(di Francesca Romana Riello) «Se pensiamo di vivere di rendita, non ci arriviamo». Federico Testa, presidente di Magis, parte da qui per raccontare dove vuole portare l’ex AGSM AIM. Fuori dai confini storici di Verona e Vicenza, su un mercato che nei prossimi anni sarà sempre più affollato, ma senza allentare il legame con il territorio.
«Fra cinque anni, se ce la facciamo, dovremo avere un peso maggiore sul mercato rispetto a oggi, essere presenti fuori da Verona e Vicenza e offrire non soltanto gas ed energia elettrica, ma servizi a valore aggiunto». Significa fotovoltaico ed efficienza energetica per case e imprese. Perché, dice Testa, continuare a vendere soltanto energia e gas non basterà.
«I grandi operatori, da Poste a Tim, possono contare su una capacità enorme di comunicazione e su milioni di clienti. Se vogliamo continuare a esserci dobbiamo crescere, allargarci e andare anche nei territori dove oggi non siamo presenti».
Non soltanto energia
A Verona e Vicenza, però, la partita è diversa. Magis è nata e qui, secondo Federico Testa, deve esserci anche una ragione in più per sceglierla.
«Le persone devono sapere che, oltre a fornire energia elettrica e gas a prezzi competitivi, abbiamo una ricaduta che riguarda anche altre cose: sosteniamo l’inclusione, le cooperative sociali, iniziative che hanno un valore per la comunità».
Testa distingue nettamente questo lavoro dalle normali sponsorizzazioni. «Una sponsorizzazione deve avere un ritorno per l’azienda, che può essere immediato oppure arrivare nel medio-lungo periodo». Per tutto il resto c’è la Fondazione AGSM AIM, che ha mantenuto il vecchio nome del gruppo e si occupa degli atti di liberalità.
L’esempio è molto semplice. «Se una scuola ci dice che deve sistemare il campetto dove giocano i ragazzi o acquistare delle attrezzature, quella non è una sponsorizzazione. È, di fatto, una donazione».
Tra le realtà sostenute c’è Panta Rei, la cooperativa sociale che gestisce una lavanderia a Bussolengo: 26 dipendenti, 19 dei quali con fragilità psichiatriche. Poi Caritas, Ronda della Carità, Fondazione Casa per gli Immigrati e altre organizzazioni che lavorano con persone in difficoltà.
Anche una parte degli utili straordinari distribuiti ai Comuni soci è stata accompagnata dall’indicazione, dove possibile, di utilizzarli nel sociale. «Abbiamo chiuso un bilancio molto buono e abbiamo ritenuto che una parte di quelle risorse potesse tornare in questa forma alla comunità».

Crescere senza lasciare Verona
Per Testa, comunque, non basta distribuire risorse. «Un’impresa che non si preoccupa di quello che succede intorno a sé non ha una grande prospettiva. È ormai acquisito che esista un rapporto tra un’azienda e il luogo nel quale opera».
Per spiegarsi racconta la storia di un gruppo industriale veronese, del nostro territorio, che aveva aperto uno stabilimento nel Tigrai, con circa 1.500 dipendenti. L’azienda aveva anche scavato pozzi per l’acqua potabile, che veniva messa a disposizione delle famiglie. Poi la guerra è tornata e la zona è stata devastata.
Lo stabilimento, invece, è rimasto quasi intatto.
«Avevano rotto un vetro. Tutto il resto era rimasto in piedi. La popolazione lo aveva difeso perché quell’azienda aveva fatto qualcosa anche per il territorio nel quale si trovava».
Alla parola “etica” Federico Testa preferisce non ricorrere. «È una parola usata troppo spesso a sproposito. Io direi semplicemente che questo è il modo corretto di fare impresa nei rapporti con il territorio in cui vivi».
«La ricchezza energetica resti qui»
Poi c’è una partita molto più grande. Riguarda il Veneto e passa dalla distribuzione elettrica e dall’idroelettrico.
«In Veneto Enel gestisce la grandissima maggioranza della distribuzione elettrica. Verona e Vicenza sono due delle principali eccezioni nei rispettivi capoluoghi». Sono attività che, spiega il presidente di Magis, producono margini molto importanti.
Sull’idroelettrico Testa mette sul tavolo un altro dato: «In Veneto ci sono 34 grandi derivazioni e 31 sono oggi in capo a Enel. Parliamo di una quantità enorme di ricchezza».
Federico Testa vorrebbe che una quota maggiore rimanesse qui. «Sono risorse che potrebbero essere utilizzate per abbassare le tariffe, intervenire sulla sanità, affrontare il problema degli anziani e sostenere altri bisogni del territorio. È una battaglia che stiamo facendo e che continueremo a fare».
La sproporzione tra Magis e un colosso come Enel è evidente. Ma la risposta di Testa è secca: «Funziona così: se non ci provi sei sicuro che non ci riesci. Quindi bisogna provarci».

Università e imprese, un rapporto da rafforzare
Quando il discorso arriva al rapporto tra Università, imprese e istituzioni, Testa torna alla sua esperienza di professore. La sua non è una critica alla ricerca accademica in sé, quanto piuttosto un invito a trovare un equilibrio maggiore tra attività scientifica e rapporto con il territorio.
«L’Università deve riuscire a non pensare soltanto alle pubblicazioni, ma anche ai rapporti con il territorio».
Ricorda quando Verona e Vicenza organizzarono un incontro sul modello di sviluppo veneto. Alcuni giovani ricercatori gli fecero notare che, per la loro carriera, sarebbe stato più utile scrivere un articolo per una rivista scientifica di fascia alta piuttosto che partecipare a quel confronto. Un episodio che, nella lettura di Testa, mostra come i criteri della carriera accademica possano talvolta allontanare i ricercatori dalle questioni più vicine al territorio.
«Chi insegna economia e gestione delle imprese ha bisogno anche di capire che cosa succede nel proprio territorio». Per Testa, quindi, ricerca e confronto con il mondo economico non dovrebbero essere alternativi, ma procedere insieme.
A questo aggiunge un’esperienza personale. «Quando sono tornato dopo dieci anni da presidente dell’ENEA, il dipartimento dell’Università di cui ero stato direttore, Economia Aziendale, doveva fare uno studio sulla sostenibilità. Peccato che si siano dimenticati di chiedermi se fossi interessato a partecipare».
Testa attribuisce quell’esclusione alle dinamiche interne all’ambiente accademico. Una vicenda personale dalla quale parte per una considerazione più generale: «Se l’Università va avanti così non andiamo da nessuna parte».
Ma chiarisce anche l’altro lato della questione. L’Università, sostiene, non deve trasformarsi in una struttura al servizio delle esigenze immediate delle aziende. «Non bisogna stare sul giorno per giorno, perché sarebbe sbagliato. Ma non si può nemmeno diventare così distanti e astratti da non parlare più con chi ha l’esigenza di mandare avanti le imprese».
E alla domanda se si tratti di una situazione specificamente veronese, Federico Testa allarga il campo: «No, è un problema generale».

