(Angelo Paratico) Ottantatré anni fa, l’8 settembre del 1943, sei settimane dopo la caduta del fascismo, morì l’Italia.
Il re Vittorio Emanuele III che avrebbe dovuto preoccuparsi della riorganizzazione dell’esercito, sotto al suo totale controllo dopo il 25 luglio 1943, non aveva fatto nulla. Forse sperava nella buona stella dei Savoia.
Si era circondato di generali più interessati a dir male l’uno dell’altro che a continuare la guerra. Non organizzarono il distacco dall’alleato tedesco, anche se sapevano che non l’avrebbe presa bene. La notte del 6 settembre arrivò a Roma Maxwell Taylor, un brigadiere generale e vicecomandante della 82ma divisione aviotrasportata, per coordinare il cambio di alleanza, dato che a Cassibile, il 3 settembre, l’Italia s’era arresa senza condizioni agli Alleati.

La missione di Taylor
Per Taylor fu come entrare in un film di Totò, perché non trovò nessuno con cui parlare. Il generale Ambrosio, pur sapendo del suo arrivo, era andato a trovare la famiglia a Torino, certamente per evitare poi di essere accusato di aver tradito. Taylor con l’ammiraglio Maugeri e il colonnello Gardiner vennero portati a Palazzo Caprara. Il generale Giacomo Carboni, capo del SIM non c’era e il suo vice non ne sapeva nulla. Allora cercarono Carboni e poco dopo arrivò, sorridente e abbronzato come sempre, aveva 54 anni e Taylor ne aveva 42.
Fu una cena ricca ed elegante che era stata imbandita per gli ospiti: antipasti, consommé in tazza, scaloppine, contorno di verdure fresche, frittelle dolci e frutta. Taylor venne al al punto e chiese delle garanzie perché il giorno 8 settembre dovevano annunciare l’armistizio, Carboni disse che fra un po’ di giorni sarebbe stato tutto a posto. Taylor saltò in piedi e gli gridò che servivano delle garanzie. Scrive lo storico Ivan Palermo: “Neanche di fronte alla drammatica dichiarazione di Taylor Carboni si perse d’animo, e con quella faciloneria che aveva caratterizzato il comportamento di tutti i capi militari e politici italiani nelle trattative di armistizio, cercò di convincere l’ufficiale americano che i piani di Eisenhower erano sbagliati e che, pertanto, dovevano essere rivisti”.
Taylor e Gardner prima di ripartire videro un piagnucoloso Badoglio che gli chiese di essere protetto dall’ira germanica: “Sono un vecchio generale che ha vinto due guerre, non lasciateci soli con i tedeschi; se i tedeschi ci prendono è finita”.
Confusione e caos
Durante il consiglio della Corona della mattina dell’8 settembre decisero di respingere le clausole dell’Armistizio e di negare di aver mai firmato la resa a Cassibile. Il ministro degli Esteri, Guariglia s’infuriò con il generale Castellano, firmatario a Cassibile, dicendo che non era stato autorizzato a garantire la guerra a fianco degli Alleati. In realtà era stato autorizzato dal generale Ambrosio che, presente all’incontro, non aprì mai bocca. Badoglio alla fine disse che bisognava chiedere al Re.
Così il Re, Badoglio e Ambrosio s’illusero di poter dettare nuove condizioni agli Alleati che stavano per sbarcare a Salerno. L’8 settembre, come avvertimento, verso mezzogiorno, gli Alleati distrussero Frascati, con 350 tonnellate di esplosivo, lanciate da 662 bombardieri. Morirono 610 civili e un pari numero di soldati tedeschi. Il Re non aveva neppure pensato di richiamare il principe Umberto, che però
si trovava comunque a Roma, grazie a una soffiata fattagli dal generale Graziani, il quale gli disse che era stato firmato l’Armistizio. Per via di quelle bombe su Frascati e delle minacce di Eisenhower di far riprendere i bombardamenti sulle altre città italiane, rinunciarono a diramare il comunicato di smentita della resa di Cassibile. Le terribili notizie che arrivavano da Frascati fecero capire a tutti che gli Alleati non scherzavano.

Ivanoe Bonomi scrisse la dichiarazione che fu poi letta dal Maresciallo Badoglio e venne mandata alla radio alle 19 e 42 del 8 settembre. Umberto avrebbe voluto restare a Roma ma fu costretto a fuggire per ordine di suo padre, non di Badoglio, come il mendace maresciallo raccontò nelle sue memorie. Fuggirono nella notte e i tedeschi li lasciarono andare, passarono sotto al Gran Sasso ma non si fecero consegnare Mussolini, e forse è vero che lo barattarono con i tedeschi, i quali lo liberarono quattro giorni dopo.
