietà, burocrazia, carichi di lavoro e stipendi che non rendono l’insegnamento particolarmente appetibile sono problemi che non si risolvono con uno slogan ministeriale.

E il problema non riguarda soltanto chi insegna. Nell’anno scolastico 2024-25 gli studenti con disabilità erano circa 377 mila, il 4,8% degli iscritti. Ma il sistema del sostegno continua a soffrire di una forte discontinuità: il 57% degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno da un anno all’altro.

Come possiamo parlare seriamente di inclusione se il punto di riferimento di un ragazzo può cambiare continuamente?

La povertà educativa

C’è poi la questione della povertà educativa, che non coincide con l’abbandono scolastico. Istat ha individuato 78 indicatori per misurarla: perché non basta sapere se un ragazzo è formalmente iscritto a scuola. Bisogna capire che opportunità ha, quali competenze sviluppa, se dispone di libri, spazi verdi, attività sportive, cultura e relazioni.

E qui il quadro diventa ancora più scomodo: il 37% di bambini e ragazzi vive in abitazioni senza libri o con al massimo 25 libri; il 35,6% dei giovani tra 3 e 19 anni non pratica sport; l’8,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori presenta una condizione di dispersione implicita, cioè frequenta la scuola ma arriva alla fine senza aver acquisito competenze adeguate.

Questa è forse la vera emergenza: non basta tenere i ragazzi dentro le aule. Bisogna metterli nelle condizioni di imparare.

E allora il “back to school” dovrebbe essere un’occasione per fare una domanda molto semplice: vogliamo una scuola che amministri l’esistente o una scuola che riduca davvero le disuguaglianze? Perché il futuro dell’Italia passa da lì. E non si costruisce con un nuovo slogan, una circolare o l’ennesima riforma annunciata in conferenza stampa.

Si costruisce pagando meglio gli insegnanti, sistemando gli edifici, garantendo continuità agli studenti più fragili, combattendo la povertà educativa e investendo dove il disagio è maggiore. Altrimenti, buon rientro a tutti.
La campanella suona. I problemi, invece, sono già in classe.

* insegnante Liceo Scientifico