(Angelo Paratico) 50 anni fa, il 9 settembre 1976, Mao Tzetung moriva nel suo letto, a Pechino, a causa di un infarto. Al suo fianco stava il suo medico personale, Li Zhisui. Nella sua memorie racconterà che Mao non credeva alla medicina tradizionale cinese, che pure imponeva a tutti i cinesi e non credeva neppure alla propria morte.
Li Zhisui era nato nel 1920 in una famiglia benestante di Pechino, aveva studiato medicina e poi aveva lavorato come chirurgo in Australia
Spinto dal patriottismo e attratto dalle promesse del comunismo, nel 1948 il dottor Li, decise di tornare in Cina, dopo che il Partito Comunista Cinese aveva assunto il controllo del Paese. Grazie alle conoscenze di suo fratello, membro del Partito Comunista, Li ottenne un impiego come medico di base presso le famiglie degli alti funzionari del Partito Comunista. Man mano che la sua reputazione clinica cresceva, a Li fu offerta l’opportunità di diventare il medico di Mao.

A quel tempo, Mao godeva di una reputazione leggendaria come guerrigliero, poeta e teorico politico. Milioni di cinesi lo adoravano con un fervore appassionato che, durante la Rivoluzione Culturale, assunse i contorni di un vero e proprio culto. Lui considerò un grande onore di poterlo curare e accettò l’offerta. All’inizio Mao gli sembrò un uomo gentile e affascinante, ma ben presto divenne evidente che averlo come paziente avrebbe comportato molte difficoltà. Mao lo aveva scelto perché sapeva di poterlo manipolare. Secondo l’ideologia maoista, i contadini e il proletariato industriale costituivano la classe d’élite della Cina. I professionisti e gli intellettuali ben istruiti erano guardati con disapprovazione in quanto elementi «borghesi». Li Zhisui si rese subito conto che, se per qualsiasi motivo avesse scontentato Mao, quest’ultimo avrebbe potuto usare le sue origini familiari e il suo status di medico per ricattarlo. Essere dichiarati controrivoluzionari o reazionari nella Cina maoista comportava la prigione, la tortura e la morte.

Le malattie di Mao
L’accesso alla sfera personale di Mao rivelò che questi aveva alcune abitudini personali ripugnanti. Mao non si lavava mai i denti, ma si sciacquava la bocca con del tè (la tigre forse si lava i denti?). Mao si rifiutava anche di fare il bagno, preferendo farsi sfregare ogni sera dai servitori con asciugamani bagnati. Infine, sebbene fosse sposato, era un famigerato donnaiolo. Andava a letto con dozzine di giovani contadine, perlopiù minorenni, che le sue guardie del corpo gli procuravano e le contagiava con il Trichomonas vaginalis, ma rifiutò qualsiasi cura perché era asintomatico. Viveva come un sibarita nel Zhongnanhai, il complesso residenziale di fianco alla Città Proibita che resta, ancora oggi, riservata ai dirigenti del partito. Aveva una biblioteca personale con testi proibiti al popolo e una piscina personale.
Il Grande Balzo in Avanti
Era un uomo indifferente al dolore altrui, suo figlio morì in Corea ma non versò mai una lacrima. Mao credeva che solo lui potesse trasformare la Cina in una superpotenza moderna, e non gli importava se per raggiungere questo obiettivo avesse dovuto sacrificare milioni di vite. Disse a un inorridito Krusciov che era disposto a incassare qualche esplosione atomica pur di contrastare l’egemonia degli Stati Uniti in una guerra aperta per riprendersi Taiwan. Proibì al suo ministro degli Esteri, Zhou Enlai di assentarsi per curarsi da un cancro che lo stava uccidendo. Nel 1958 lanciò il “Grande Balzo in Avanti”, un tentativo di incrementare la produzione agricola e industriale imponendo ai contadini quote di produzione irrealistiche e minacciando di morte chiunque non fosse riuscito a rispettarle, oltre a molte altre politiche sconsiderate. La carestia provocata dall’uomo che ne derivò causò la morte di una cifra compresa tra i 40 e i 60 milioni di persone. Mao pose fine al programma quando alti funzionari comunisti lo criticarono, ma in seguito si vendicò di loro lanciando la «Rivoluzione Culturale» nel 1966, annunciando che le critiche erano benvenute, salvo poi far tagliare la testa a tutti coloro che avevano osato aprire la bocca. Mao incoraggiò gli studenti e, in seguito, i soldati a terrorizzare ed espellere gli «elementi di destra» dal partito comunista. Si stima che 2 milioni di persone siano morte nel caos che ne seguì, e molte altre furono brutalizzate e torturate. Il figlio di Deng Xiaoping venne lanciato da una finestra e si ruppe la spina dorsale. Il padre dell’attuale presidente della Cina, Xi Jingping, un ministro, venne picchiato e mandato in un campo di rieducazione. Lo stesso Xi Jinping fu inviato in campagna a portare a spalla dei sacchi di riso e spalare in una miniera.
Il dottor Li lasciò la Cina per gli Stati Uniti nel 1988 e riuscì a far pubblicare le sue memorie nel 1994. Il titolo fu “La vita privata del presidente Mao. New York, Random House”. A quel punto, Li era diventato un aspro critico di Mao, denunciandolo come un tiranno crudele e megalomane che aveva sacrificato milioni di cinesi per soddisfare la propria ambizione. Li morì un anno dopo, nel 1995.
Il libro vendette milioni di copie e veniva contrabbandato in Cina. Io stesso ne portai alcune copie in Cina, assumendomi in grosso rischio, a delle persone che erano state perseguitate durante la Rivoluzione Culturale. Ricordo un ex professore di letteratura classica, che lavorava con noi come interprete che lo foderò con carta di giornale per nascondere il titolo e poi ci si tutto dentro, leggendolo in 14 ore filate.

La BBC tentò di mandare in onda un documentario su quel libro ma la Cina s’oppose, dicendo che offendeva i cittadini cinesi. La BBC lo mandò in onda comunque e per questo fu bandita per anni dalla Cina. Il partito comunista cinese da allora ha deciso che Mao fu cattivo al 60% e buono al 40%, ma non se ne può discutere…
