(di Gianni Schicchi) Riuscire ad avere, per ben due giorni di seguito, un organico orchestrale storico come la Sächsische Staatskepelle di Dresda, è l’ultimo colpaccio del presidente Luigi Tuppini che ha reso ancora più accattivante il 35° Settembre dell’Accademia. Il pubblico di casa ha potuto rendersi maggior conto del livello esecutivo raggiunto dai tedeschi e gustare la loro professionalità nell’affrontare compositori dell’area mitteleuropea: come Mahler, Beethoven e Brahms.
Ieri sera intanto il primo compito da eseguire era niente meno che la Sesta Sinfonia “Tragica” di Mahler, che vide la luce esattamente 120 anni fa, quando lo stesso autore la tenne a battesimo ad Essen, nell’ambito delle celebrazioni dell’Algemeinen Deutschen Musikverein. Una sinfonia, secondo la testimonianza della moglie Alma, dall’aspetto autobiografico e sulla premonizione del destino (morte della figlia primogenita, rottura con Vienna, malattia e morte prematura) che il musicista avrebbe immaginato, simboleggiati poi dai colpi di martello del finale. D’altra parte è lo stesso autore a sottolineare il carattere di summa che la Sesta acquista nei confronti di tutte le sinfonie precedenti: essa sarebbe così anche una riflessione sulla propria opera di compositore, più che sulla propria vita.
Suscitatore di sensazioni, ma polemico in nome della rappresentazione, Mahler sa quali risultati inferiori insidiano sempre il tentativo di chi voglia rappresentare un sistema di significati: esiti facili e deludenti, l’imitazione naturalistica e l’ostentazione della propria interiorità. Perciò il suono mahleriano, prima di aspirare a un mondo compiuto, come suggerirebbe il modello wagneriano, assume il rango di azione o dichiarazione etica, in cui ogni traccia di un possibile edonismo scompare. Dove queste tracce persistono, come nell’inizio del finale della Sesta Sinfonia, rendono più drammatico il gesto e più tesa e clamorosa la rivelazione come meta morale, non certo il mero piacere delle sonorità.
A dirigere l’organico smisurato dell’orchestra tedesca, è tornato come due anni fa, il maestro Daniele Gatti, attuale suo direttore principale e ormai fra le tre/quattro bacchette più in vista del panorama nazionale ed europeo. Un’autentica sorpresa la sua Sesta Sinfonia (eseguita per la prima volta e portata in primis a Verona?) durata ben novanta minuti e senza partitura davanti, caratterizzata da una elasticità e una trasparenza che sulle prime l’hanno fatta apparire forse meno monumentale del consueto, anche se non certo carente di tensione e di sbalzo drammatico.
Lo si è avvertito fin dall’annuncio della breve introduzione in ritmo di marcia funebre che precede un primo tema, massiccio e minaccioso, esposto da Gatti con affilato nitore analitico, unito ad una gamma dinamica molto accentuata, capace di caricare di violenza gestuale i momenti più altisonanti, grazie al contrasto con i delicati pianissimi degli altri più raccolti.
La straordinaria chiarezza dell’ordito timbrico dell’orchestra tedesca ha reso poi ammirevole il secondo movimento, lo Scherzo che palesa un Ländler, di solito usato da Mahler nei tempi di danza delle sinfonie, di cui Gatti ne ha bene evidenziato la fluidità acquatica, come l’ambiguità amara, trasfigurata in chiave di incubo, dove tutto poi si altera e illividisce.
In una esecuzione di questo tipo gli eventuali limiti sarebbero potuti emergere soprattutto nel vasto movimento finale, dove una certa dose di retorica e di inclinazione alla spettacolarità sembrano far parte integrante del progetto compositivo fin dalla rappresentazione iniziale, tutta sussulti e deflagrazioni.
Ế evidente qui l’intenzione di esprimere idee di conflitti, di deliri, di sconfitte, ma è soprattutto a partire dalla parte centrale dello sviluppo che prende a dominare la sensazione di una sconfitta irreparabile, musicalmente confermata dai tremendi colpi di martello che riappaiono con un significato di liquidazione di ogni idealità e ogni slancio, al termine della grande coda conclusiva avvolta nell’ombra di una marcia funebre carica di presagi. Un finale della Sesta che ricapitola l’intera sinfonia e forse tutte le sinfonie precedenti.
Anche qui nulla di quanto necessario è sembrato mancare all’esecuzione di Gatti, che rispetto ad altri celebri interpreti, ha compensato la minore densità fonica di certi spessori con la tagliente contrapposizione di volumi sonori, l’intensità espressiva del fraseggio e una spazialità del suono, capaci tuttavia di evocare il grandioso scenario del giudizio finale immaginato da Mahler. Ancora una volta però senza rinunciare alla freschezza e al calore spontaneo che hanno contrassegnato l’esecuzione di una Staatskapelle Dresda ammirevole per la compatta bellezza del suono, impeccabile in ogni sezione, capace di mostrarci un autentico suono sinfonico, anzi porre il suono stesso come entità essenziale e primordiale di questa partitura. Al termine l’esecuzione è stata accolta da un vero boato del pubblico, durato per ben dieci minuti, che ha voluto premiare largamente direttore e orchestra.
